sabato 14 maggio 2016



MITI E LEGGENDE



VALENTINO, IL MITO
(Il divismo cinematografico)




Bello e impossibile, Rodolfo Valentino fu il primo grande sex symbol e il primo divo del cinema. Era dotato di un fascino irresistibile, bei lineamenti e sguardo magnetico; era anche un gran ballerino (così era iniziata la sua carriera) e un amante passionale: il pubblico femminile impazziva per lui.

Nella definizione di divismo maschile data da Orson Wells, si individuano due aspetti: uno è l'erotismo, il sesso, la capacità di suggerire fantasie al pubblico femminile (ciò che caratterizzò le star come Gary Cooper, Clark Gable o Paul Newman); l'altro è un erotismo non immediatamente visibile, che suggerisce l'identificazione in un pubblico maschile ( caratteristico di attori come James Stewart o Spencer Tracy). 





Valentino andava al di là di entrambe le definizioni, un supereroe del sesso nella finzione e nella vita. L'erotismo esplodeva sullo schermo, talvolta solo suggerito, spesso mostrato apertamente con baci appassionati, gesti lenti, balli sensuali, carezze audaci e sguardi rapinosi.

 Ma Valentino era un bravo attore?
Il suo stile recitativo fu ammirato da molti, in particolare da Charlie Chaplin, che lo definì ''il re di Hollywood''.
Ma per giudicarlo oggi va contestualizzato. Il cinema muto imponeva, per i suoi stessi limiti, una recitazione e degli accorgimenti particolari. 
La musica di accompagnamento, presente anche nelle sale di proiezione più modeste (grazie almeno ad un pianista, ove non c'era un trio o una piccola orchestra) aveva lo scopo di rafforzare le immagini, o di anticiparle, predisponendo emozionalmente lo spettatore alla scena proiettata. Per la stessa ragione era richiesta agli attori un tipo di recitazione enfatica, con una mimica esasperata, una gestualità ampia e teatrale, affinchè l'emozione potesse giungere allo spettatore. Oggi questa recitazione può sembrare grossolana, ma operando gli opportuni collegamenti culturali possiamo giudicare Valentino come un interprete versatile, talvolta dotato di una venatura comica. La recitazione ''intimista'' che il cinema sonoro o la televisione consentono oggi, era impraticabile all'epoca; un po' come oggi, per spiegare l'intonazione dei brevi messaggi scritti che di continuo ci scambiamo con la nuova tecnologia, abbiamo necessità di ''condirli'' con enfatiche emoticon, cuoricini, risate.




L'anno della sua prematura morte coincise con l'avvento del sonoro, che provocò un vero terremoto nel mondo del cinema. Pochi furono gli attori, per quanto famosi, che sopravvissero al cambiamento. Nella maggior parte dei casi non riuscirono ad adeguarsi alle nuove tecnologie, al nuovo tipo di interpretazione o ai nuovi contenuti. Si dovette modificare lo stile recitativo, era necessario avere una bella voce e una buona dizione. Le stelle del cinema muto fecero fiasco e scomparvero in massa, lasciando posto ad una nuova generazione di attori.



C'è da chiedersi se Valentino sarebbe stato in grado di superare il cataclisma. In realtà era dotato di una bella voce baritonale e intonata (ed essendo un buon ballerino avrebbe potuto dunque girare anche i film musicali che, col sonoro, vennero subito di moda). Parlava francese, inglese, spagnolo e italiano senza inflessioni dialettali; per di più, una vera eccezione per le star dell'epoca, il pubblico conosceva la sua voce, tramite la radio, grazie a varie interviste, e incisa su disco: famosa la sua interpretazione del Kashmiri Love Song che il suo personaggio cantava nel film Lo Sceicco. Potete sentirla qui. Inoltre fece un lunghissimo tour pubblicitario per la Mineralava, durante il quale diede due spettaccoli al giorno in molte città americane, parlando al microfono e ballando in coppia con la seconda moglie Natacha Rambova.









Era dotato di un'eleganza raffinata, di buona cultura e del gusto del bello. Si intendeva di danza, di musica, letteratura e poesia, tutte cose che lo distinguevano dai suoi colleghi. Scrisse lui stesso, e pubblicò, una raccolta di poesie.  Ne trascrivo qui una sola, a titolo d'esempio.


Yesterday - in contemplation
We dreamed of love to be,
And in the dreaming,
Wove a tapestry of Love.
Today - We dream our dream awake;
realization, coloring our romance
with all the glory
Of a flaming rose.
Tomorrow - What awakening lies before us:
Our tapestry
In shreds perchance,
Or mellowed - glorified
By love's reflection?
I wonder.



Il trucco di scena molto pesante, in un'epoca in cui la definizione delle pellicole era scarsa, mancavano i grigi e i contrasti erano eccessivi, era comune a tutti gli attori e attrici dell'epoca, affinchè la visione dei lineamenti fosse certa. Fu una moda, quella degli occhi pesantemente cerchiati di nero e i rossetti scuri, che dilagò anche al di fuori del cinema.
Tuttavia la cura di Valentino per la sua persona, la sua ricercata eleganza, la gelosia della stampa americana scontenta di vedere un immigrato rubare i cuori delle ragazze d'America, gli fruttarono il soprannome di ''piumino rosa da cipria'' da parte del Chicago Herald Examiner, nonchè la nomea di effeminato corruttore dei costumi americani.
Questo fatto, insieme alle dichiarazioni delle sue due mogli circa il matrimonio non consumato, non modificarono di un ette l'adorazione di cui le donne lo facevano oggetto. Del resto furono illazioni contraddette dall'attrice Pola Negri (sua ultima fidanzata), da Gloria Swanson, e da tante altre. Inoltre c'è da ricordare che la sua carriera era iniziata nei caffè e nei locali come partner di ballo a pagamento per signore, e come gigolò (all'epoca era una figura chiamata taxi-boy).
L'ostilità sciovinista verso il suo modello maschile è abbastanza comprensibile, e verrà incarnata in modo durevole, qualche anno dopo, dal rustico cow-boy tipo John Wayne.





In questa foto, Rodolfo Valentino e Pola Negri  al matrimonio di una collega.









In questi ultimi anni, contemporaneamente al progressivo sdoganamento dell'omosessualità, si è diffusa una certa letteratura che descrive Rodolfo Valentino come gay, impotente con le donne, compagno di Ramon Novarro, altro divo del periodo, e di molti altri. Non possiamo escludere niente, ma è probabile che sia stato bisessuale.




































La sua prestanza fisica e i lineamenti evidentemente latini lo consacrarono all'inizio della sua carriera a ruoli di gangster, conquistatore spavaldo e corruttore di vergini. In seguito, questa particolare fisicità gli regalò molti ruoli esotici: il torero, lo sceicco, il bandito della steppa, il pirata, il rajah, il gaucho ecc. La personalità reale di Valentino fu inevitabilmente stratificata sotto un macro-personaggio narrativo di latin lover e di


 




eroe romantico che condizionò il pubblico nel giudicare l'uomo: le vicende private, i pettegolezzi, i fallimenti matrimoniali e le voci sulle sue preferenze sessuali si sovrapposero ai personaggi interpretati, creando una figura di star sfuggente e fascinosa.















Si trattò dunque di un fenomeno sociale, con un pubblico di massa devoto, che lo rese protagonista di un'idolatria senza precedenti, e mai più raggiunta dopo. 







La sovrapposizione concettuale fra attore, uomo e divo fu tipica dello star-system hollywoodiano fin dai suoi albori. E sempre lo star-system pianificava già allora la narrativizzazione delle star, in modo che il pubblico potesse sentirle più vicine, quasi vampirizzarle. Risalgono all'epoca i primi e numerosi fan magazines, pieni di gossip e foto.








Nel caso di Valentino il fenomeno raggiunse proporzioni inaudite, con confusione totale tra i personaggi e l'uomo.


Si può dunque affermare che il fenomeno del divismo fu sempre alimentato dall'attiva collaborazione fra mass media. L'industria cinematografica, i rotocalchi, i fan magazine, la radio, insieme contribuirono a trasformare l'attore in un'icona onnipresente.



Valentino, su tutti, faceva scattare i deliri della folla feticista.
Questo meticcio tenebroso era, come altri divi degli anni '20, una figura trasgressiva, seduttrice, ambigua, legata al sesso più che all'amore, una figura soprannaturale, ovviamente diversa dall'uomo-attore.













L'industria cinematografica cercò anche di lavorare sul ridimensionamento dell'origine italiana del divo, per allontanarlo dall'immagine dell'immigrato violento, ignorante, indigente. Cercarono di evidenziarne il lato colto e raffinato, e l'origine borghese (fatti reali), mentre i detrattori ne parlavano con tratti xenofobi, come di un immigrato di estrazione proletaria. Curiosamente, prevalse spesso l'immagine più lontana dalla verità.


Eppure Rodolfo Valentino fu sempre attento alla propria rappresentazione, cercando spesso il contatto col pubblico, rilasciando dichiarazioni e interviste, facendo conferenze stampa, pubblicando anche un'autobiografia (scritta da un ghost-writer, ma con un testo concordato e a firma di Valentino) e con foto pubblicitarie a profusione.





Ma chi erano i fan di Valentino?
A giudicare dalla posta dei fan magazine erano soprattutto donne frustrate, affamate sessualmente, che guardavano a lui come ad un esemplare maschile totalmente diverso dall'americano medio. Erano donne che la guerra aveva portato all'emancipazione e al voto, ma che ancora erano prigioniere di un mondo maschilista governato dalla repressiva morale WASP. Erano adolescenti, maschi e femmine, alla ricerca di consigli sui rapporti sessuali, giovani menti piene di sesso e di emozioni, ed anche uomini il cui immaginario erotico veniva segnato da un processo di identificazione accompagnato dal desiderio di studiare l'immagine del divo e la sua tecnica con le donne.
Consiglio a tutti la visione di un bellissimo film di Woody Allen del 1985, interpretato da Mia Farrow: La rosa purpurea del Cairo, film che racconta con grande sensibilità come una donna, sposata ad un uomo violento, si innamori e cominci a vivere dentro la finzione cinematografica. 

Poster de La Rosa Purpurea del Cairo, film di Woody Allen, 1985


La tipizzazione negativa del divismo di Valentino, che fu diffusa dai giornali dell'epoca, si dovette in gran parte proprio all'effetto eccessivo che produceva sul pubblico femminile (peraltro condizionato dagli stessi media): disordini di piazza e scene di isteria che culminarono al momento della sua prematura scomparsa, assumendo una dimensione drammatica senza precedenti durante i funerali.








A fianco, la fidanzata Pola Negri accompagnata da amici.




 Folle tumultuanti, donne senza controllo, più di cento feriti, attimi di terrore quando le vetrate della camera ardente furono sfondate dalla folla, spiegamento di polizia a cavallo, innumerevoli carri per portare via i quintali di fiori arrivati da ogni angolo del pianeta (la sola Pola Negri fece portare 4000 rose rosse).
Seguirono una trentina di suicidi, fra cui un giovane uomo trovato a letto ricoperto di foto del divo.





..........

Nel film I quattro Cavalieri dell'Apocalisse, che lo consacrò al successo, vestiva i panni di un audace libertino. Rimase celebre la scena iniziale del tango, sensuale e scatenato, che lasciò senza respiro milioni di donne americane.


Il film Monsieur Beaucaire (1924) non fu un grande successo. Come in altre occasioni, il trucco e le scene erano state curate dalla moglie Natacha Rambova (per questa costante ingerenza Valentino era stato fatto oggetto di molte critiche). Il trucco era molto pesante, gli abiti carichi di pizzi e volant e i gesti un po' leziosi. Da un punto di vista filologico era tutto abbastanza corretto, visto che si svolgeva alla corte di Luigi XV, e per di più ne faceva una palese satira. Ma l'attore aveva abituato il suo pubblico a personaggi più virili. Non a caso il film piacque meno nelle piccole città, davanti ad un pubblico meno colto e più provinciale.
Nello stesso anno uscì nelle sale una parodia di Stan Laurel (non ancora in coppia con Hardy) intitolata Mr. Dont'care.

















Il film Lo Sceicco, del 1921, fu tratto (così come il seguito, Il Figlio dello Sceicco, uscito postumo) da un romanzo della scrittrice Edith Maude Hull pubblicato due anni prima. Il libro, grande successo letterario, aveva fatto scalpore al momento della pubblicazione, ed era stato tacciato addirittura di pornografia. Narra di un'aristocratica inglese rapita da un bellissimo sceicco e portata nella sua lussuosa tenda nel deserto, dove viene ripetutamente violentata ma finisce per innamorarsi, a seguito di una specie di sindrome di Stoccolma ante litteram. Ciò che fece scandalo fu soprattutto il fatto che alla protagonista non dispiacciono i rapporti carnali col suo rapitore, anzi tutt'altro. Il romanzo fu pubblicato in Italia da Salani nella collezione ''I romanzi della rosa'', con la copertina azzurra che distingueva quelli più osé destinati alle signore già sposate e non adatti alle signorine. Il film, onde evitare problemi, non contempla la violenza carnale: lo sceicco rapitore viene dapprima fermato da una provvidenziale tempesta di sabbia, in seguito è preso dai rimorsi e rinuncia, pur tenendo la ragazza prigioniera presso di sè. Naturalmente alla fine si scopre che l'uomo non è un beduino selvaggio bensì il figlio di un nobile inglese.










 FINE

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lunedì 9 maggio 2016


CRONACA
DIVULGAZIONE

 
MARILYN MONROE 
(PAZIENTI ILLUSTRI N° 6)




Il 5 Agosto 1962, una domenica, si diffuse la notizia che Marilyn Monroe, all'età di 36 anni, era morta. Sul certificato fu scritto "Probabile avvelenamento da barbiturici", ossia suicidio.
Era stata trovata nella sua camera dal suo psichiatra, Ralph Greenson, distesa prona sul letto, nuda, coperta dal lenzuolo, la mano allungata sul telefono. Sul comodino era il flacone vuoto di Nembutal, barbiturico prescrittole per la grave insonnia di cui soffriva.


 La versione delle ultime ore di M. M. data da coloro che la videro e sentirono nell'ultimo giorno della sua vita fu più o meno questa:
La sera del 4 Agosto, alle 19,00, il figliastro Joe Di Maggio jr. (figlio del 2° marito di M.) le telefonò per raccontarle la fine del suo fidanzamento con una ragazza sgradita sia a M. che al padre. Riferì che M. a quell'ora stava bene, scherzava e sembrava di buon umore.
Subito dopo, alle 19,20, M. ricevette la telefonata dell'attore Peter Lawford (cognato dei Kennedy) che la invitava a cena (invito che la Monroe aveva già rifiutato la mattina). Lawford riferì che la conversazione di M. era difficoltosa e impastata, e che lei chiuse la telefonata velocemente. Lui la richiamò subito, ma trovò occupato. Allarmato, alle 20,00 chiamò su un'altra linea la governante e amica Eunice Murray, che abitava a casa di M. nella zona ospiti. Questa andò a controllare ma, vedendo che la luce filtrava sotto la porta, tornò al telefono e disse che le pareva tutto normale. Poco convinto Lawford cercò a più riprese di mettersi in contatto con M. senza riuscirvi.
Alle 22,00 la luce continuava a filtrare sotto la porta e la Murray andò a dormire senza disturbare M. Ma in piena notte, in preda agli scrupoli, andò a controllare nuovamente. La luce era ancora accesa, M. non rispondeva e la porta non si apriva. 
Alle 3 di notte lo psichiatra dr. Greenson ricevette la telefonata della Murray, arrivò quasi subito, ruppe il vetro della finestra ed entrò nella stanza. Fu chiamata un'ambulanza, ma poi fu rimandata indietro. Infine alle 4,30 fu chiamata la polizia.


Gli agenti trovarono sul comodino diversi flaconi di pillole, ma nessun bicchiere nè acqua per mandarle giù (in seguito fu trovato un bicchiere sotto il letto, ma all'ispezione della polizia questo non c'era).


A questo punto è difficile orientarsi nel guazzabbuglio: lo psichiatra, il medico legale e la governante modificarono più volte le loro versioni, così come il referto autoptico presentava diverse incongruenze, sparirono molte fotografie mediche, diapositive dei tessuti esaminati e alcuni campioni. Il livello di Nembutal nel sangue era elevatissimo, ma non ve n'era traccia nell'apparato digerente nè, secondo l'autopsia, vi erano tracce di iniezioni sull'epidermide.
La ridda di versioni, le bugie, le contraddizioni e i vuoti temporali mai spiegati sono ben raccontati alla voce ''Morte di Marilyn Monroe'' su Wikipedia. Qui invece mi interessa raccontare le varie patologie dell'attrice, le quali non furono evidentemente causa di morte, ma indirettamente vi contribuirono. 
M. M. nacque a Los Angeles nel 1926, come Norma Jean Mortenson. Non conobbe mai il padre. La madre Gladys soffriva di disturbi psichici, come del resto la nonna, e quando la donna fu ricoverata in manicomio, M. andò a vivere con la migliore amica di Gladys, che diventò la sua tutrice. 
La leggenda di una M. M. bambina, che passava da una famiglia affidataria all'altra, maltrattata e costretta a subire violenze, fra cui svariati stupri, sembra essere il frutto di voci messe in giro dall'attrice stessa durante alcune interviste, ma non risponde a verità. Il desiderio di suscitare interesse, compassione e affetto negli altri era molto vivo in M., e talvolta causa di comportamenti inappropriati e di una certa mitomania. Del resto risentì sempre della mancanza di una famiglia normale. Ed è comunque vero che passò un paio d'anni in un collegio (peraltro di buon livello) quando la tutrice si sposò e reputò preferibile togliersi la ragazza di torno. Anche per questo la donna spinse M. a sposarsi molto giovane, a sedici anni, affinchè si sistemasse.


M. desiderava una carriera cinematografica; a questo scopo iniziò a lavorare come modella (spesso erano servizi di nudo) e si pagò così un corso di recitazione. 





Per qualche tempo fece la comparsa , poi cambiò look, colore dei capelli e nome, e fu notata da John Huston che la scritturò per un piccolo ruolo nel film Giungla d'Asfalto. Era il 1950, e fu l'inizio della sua carriera cinematografica e del suo successo. Aveva allora 24 anni.

Ciononostante fu proprio in quegli anni che cominciarono a manifestarsi le prime crisi depressive e la sua aggressività verso registi e produttori. L'uso di farmaci e alcol divenne massivo e, a parte i suoi tre mariti, passò da un amante all'altro con una serialità che pareva eccessiva anche per l'ambiente hollywoodiano, in una perenne ricerca di affetto, rassicurazioni e conferme.

Le sue innumerevoli relazioni ebbero tutte breve durata come se, nonostante la sua bellezza e il suo fascino, non le riuscisse di far innamorare davvero nessuno (a parte Joe Di Maggio, suo secondo marito, che le rimase devotamente amico anche dopo la separazione).









 Desiderosa di ricevere amore si concedeva un po' a tutti, apparentemente incapace di giudicare quando qualcuno meritasse o meno la sua fiducia. M. confessò al suo analista di non aver mai provato un orgasmo; attribuiva questo a qualche brutta esperienza avuta da bambina. Sta di fatto che era frigida, e questo non aiuta certo in una relazione. A riprova di questo blocco ci dà un'altra testimonianza la biografia del poco cavalleresco attore Tony Curtis il quale ebbe una storia con M. nei primi anni '50: 

''Quello che ho vissuto con lei è stato indimenticabile. Quando ero a letto con lei non sapevo mai dove fosse la sua mente. Era un'attrice. Sapeva recitare un ruolo. Sapeva farti sentire esattamente come un uomo vuole sentirsi in certe situazioni. Io non ho mai chiesto di più [...] Eravamo molto innamorati, ma lei era praticamente frigida.''



 
I crolli di umore di M. potevano arrivare all'improvviso, per le più piccole banalità. Alternava periodi di bulimia ad altri di anoressia, con conseguenti modifiche del peso. Per esempio, era piuttosto ingrassata  quando girò A Qualcuno Piace Caldo, creando qualche problema alla costumista. Tony Curtis, che recitava con lei in quel film, raccontò di averla trovata molto cambiata dai tempi della loro relazione: ''Aveva perso quasi completamente fiducia in se stessa, era strana, svagata, assente...''.







 La psicopatologia di M. era di tipo distruttivo. Le innumerevoli sedute di analisi cui si sottopose non portarono mai alcun beneficio, anzi la resero dipendente. La sua ossessiva mania di perfezionismo fu di nocumento alla sua carriera. Obbligava spesso il regista e la troupe ad estenuanti ripetizioni delle sue scene, alla ricerca della perfezione, essenziale ai suoi occhi per il conseguimento del successo. Perfezione che alla fine arrivava, ma a scapito delle tabelle di marcia, del budget e della pazienza di tutti. Questo atteggiamento, unito ai ritardi per trascuratezza o ubriachezza, alle crisi isteriche e alle varie assenze più o meno ingiustificate, la resero professionalmente inaffidabile e invisa a molti, e causarono il licenziamento in tronco dal set del suo ultimo film (mai completato) Something's got to give. 

Nella sua vita subì un numero imprecisato di aborti tra spontanei e procurati. In realtà soffriva di endometriosi, e qualunque gravidanza cominciasse era ovviamente a rischio. Il suo desiderio di maternità era però fortissimo e tutto questo non fece altro che aumentare il senso di inadeguatezza che le era proprio.


Probabilmente nonostante gli innumerevoli e poco selezionati amanti, si innamorò poche volte. Certamente perse completamente la testa per Yves Montand (la vicenda è raccontata diffusamente in questo post.). Era il 1960 e l'attrice era all'epoca sposata con Arthur Miller. Il suo orgoglio subì un duro colpo quando Montand, dopo breve tempo, tornò dalla moglie. Ne seguì una brutta depressione. 
Lui in seguito dichiarò: ''Se mia moglie non mi avesse perdonato e ripreso con sè, probabilmente la mia storia con M. sarebbe potuta durare un anno, o poco più. Le uniche persone che lei frequentava erano i suoi psichiatri, i medici e i truccatori. Era una donna molto sola.''


Un altro uomo di cui certamente si innamorò, perdendo ogni capacità di giudizio, fu nel suo ultimo anno di vita Robert Kennedy,  il quale, presumibilmente per tacitarla e tenerla tranquilla pare che avesse promesso di sposarla (lui, sposatissimo e con già sette degli undici figli che avrebbe avuto dalla moglie); così almeno lei raccontava a destra e a manca con scarsa prudenza, accennando ad un uomo molto importante che per lei avrebbe lasciato la moglie, e dal quale attendeva un bambino. Poichè la sua relazione con Bob era nota nell'ambiente, era facile fare due più due. E un paio di improvvisi viaggi in Messico posero fine alla gravidanza, probabilmente su imposizione dei Kennedy.
 
La psicoanalisi, a metà del secolo scorso, esercitava un'influenza profondissima nel mondo del cinema. Registi, attori, sceneggiatori, tutti erano in analisi. M. M. fu in cura da almeno cinque analisti: vi cercava un aiuto per la sensazione di inadeguatezza di cui era vittima. Peraltro, anche gli uomini che frequentava erano sotto analisi, compreso il terzo marito, il commediografo Arthur Miller, o uno dei suoi ultimi flirt, Frank Sinatra. 





 A proposito di Arthur Miller, M. se ne innamorò perchè rappresentava per lei una figura  autorevole, l'uomo di cultura, brillante, di successo, al di sopra del mondo di superficialità e lustrini di Hollywood. Forse c'era una buona dose di complesso di Edipo nel suo rapporto con lui. Sta di fatto che Miller era un po' troppo per M. sicchè l'unione non funzionò: lui si sentiva superiore culturalmente, e non condivideva con lei la propria vita intellettuale, cosa che non aiutò di certo la povera M. a recuperare un po' di autostima.





Fra i vari psichiatri che seguirono M. (senza alcun successo, come del resto ci si poteva aspettare con una patologia di tipo genetico-ereditario) l'ultimo, e per M. il più importante, fu Ralph Greenson. Questi pubblicò, tra l'altro, un libro di Teoria e Pratica Psicoanalitica, una sorta di vademecum di regole professionali che puntualmente trasgredì tutte quando si occupò di lei: si creò tra i due un rapporto strettissimo, profondo e ossessivo (non sessuale) in cui era coinvolta anche la moglie del medico. Alla paziente M. era consentito chiamare Greenson a tutte le ore del giorno e della notte, le sue sedute quotidiane duravano dalle 16 alle 20, e spesso la paziente rimaneva a cena con la famiglia di lui. Inoltre ne frequentava i figli. 



Nel 1961 fu palese che la dipendenza da alcol e psicofarmaci aveva minato la sua salute. C'erano stati un paio di ricoveri in case di cura per malattie psichiatriche e, sempre nel '61, un intervento alle tube di Falloppio. Soprattutto vi fu un intervento per calcoli biliari. Come se non bastasse, alla dimissione, durante l'assalto dei giornalisti era stata colpita incidentalmente con un microfono. Questi problemi le impedirono di lavorare per tutto quel terribile anno.
Nel '62 iniziarono le riprese del film Something's got to give, con un ritardo di diversi mesi a causa dei recenti interventi chirurgici di M. Ma subito furono sospese: M. aveva frequenti sinusiti con febbre alta. In seguito continuò a marcare visita o a presentarsi con grandissimo ritardo. Altre volte fece sospendere la lavorazione accusando malesseri, finchè l'intera troupe cominciò ad odiarla.

  Infine venne il giorno che non si presentò affatto, essendo volata in elicottero a New York per cantare Happy Birthday al compleanno di John Kennedy, al Madison Square Garden. John Kennedy aveva avuto una relazione con lei fino alla sua elezione come presidente degli Stati Uniti. Poi aveva prudentemente diradato gli incontri passandola al fratello Bob.
Al compleanno di Kennedy M. si presentò con un abito quasi indecente (che potete apprezzare qui in un post relativo ad esso) e cantò per lui senza sbagliare una nota, ma senza voce e apparentemente ubriaca. 








Dopo quest'ultima defezione, la casa produttrice la licenziò in tronco e le fece causa per mezzo milione di $.
Fra le poche scene girate ve n'è una in cui M. nuota nuda in piscina. Per girarla rimase in acqua molte ore, cosa che non contribuì a migliorarne la salute.







All'inizio di quell'anno il rapporto col suo psichiatra Greenson si era fatto così ossessivo e pressante, e la dipendenza di M. così stretta, che l'uomo non ne potè più. Sentì dunque il bisogno di allontanarsi almeno per un po', partendo con la famiglia in Europa, ed affidandola ad un collega.
Era il 1962 e M. si sentì sprofondare in un abisso. Ricominciò a frequentare Frank Sinatra e i suoi amici mafiosi, ma poco dopo Frank chiuse la storia con lei, annunciando che si sarebbe sposato con Juliet Prowse. Cosa che poi non fece, ma che purtroppo tempo prima, aveva promesso a lei. Contemporaneamente l'ex marito Arthur Miller convolò a nuove nozze. M. ci rimase così male che perse 7 Kg il che le permise se non altro, di apparire in splendida forma nelle famose scene di nudo della piscina, ma contemporaneamente la rese incapace di lavorare.



Billy Wilder che la diresse nei suoi film migliori, diceva di lei che aveva i seni sodi come il granito, ma un cervello pieno di buchi come l'emmenthal. Tuttavia sembra difficile essere talmente sciocca  da importunare i Kennedy con continue chiamate telefoniche, con regali non richiesti e compromettenti (come il famoso Rolex d'oro spedito a John con tanto di dichiarazione d'amore incisa e firmata, quando già era stata da lui congedata, e che Kennedy passò subito ad un dipendente) e infine minacciarli di rivelazioni e della pubblicazione del suo diario segreto. Ma questo è ciò che molti pensano sia stato l'antefatto, nonchè la causa, della morte di M., uccisa con una supposta di barbiturici perchè ormai trasformata in mina vagante, tra stupefacenti, alcolismo e incapacità di autocontrollo. 



Se oggi Marilyn fosse ancora viva sarebbe brutta e vecchia, avrebbe probabilmente conosciuto il calo della popolarità, gli ultimi film girati avrebbero incassato poco, si sarebbe rifatta labbra e zigomi rendendosi ridicola come tante altre, e si farebbe fatica a ricordare quanto è stata sexy.
Ma come sempre avviene per chi muore giovane e bello e sulla cresta dell'onda, tale per tutti è rimasta Marylyn Monroe, come è accaduto a Rodolfo Valentino, a James Dean, a Che Guevara o a Lady Diana. E quando si è giovani e belli e nel pieno della popolarità, si entra di filato nel Mito, si diventa un'icona e l'immagine del personaggio non si appannerà mai. 



FINE