giovedì 31 luglio 2014



DIVULGAZIONE


GARIBALDI FU FERITO...(UN PAZIENTE ILLUSTRE)



Negli ultimi anni della sua vita (morì all'età di 75 anni), Garibaldi era quasi completamente irrigidito, e poteva a malapena reggersi sulle grucce. Il suo medico e amico dottor Riboli esaminò la salma. Molte, e molto gravi, erano le lesioni dovute all'artrite deformante. Le dita delle mani erano rattrapite e contorte. Le ginocchia molto ingrossate, da tempo non si piegavano; le dita dei piedi erano storte e accavallate le une sulle altre, la pelle gialla e coriacea, e ulcerata in più punti.  Le vertebre cervicali, anchilosate, non consentivano al collo di piegarsi. Le febbri reumatiche contratte in America  avevano assalito ripetutamente Garibaldi lungo tutto il corso della sua vita, sino a provocare queste deformazioni che furono tra le cause principali della morte.

Un'altra delle cose che Riboli descrisse fu la presenza di sette cicatrici di ferite importanti. Di alcune non se ne conosceva l'origine, ed erano probabilmente risalenti alle avventure americane. La più profonda era la cicatrice della ferita riportata ad Apromonte, in vicinanza del malleolo interno del piede destro, a margini irregolari, e cagione per il generale di acuti e frequenti dolori che lo infastidirono tutta la vita.
Garibaldi, al grido di ''Roma o morte!'' era partito dalla Sicilia per liberare Roma dal dominio pontificio. Aveva con sè qualche migliaio di volontari male armati. Il governo italiano, onde evitare complicazioni, decise di fermarlo utilizzando le truppe destinate alla lotta contro il brigantaggio. Lo scontro avvenne appunto all'Aspromonte, in Calabria, il 29 agosto 1862. Non appena fu colpito (prima di striscio alla coscia, poi al piede) Garibaldi non fu più in grado di combattere e fu trascinato nel bosco.


Lo studente di medicina Enrico Cairoli, controllò la ferita e vedendola a bordi netti in prossimità dell'articolazione tibio tarsica, si avvide che, in corrispondenza sul lato esterno dell'arto, vi era una tumefazione. Pensò che potesse trattarsi del proiettile ritenuto. Venne inciso il gonfiore, che scomparve subito senza rivelare alcuna pallottola. Lo studente di medicina fu liquidato, e si sentenziò che trattavasi di proiettile di rimbalzo, entrato e poi uscito dal medesimo lato. Lo scontro era finito, i Garibaldini sconfitti, e il generale, con un sigaro in bocca, fu trasportato a braccia coricato su un cappotto legato a dei rami. Invece di lasciarlo in un ospedale, a Reggio o a Messina, lo si caricò su una nave, e lo si sbarcò all'odierna La Spezia. Il medico di bordo dichiarò subito che il proiettile era ancora dentro la ferita, i medici garibaldini risposero che il ferito se lo sarebbero gestiti da solo. Garibaldi aveva la febbre, e anche una riacutizzazione dei dolori reumatici di cui da sempre soffriva. Più ovviamente i dolori alla ferita. Per i dolori reumatici gli somministrarono solfato di chinino, in ragione di 2-3gr al giorno, ottenendo buoni risultati.
In ottobre ottenne l'amnistia. Ci fu un consulto fra medici (numerosi!) i quali lasciarono trascorrere ancora un altro mese facendo a gara per non capirci niente, alcuni affermando che il proiettile fosse ancora dentro, altri convinti del contrario. Ogni tanto durante le medicazioni fuoriuscivano dalla ferita dei frustolini d'osso, segno di un'osteomielite che, in era pre antibiotici, era di difficilissima guarigione.
A fine ottobre venne chiamato da Parigi il celebre chirurgo Auguste Nélaton (quello del catetere di Nélaton), che oltre al celebre catetere aveva inventato una sonda con in cima un bottone di porcellana, che a contatto col piombo si tingeva di nero. Nélaton ritenne che la pallottola fosse a circa 3cm di profondità, e fece zaffare la ferita con una spugna per allargarla, in modo da poter poi raggiungere il proiettile con più facilità.  Venne intanto trasportato a Pisa. I medici al suo capezzale erano a quel punto circa 20. Il 23 novembre, durante il cambio della medicazione con la spugna consigliata da Nélaton, fuoriuscì una scheggia d'osso di circa 1cm. Finalmente tutto divenne chiaro: quella scheggia aveva costituito l'ostacolo che impediva di localizzare  il proiettile. La pallina della sonda di Nélaton, introdotta nella ferita, si tinse di nero e il professor Zannetti, con una pinza ad anelli,  potè asportare un proiettile di carabina.






Il sangue fuoriuscito durante l'intervento, fu raccolto dal Professor Zannetti e inviato al famoso dottor Marini, il ''pietrificatore'', che lo trasformò secondo i suoi metodi, in due medaglie: una fu donata a Garibaldi, e l'altra al Museo Civico di Cagliari.
Il generale potè riprendere a camminare (sia pure zoppiccando), solo dopo diversi mesi.

Giuseppe Garibaldi aveva lasciato particolareggiatissime disposizioni riguardo alla sua morte: voleva essere bruciato (non cremato) all'aria aperta su una catasta di rami d'acacia, lentisco e mirto della sua Caprera, e la cenere voleva che fosse posta sulle tombe di Anita e della piccola Rosita. Nulla di tutto ciò fu fatto: i patrioti volevano una tomba su cui piangere, e tutti i suoi desideri furono disattesi.
FINE

Per la serie PAZIENTI ILLUSTRI potete leggere anche:
Frida Kahlo
Henri de Toulouse-Lautrec
George Washington
Napoleone Bonaparte 
Claude Monet 
Marilyn Monroe

mercoledì 30 luglio 2014




DIVULGAZIONE


HENRI DE TOULOUSE-LAUTREC:
UN PAZIENTE ILLUSTRE



Henri de Toulouse-Lautrec nacque ad Albi nel 1864, da famiglia nobile e agiata. Purtroppo, generazioni di matrimoni tra consanguinei (anche i suoi genitori erano cugini primi), fecero sì che Henri soffrisse di alcune malattie genetiche. Era un bambino grazioso, che mostrò subito la sua propensione per il disegno.


 Ma nel '78 cadde fratturandosi una gamba. Si stava riprendendo lentamente e ancora portava un apparecchio ortopedico, quando cadde di nuovo e si ruppe l'altra gamba. Già soffriva di frequentissime crisi di febbre , cefalea e dolori ossei. Le fratture tardarono molto a guarire, e di fatto continuarono a dolere per tutta la vita. Le sue gambe cessarono di crescere, mentre il resto del corpo continuò normalmente. Di fatto fu sempre considerato semplicemente un nano disarmonico. All'epoca la sua malattia restò misteriosa, nonostante si tentasse di tutto per farlo guarire. Oggi ha un nome: era affetto da picnodisostosi, una malattia genetica ereditaria, con ossa anormalmente dense e fragili, ipoplasia mandibolare, per nascondere la quale Henri portava la barba, e varie altre tare fra cui la mancata chiusura della ''fontanella'' cranica. Forse per questo usava tanto spesso un cappello duro.


 I dolori alle gambe, e il fatto che fossero così corte, gli crearono molta difficoltà nella deambulazione. Infatti si aiutò sempre col bastone. La sua altezza da adulto non superò il metro e 52cm.
 Andò a vivere a Montmartre, frequentò scuole d'arte e artisti che facevano la fame. Lui però, non solamente era ricco, ma lavorò tanto e tanto bene, che raggiunse la fama quando era ancora molto giovane. Il fatto di essere così brutto non gli precluse naturalmente il successo, nè una vita sessualmente attiva. Tuttavia lo privò dell'amore di una donna. Si innamorò più volte, ma non fu mai ricambiato.

 
 Avendo avuto diverse relazioni, ma mai nessuna che fosse per lui sentimentalmente soddisfacente, fu spesso preda di momenti di depressione. In pratica cercò consolazione nell'alcol, arrivando ad eccessi spaventosi, e nella frequentazione dei bordelli, dove contrasse la sifilide. 
 
Nonostante vari tentativi di disintossicazione non riuscì a liberarsi dal vizio del bere. Arrivò dunque, tra alcolismo e sifilide, a delle crisi paranoiche, a dei momenti di letargia, e a dei veri e propri accessi di delirium tremens. Venne il momento che si dovette riportarlo nella tenuta familiare, dove morì prima dei 37 anni.



FINE


Per la serie PAZIENTI ILLUSTRI potete leggere anche:
Frida Kahlo
Giuseppe Garibaldi 
George Washington
Napoleone Bonaparte 
Claude Monet 
Marilyn Monroe

lunedì 28 luglio 2014



COSTUME


I PELI SUPERFLUI


Chi mi conosce sa che ho trattato questo tema altre volte. Perchè quando parlo di peli superflui sto parlando anche della tendenza che molte donne hanno a lasciarsi imporre costrizioni dall'alto arrivando spesso a difenderle come scelte fatte in piena libertà.
..........................


Chi è cresciuto negli anni '60 appartiene a quella generazione per la quale i peli sotto le ascelle erano una cosa più che normale. 

Sofia Loren negli anni '50
 Oggidì le pressioni sociali e gli interessi economici in gioco hanno fatto praticamente sparire ogni traccia di pelo dal corpo umano femminile e, in tempi più recenti, anche da quello maschile. La pubblicità ha convinto le donne che è d'obbligo avere le ascelle lisce e morbide. I peli sono diventati sinonimo di sciatteria e, misteriosamente (perchè non mi è chiara la consecutio), di cattiva igiene.
Julia Roberts, una donna che può permettersi di stare fuori dal coro
 La cosa buffa è che le donne, interrogate in proposito, sostengono che il depilarsi è "una loro scelta"; come se nella nostra società ci fosse concesso di scegliere e non dovessimo invece adeguarci tutti ad un modello imposto dalla moda e dalla pubblicità. Anch'io, lo confesso, mi sono fatta condizionare. Ma ricordo che un tempo i peli, fatta eccezione per quelli delle gambe, erano piuttosto apprezzati.
E di Penelope Cruz può dirsi la stessa cosa detta per la Roberts
Purtroppo, anche se ci crediamo intelligenti, non influenzabili, e con le idee chiare, i modelli culturali dei media finiscono per entrarci dentro irrimediabilmente, senza che ce ne rendiamo conto. Viene il momento che noi leggiamo la realtà attraverso questi modelli, come attraverso una lente. Così ci viene detto che taglia dobbiamo avere, cosa dobbiamo indossare, cosa mangiare, cosa fare per essere appetibili e/o accettabili.
Il modello attuale è quello di una pelle di pesca assolutamente glabra e liscia; chi fa uso della ceretta per eliminare i peli superflui, sa bene come le due cose, glabro/liscio, siano di scarsa compatibilità. La ''corporazione delle estetiste'' offre infatti come soluzione, la definitiva scomparsa dei peli tramite molti soldi e nuove tecniche.


Uomini e donne di oggi, sotto l'influenza del pensiero corrente, reputano i peli una cosa antiestetica, brutta, poco femminile. Ora è vero che le gambe e il viso pelosi sono caratteri sessuali secondari tipici dei maschi. Ecco perchè istintivamente troviamo ''irregolari'' le donne con i baffi e con le gambe pelose. Ma un pube femminile ha i peli, ed è femminile. E se la natura l'ha dotato di questo accessorio c'è certamente una ragione. Quindi, perchè mai una donna, per potersi sentire socialmente accettabile, dovrebbe alterare quella che è la sua condizione normale, pena l'essere considerata sciatta, poco femminile e...sporca? Per quale misteriosa ragione i peli vengono considerati oggi poco igienici? I peli esercitano un'azione di protezione delle mucose contro l'aggressione di microorganismi patogeni. Le depilazioni, invece, agiscono in modo opposto: irritazione, microferite, infiammazione, tutte cose che, nelle zone caldo umide, provocano inevitabilmente il proliferare di microbi e funghi. L'igiene è altra cosa, riguarda l'adeguata frequenza dei lavaggi, niente a che fare con i peli.


American Apparel, da sempre considerato un marchio precursore noto per le sue campagne provocatrici, ha esibito a New York delle vetrine controtendenza,
che però sono state giudicate scandalose da molti.



Il concetto di femminilità, come quello di bellezza, varia negli anni e con le mode, non è un concetto assoluto. La depilazione totale si basa su un'artificiosità resa modello comune, in tempi relativamente recenti. Essendo una pratica dispendiosa in termini di tempo, denaro, dolore, fastidio, non è chiaro il motivo per cui le donne entusiasticamente vi si siano assoggettate. E perchè, ancora più assurdamente vi si siano assoggettati gli uomini depilandosi a loro volta, e inducendo nelle ragazze di nuova generazione un senso di orrore per i peli maschili, così sexy in altre epoche. 



 
Negli anni '70 i ragazzi andavano in giro con le camicie sbottonate, che consentivano a noi donne di vedere il torace, controllare quanti e quali peli avevano. Folti, radi, neri o castani, si poteva guardare, valutare, sognare di farli scorrere fra le dita. Il torace di un uomo è il rifugio di noi donne, peli in cui affondare il naso, respirare feromoni, trovare calore e morbidezza che solletica le guance. Che ci facciamo di un torace glabro, rosa, plastificato come quello di Ken il fidanzato di Barbie? Soprattutto se poi, a guardarlo da vicino, è a puntini rossi di peli in ricrescita, e magari incarniti? Purtroppo oggi i concetti di appettibilità e di bellezza ci vengono imposti dall'alto, per il profitto del mercato dell'estetica. Siamo condizionati dall'esposizione ad un certo tipo di immagine. Il senso estetico ci viene inculcato da terzi. La femminilità, che dovrebbe essere intrinseca in una donna che sia davvero donna, si trasforma in costrizione imposta. 



Tutte le donne zumpapà
per esser belle zumpapà
devono avere tre cose nere zumpapà
Capelli neri zumpapà
occhi neri zumpapà
e sulla terza c'è la censura zumpapà
Così faceva una canzoncina goliardica degli anni '70. All'epoca i peli pubici erano apprezzati, e più ce n'era meglio era. Poi negli anni '80 sono arrivati i costumi sgambati, e il triangolo si è trasformato in rettangolo. Poi il rettangolo è diventato a peli corti, tipo spazzola. Poi la spazzola si è ridotta di larghezza trasformandosi in un inquietante baffetto sottile. Infine il baffetto è scomparso lasciando il vuoto di una bambola di plastica, ma più ruvido, e a puntini rossi sporgenti, stile pollo spennato. Ho avuto agio di seguire questa evoluzione dato il lavoro che faccio. 

Le ragazze sono sempre all'avanguardia, adeguate alle ultimissime tendenze grazie ad un tam tam diffuso nelle palestre e nei centri estetici.
Le signore di
età intermedia, diciamo dai 40 ai 60, hanno un look estremamente variabile: ci sono quelle che vogliono esser trendy sempre e comunque, e ci sono quelle che il tam tam non l'hanno sentito, o se ne sono infischiate. In sostanza viviamo tempi difficili: le donne hanno a che fare con 2 categorie di uomini, quelli tradizionalisti, magari nemmeno informati delle ultime tendenze, che si aspettano un bel vello al naturale; e quelli che orripilano alla sola idea dei peli, essendosi fatti influenzare dalla moda corrente. Onde per cui, una povera disgraziata, prima di iniziare un'avventura con un nuovo uomo, è buona norma che si informi delle sue preferenze, o che lo renda edotto della sua situazione. Così, tanto per non avere brutte sorprese.


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venerdì 25 luglio 2014



CUCINA


  PESCHE, SEMPRE PIU' DOLCI

Ora che siamo in piena stagione ci si può sbizzarrire con le pesche. 

Granita: Provate a pelarle e metterle in freezer tagliate a pezzetti. Quando sono congelate potete frullarle insieme a succo di limone (congelato anch'esso in cubetti) e zucchero per ottenere una splendida granita. Se poi aggiungete alla granita del vino spumante, diventerà un sorbetto elegante.


Salsiccia con le pesche: Scegliete una salsiccia secca, ma non troppo: tenendola tra le dita dovrete sentirla morbida. Io ho scelto all'Eurospin un ''salame Strolghino con carne di culatello'', a pasta fine. L'ho sbucciata e tagliata a fettine di pochi millimetri. Ho rosolato a fuoco basso la salsiccia con poco olio per 5' minuti, rigirando. Ho intanto tagliato a fettine delle pesche dolci, le ho aggiunte alla salsiccia e ho fatto cuocere ancora per qualche minuto.
Si può servire come antipastino tiepido, guarnito con prezzemolo trito. Non occorre salare.

Salsiccia con le pesche


Nota bene: credo che il termine salsiccia nelle altre regioni italiane faccia riferimento soprattutto alla salsiccia fresca. Per quella secca si usa piuttosto il termine ''salame''.




giovedì 24 luglio 2014



CUCINA


BRUNCH VELOCE VELOCE?


Ho fatto scaldare una padella antiaderente. Ci ho messo un cucchiaino d'olio, e ci ho posato due tomini piemontesi. Con l'olio cuociono più uniformemente e vengono ben dorati. Li ho cotti da ambedue le parti mentre tagliavo a spicchi una pesca matura. Ho messo poi tutto in un piatto, e ho irrorato con una salsina di olio extravergine e basilico. Ho servito con sale e pepe.
Se preferite un piatto più amalgamato, passate in padella per un minuto anche gli spicchi di pesca. E se avete della rughetta (che mi mancava) aggiungetene sul piatto un ciuffo o due.

Tomini e pesche al basilico

mercoledì 23 luglio 2014



MITI E LEGGENDE


TRISTANO E ISOTTA


Le prime tracce di questo struggente mito sembrano essere celtiche. A queste si aggiunsero diverse tradizioni bretoni. Il mito di questo amore folle e contrastato, nonchè del consueto abbinamento di Eros e Thanatos, divenne molto popolare, e si scrissero molti romanzi (v. Béroul, Tommaso d'Inghilterra e altri poeti e scrittori)

Narra la leggenda: il re Marco, il più potente re della Cornovaglia, dà in sposa la propria sorella Biancofiore al re di un regno vicino, Rivalen, suo alleato. Questi però deve poco dopo andare in guerra e viene ucciso; Biancofiore, profondamente afflitta, dà alla luce un bambino a cui pone nome Tristano perchè nato nella tristezza e anch'ella dopo breve tempo muore.

Il piccolo Tristano, rimasto solo e perduto il regno che è stato conquistato da Morgan, l'uccisore di suo padre, viene allevato da Rohalt, il fedele scudiero di Rivalen, e educato da un altro scudiero, Governale; e cresce buono, forte, abile nel maneggiare le armi come nel suonare l'arpa.

Un giorno il giovinetto viene però rapito da alcuni pirati normanni; sbigottiti da una tempesta che minaccia di travolgere la nave, essi fanno voto di liberare il prigioniero se il mare si placherà, e così avviene. Tristano viene abbandonato su un lido sconosciuto e poco dopo si imbatte in alcuni cacciatori di re Marco, i quali ammirati dal suo nobile portamento, decidono di portarlo a corte.

Il sovrano si affeziona a quel giovinetto buono e bello che è forte nelle armi e lo diletta suonando dolcemente l'arpa. E il suo affetto per lui diviene naturalmente più forte quando Rohalt, giunto per caso in Cornovaglia, gli rivela che Tristano è suo nipote, il figlio di Biancofiore.

Cresciuto, Tristano sfida Morgan, lo uccide vendicando il padre e riconquista il suo regno; ma, legato ormai al re Marco, affida al fedele Rohalt il governo e torna presso lo zio.

Ferdinan Piloty

. In quel periodo il re d'Irlanda aveva inviato in Cornovaglia il suo cognato, il gigante Moroldo, a esigere un tributo di trecento giovinetti e trencento fanciulle che la Cornovaglia doveva pagare ogni quattro anni per un antico patto.

Se Marco ricusa, dovrà opporre a Moroldo un suo campione. Nessuno dei baroni di Marco osa accettare la sfida, ma Tristano si fa avanti, combatte con lui e lo stende a terra colpito a morte. Il corpo di Moroldo viene portato in Irlanda, cucito in una pelle di cervo; e grande è il dolore della regina, sua sorella, e della bella Isotta la Bionda, sua nipote.
Quest'ultima, vedendo che nella testa dell'ucciso è rimasta infitta una scheggia della spada del suo uccisore, la estrae e la tiene come una reliquia per potere un giorno vendicare lo zio.

William Morris

   
Tristano però è rimasto anche lui ferito, e, poichè l'arma di Moroldo era avvelenata, la piaga non risana e infetta tutto il corpo. Rassegnato ormai a morire, per non rattristare i suoi con una lenta agonia, si fa mettere in una barca lasciandosi trasportare dalle onde, così potrà uscir di vita nella solitudine del mare, suonando la sua arpa. La corrente porta la barca sulle rive dell'Irlanda, il suono dell'arpa fa accorrere dei pescatori che raccolgono il malato e lo portano a corte, perchè la regina e sua figlia Isotta sono espertissime nelle arti mediche; e Tristano, per le loro cure, presto guarisce. 


Egli non tarda però a rendersi conto di essere in terra nemica e si fa passare per un povero giullare di nome Tantris, che è l'anagramma di Tristan; poi, appena tornato in forze, abbandona di nascosto il paese e torna in Cornovaglia. 
Qui i baroni pretendono che re Marco si sposi per avere un erede: gelosi di Tristano, non vogliono che egli lasci a lui il regno. E Marco non si rifiuta, ma afferma che sposerà solo la fanciulla cui appartiene il capello d'oro che una rondine gli ha lasciato cadere ai piedi. Tristano, nel vedere quel capello, capisce che esso non può appartenere ad altri che alla bionda Isotta, e annuncia che troverà la fanciulla.

Affreschi di Castel Roncolo



Con alcuni cavalieri travestiti da mercanti egli naviga dunque verso l'Irlanda. Il paese è infestato da un terribile drago che nessun cavaliere è riuscito a uccidere, e il re del luogo ha promesso la mano di sua figlia Isotta a chi lo libererà da quel flagello. Tristano tenta la prova e riesce; ucciso il drago gli taglia la lingua e se la mette in tasca come prova dell'impresa compiuta.
 Quella lingua avvelenata gli instilla però nel sangue il suo veleno, e il giovane cade tramortito accanto alla sua vittima; là lo trova il siniscalco del re, lo crede morto, e, poichè ama Isotta, taglia la testa al drago e la porta a corte per farsi credere il suo uccisore.
Isotta, che lo disprezza per la sua notoria falsità, non gli crede e, recatasi sul luogo, vede Tristano svenuto con la lingua del drago in tasca, e comprende l'inganno. Fa allora trasportare a corte il ferito e ancora una volta lo salva.


Frattanto ha riconosciuto in lui il giullare Tantris, che già era stato affidato alle sue cure, non solo, ma nel forbire la sua spada si accorge della scheggia mancante e scopre che il frammento di acciaio da lei conservato si adatta perfettamente alla lama. Così ha la certezza di avere dinanzi a sè l'uccisore di suo zio e vorrebbe ucciderlo.
Tristano non si ribella, vuole però che ella sappia che Moroldo non è stato ucciso a tradimento, ma in un leale duello. D'altra parte, se lo uccide, dovrà sposare il siniscalco; egli invece le offre ben altre nozze: quelle con re Marco di Cornovaglia. E Isotta lascia cadere il furore. Il siniscalco viene svergognato e Isotta segue Tristano in Cornovaglia per andare sposa al re.

A. Spied

Al momento della partenza, la regina affida un filtro magico a Brangania, la fida ancella di Isotta; ella dovrà farlo bere alla fanciulla e al suo sposo perchè l'uomo e la donna che lo berranno saranno uniti da eterno amore. Ma durante la traversata, Tristano e Isotta bevono, senza saperlo quel filtro; e dal quel momento nasce fra loro una passione che nulla potrà mai infrangere.
A. Spied


In Cornovaglia si celebrano le nozze di Isotta col re, ma, tra la lietezza generale, solo Tristano e Isotta sono in pena. E quella pena diverrà sempre più profonda col tempo.
Edmund Blair Leighton
 I baroni invidiosi di Tristano non tardano ad accorgersi che il giovane rivolge alla regina sguardi pieni di affetto e ne è ricambiato; avvertono dunque il re. Marco  non sospetta e non crede, ma allontana Tristano dalla corte, affinchè dimentichi il suo sentimento, se pur esiste.

E allora comincia tra i due giovani una corrispondenza segreta: vi è un ruscello che dalla foresta giunge fino nelle stanze di Isotta, e Tristano getta in quel ruscello piccoli pezzi di scorza su cui incide i suoi messaggi. Così Tristano e Isotta possono darsi qualche convegno e incontrarsi a volte nel giardino. Froncino, un malvagio nano, avverte il re, che si nasconde nel giardino per sorprenderli in una chiara notte lunare.
Ma quando Marco ascolta il loro colloquio innocente, si pente dei suoi sospetti e richiama a corte Tristano. Adesso i baroni, furiosi, tramano ancora ai danni di Tristano, fanno credere al re che egli si prepari a rapire Isotta e gli mostrano false prove. Marco furioso, ordina che il giovane sia condannato al rogo e Isotta abbandonata in una colonia di lebbrosi. Ma Tristano, mentre è condotto al supplizio, chiede il permesso di pregare un poco in una cappella a picco sul mare, e di là si getta nelle onde mettendosi in salvo. Poi libera Isotta e con lei, e con il fido scudiero Governale, si rifugia nella foresta.

 
Un giorno re Marco li scopre là, addormentati. Ma essi sono così sereni, con la spada di Tristano posta tra loro come per separarli, che il sovrano si commuove e non osa far loro del male. Riprenderà con sè Isotta e Tristano partirà per lontane regioni. Prima di lasciarlo, la regina gli dona un anello: in caso di bisogno egli dovrà farglielo pervenire, ed ella accorrerà da lui.

In Bretagna Tristano stringe amicizia col duca di Hoel e con suo figlio Caerdino, da lui aiutati in guerra. Caerdino in particolare lo ama come un fratello e vorrebbe che egli sposasse sua sorella, Isotta dalle bianche mani. Tristano non ama Isotta, ma il suo nome lo commuove e, sperando di dimenticare in lei l'altra Isotta, consente a sposarla.

Frederic Leighton


Ma la vita dei due sposi non è felice perchè Tristano non può dimenticare l'amore di un tempo, e Isotta dalle bianche mani si accorge di non essere amata. Infine il cavaliere confida a Caerdino la sua pena e questi vuole che egli torni in Cornovaglia da Isotta la bionda

Partono dunque insieme e più volte Tristano cerca di avvicinare Isotta travestendosi ora da mendicante lebbroso ora da penitente, ma Isotta, che ha saputo delle sue nozze, è irritata con lui e lo scaccia. In ultimo Tristano si presenta ancora alla regina fingendosi un cantastorie pazzo.
Questa volta Isotta non sa resistere e gli perdona: essi sono ancora felici, ma per poco.
Louis Rhead

Ma i baroni sospettano e costringono il finto folle a fuggire per non mettere in pericolo l'amata.

Tornato ancora in Bretagna, Tristano aiuta nuovamente Caerdino in una guerra contro un feudatario nemico, ma è ferito con una lancia avvelenata e nessuna cura può salvarlo. Lo potrebbe fare solo Isotta la Bionda, esperta di filtri salutari, ma ella è lontana. Per rivederla un'ultima volta, più ancora che per essere da lei guarito, Tristano prega Caerdino di recarsi in Cornovaglia e di portare a Isotta l'anello che ella gli aveva dato: certo la regina accorrerà a quell'appello.

Se tornerà con Isotta metta alla sua nave vele bianche, altrimenti vele nere. E Caerdino parte. Ma Isotta dalle bianche mani ha ascoltato il loro colloquio e ha saputo perchè il suo sposo non l'ha mai potuta amare; e il suo cuore è pieno di gelosia e di rancore. E, quando vede dalla finestra la nave di ritorno, con bianche vele, perchè Isotta è accorsa, mente annunciando a Tristano che le vele sono nere.





Deluso e disperato, Tristano si abbandona alla morte, mentre Isotta la bionda fa appena in tempo ad abbracciarlo. Non potendo recargli nè salvezza nè conforto, si spegne di dolore. Re Marco apprende la morte di entrambi e viene a sapere del segreto del filtro; commosso fa trasportare in Inghilterra i due corpi e li seppellisce insieme presso una chiesa.

Marianne Preindelsberger Strokes