martedì 26 luglio 2016

CRONACA


SALMONELLA MARY
  (Typhoid Mary) 

 

Tra i microbiologi italiani è conosciuta familiarmente come Salmonella Mary, ma è nota in tutto il mondo come Typhoid Mary. Il suo vero nome era Mary Mallon, irlandese nata nel 1869 e trasferita negli Stati Uniti, dove svolgeva il mestiere di cuoca, ben remunerato e di un certo prestigio rispetto a quello di cameriera o di lavandaia. Lavorò infatti presso famiglie agiate, e questo contribuì in seguito alla scoperta del pericolo gravissimo che costituiva per la società, e al suo conseguente isolamento.



Nell'estate del 1906 il ricco banchiere di New York, Charles Henry Warren, affittò una casa per le vacanze a Oyster Bay, a Long Island, e vi si trasferì con tutta la famiglia. Fu una vacanza disastrosa: nelle prime settimane, tra agosto e settembre, sei degli undici componenti della famiglia si ammalarono di febbre tifoidea, con diarrea, vomiti, temperature altissime, dolori addominali e esantema. 
Poichè le epidemie di febbre tifoidea erano ritenute appannaggio dei ceti sociali più bassi, con qualità di vita inferiore, mancanza d'acqua corrente e ambienti insalubri, il banchiere Warren volle scavare a fondo nella vicenda.




  Impiegò all'uopo un esperto di igiene, il dottor Soper, affinchè indagasse. 
Costui si dimostrò un uomo preciso e ostinato, e riuscì a ricostruire una lunga serie di accadimenti.
Anzittutto scoprì che la famiglia Warren aveva assunto una cuoca per la casa delle vacanze, la quale era rimasta in servizio per circa tre settimane, e aveva poi lasciato l'impiego proprio quando i primi componenti della famiglia si erano ammalati. La cuoca fu descritta come un donnone irlandese di circa 40 anni, con l'aria florida e in salute. Mary Mallon era andata via senza lasciare alcun recapito. 
Continuando ad indagare Soper scoprì che poco tempo prima, nello stesso anno, Mary aveva lavorato presso un'altra famiglia newyorkese, a Park Avenue, e si era frettolosamente licenziata dopo che vi era scoppiato un focolaio di tifo, due componenti della servitù erano stati ricoverati, e la figlia dei padroni di casa era morta. 
Inseguendo gli insoliti focolai di febbre tifoidea negli ambienti ricchi ed eleganti di New York, Soper scoprì che sempre c'era stata per breve tempo in ciascuna delle case infettate una cuoca che rispondeva alla descrizione di Mary Mallon, che ai primi segni della malattia fra le persone di casa, si licenziava e scompariva. In un'altra zona di Manhattan un'intera famiglia si era ammalata, e la lavandaia era morta. In casa di un avvocato erano stati contagiati sette degli otto componenti della famiglia. Insomma, ovunque andasse, la grossa cuoca irlandese, ritratto della salute, lasciava una scia di malattia e morte. 



Si stima che nel corso della sua vita lavorativa Mary abbia direttamente infettato almeno 51 persone, di cui  almeno tre decedute (secondo altre stime i morti furono molti di più, difficile stabilirlo, a causa delle numerose false identità che negli anni aveva assunto). Non si contano ovviamente coloro i quali presero l'infezione perchè a loro volta contagiati da questi malati: in quell'anno a New York circa 3000 persone furono infettate dalla salmonella typhi, e si pensa che Mary sia stata la portatrice sana, il cosidetto paziente zero. C'è anche da tener conto che gli antibiotici non furono disponibili fino al 1948.



Quando Soper riuscì finalmente a rintracciare Mary Mallon, la affrontò spiegandole che probabilmente lei stessa era la causa della malattia e della morte dei componenti delle otto famiglie in cui aveva lavorato negli ultimi anni, e le domandò campioni di sangue, feci e urine.





 Ora, benchè si fosse a conoscenza del fatto che le salmonelle fossero i vettori della febbre tifoidea, il concetto di 'portatore sano' era assolutamente nuovo. Mary, vedendosi accusata, udita la pretesa di Soper, e soprattutto sentendosi sana come un pesce, si infuriò e cacciò via l'uomo minacciandolo con un forchettone. 











Soper dovette tornare dalla donna accompagnato dalla polizia, da una dottoressa e da un ufficiale sanitario. Ci fu un inseguimento di alcune ore, un corpo a corpo, ma alla fine Mary fu presa e obbligata a fornire i campioni richiesti. Poichè questi risultarono positivi la donna fu posta in quarantena al Riverside Hospital, nella North Brother Island, alloggiata in un cottage.








Quel che resta oggi del Riverside Hospital sulla Norh Brother Island




Praticamente fu 'imprigionata' senza processo: la legge non si era mai trovata davanti ad un caso del genere. La donna era una mina vagante, ma non colpevole. Essa era convinta infatti di essere  perseguitata ingiustamente. Dopo due anni di confino, disperata, citò in giudizio il Dipartimento della Sanità, ma senza successo.




 
L'isola oggi disabitata, tra Bronx e Queens

 Nel frattempo veniva trattata con antibatterici aspecifici, lassativi e lievito di birra, che tuttavia non risolsero il problema. Poichè si stabilì che le salmonelle avevano colonizzato la cistifellea, le fu proposto di sottoporsi ad un intervento chirurgico per la sua asportazione. Mary, ovviamente, rifiutò. 

Mary fotografata durante la sua prima quarantena.


Probabilmente Mary aveva avuto in un dato momento della sua vita, una forma molto leggera di febbre tifoidea, passata inosservata, che l'aveva lasciata immune, ma l'aveva anche trasformata in una specie di serbatoio di salmonelle attive. Il contagio delle salmonelle avviene per via oro-fecale e appare chiaro che la cosa principale che le autorità avrebbero dovuto fare nel caso di Mary era quella di darle un'adeguata istruzione igienico-sanitaria.   
 Mary Mallon era una persona poco pulita, come tante altre dell'epoca. Non dava grande importanza all'abitudine di lavarsi bene le mani con sapone prima di manipolare il cibo, e si sarebbe dovuto battere su quel tasto, più che usarle la violenza del confino, e darle una nuova formazione lavorativa che fosse lontana dal campo dell'alimentazione. (Fra l'altro, oltre alla pulizia, anche la cottura dei cibi è importante, perchè le alte temperature uccidono i batteri. Disgraziatamente, uno dei piatti forti di Mary era il gelato alle pesche, preparato in gran parte a crudo).

 Invece fu lasciata sola e trascurata, una donna di mezza età, straniera, senza risorse economiche, senza più dignità, considerata dalla stampa come un pericolo pubblico, e addirittura 'un mostro'. Questo spiega, se pure non giustifica, il suo comportamento successivo.
Nel 1910 il nuovo Commissario di Salute Pubblica di New York decise di 'rivedere' il caso Mallon: pareva troppo ingiusto tenere in isolamento una donna che non aveva subito alcun grado di giudizio. Le fu sommariamente spiegata la sua situazione, le fu fatto divieto di riprendere la sua professione di cuoca, e le si procurò un impiego come lavandaia. 
Ma Mary, amareggiata dai trattamenti subiti e dalla sua discesa economica e sociale (il mestiere di lavandaia era più faticoso e meno remunerato), sparì dopo qualche tempo senza lasciare tracce. Forse la donna non aveva ben compreso che la sua attività di cuoca era un pericolo concreto che metteva a rischio la vita della gente. O se lo comprese non se ne preoccupò. In pratica, ciascuna delle parti si fossilizzò senza venirsi incontro: il Dipartimento di Salute Pubblica non aiutò realmente Mary, e lei ricominciò a fare l'unico lavoro che conoscesse. Fatto sta che Mary scomparve per cinque anni, usando vari nomi falsi e conducendo la stessa vita di prima: ogni volta che le cose si mettevano male in un posto di lavoro, sgomberava e si trasferiva altrove.


Fu rintracciata dalla polizia nelle cucine di una clinica femminile di New York, dove si erano avuti 25 casi di febbre tifoidea, due mortali. 
Stavolta l'opinione pubblica si lanciò compatta contro di lei, considerandola alla stregua di una specie di serial killer. La quarantena fu decisa come definitiva, nuovamente nell'ospedale di Riverside, da cui non uscì mai più. 


Mary, con gli occhiali, con una dottoressa. 1931

 Divenne una piccola celebrità. Ogni tanto veniva intervistata. Ma nessuno era disposto ad accettare da lei nemmeno un bicchiere d'acqua.
 In seguito le fu data una piccola occupazione nel laboratorio dell'ospedale, quella di lavare la vetreria.
Nel 1932 fu colpita da un ictus, che la lasciò immobilizzata; nel '38 morì, all'età di 69 anni, di polmonite.

FINE

domenica 10 luglio 2016

CRONACA


APPASSIONATI, CELEBRI E DANNATI




Due attori del cinema ''dei telefoni bianchi'', belli, celebri e trasgressivi, si amarono di una passione devastante sullo sfondo dell'Italia fascista, lasciandosi trascinare fino ad una morte drammatica e precoce.
Osvaldo Valenti era nato a Costantinopoli nel 1906, figlio di un barone mercante di tappeti e di madre cipriota. Quando la famiglia si trasferì in Italia era ancora un bambino. Fin da giovane fu avventuroso, eccentrico, trasgressivo.



 Era bello, ma con un'espressione perennemente ironica, beffarda e rapace. Era un seduttore, accumulava avventure focose, brevissime e mai coinvolgenti, aiutato dalla cocaina di cui non nascondeva di fare uso. Ribelle, spavaldo, e esibizionista, gli studi non erano il suo forte, a parte il decadentismo letterario stile Byron o D'Annunzio, dei quali imitava le pose anticonformiste. Conosceva sei lingue, viaggiò molto, e la sua carriera iniziò come comparsa nell'industria del cinema tedesca. 










Quando tornò in Italia il cinema attraversava un periodo di grande crescita. Era il 1937 quando Mussolini inaugurò Cinecittà, reputando la decima Musa un'arma potentissima. Osvaldo Valenti si fece notare da Alessandro Blasetti il quale ne fece il ''cattivo'' per eccellenza, il ''duro'', l'uomo senza scrupoli; in effetti l'uomo che realmente era , o posava ad essere, nel suo quotidiano. Ebbe subito successo e divenne famoso, perchè era anche bravo, espressivo e coinvolgente. 







Furono di questi anni (tra il '38 e il '42) ''Ettore Fieramosca'', ''La corona di ferro'', ''La cena delle beffe'', tutti cupi drammi a sfondo storico, che andavano assai di moda.











Valenti, Clara Calamai e Amedeo Nazzari ne La cena delle beffe



Valenti divenne sempre più un divo, vivendo sopra le righe con autocompiacimento, ostentazione e anticonformismo.


Un'avventura di Salvator Rosa
Il suo personaggio nella vita aveva una tale forza, un tale fascino, che l'uomo poteva permettersi quasi ciò che voleva. Non usò mai il 'voi' prescritto dal regime, era famoso per le caricature e le imitazioni che faceva dei gerarchi e del duce stesso. Ma i suoi sberleffi, pur noti al regime, facevano sorridere. Non si iscrisse mai al partito, eppure nessuno gli negò mai il lavoro.Veniva considerato un istrione, un uomo di spirito, pittoresco e picaresco, null'altro.





Sempre elegantissimo, non badava a spese e viveva nel lusso. Pur essendo l'attore più pagato del cinema italiano conduceva comunque una vita al di sopra dei propri mezzi. I regali alle innumerevoli donne che gli cadevano ai piedi erano di valore enorme, ma teneva molto alla sua libertà. Si sposò con Fanny Musso, donna capricciosa e ricca, e fu un'unione tempestosa di reciproci tradimenti che durò ben poco.






Luisa Ferida (vero cognome Manfrini Farnet, del 1914) era figlia di un proprietario terriero emiliano. Anche lei con poca voglia di studiare, aveva il sogno di recitare; ed iniziò a soli diciasette anni in una compagnia di prosa a Milano. Bella, piena di temperamento, zigomi alti, naso largo, bruna, zingaresca, sensuale, e caparbia. Arrivò al cinema a ventun'anni, non le mancavano le qualità, ma l'ambiente era già divenuto una giungla. Le spianò la via il produttore Francesco Salvi, più grande di lei, che le procurò le prime parti. La loro relazione d'amore durò fino alla morte di lui per un cancro. 






Blasetti nel 1939 la prese nel cast di ''Un'avventura di Salvator Rosa'', in cui recitava anche Osvaldo Valenti, manco a dirlo, nella parte del cattivo. Luisa pare avesse messo gli occhi su Blasetti, che era impegnato con Elisa Cegani. Per liberarsene, il regista pregò Valenti di corteggiarla. Lui non se lo fece ripetere, e mise in atto tutte le sue collaudatissime capacità di seduttore. Poichè Luisa in realtà stava ancora con Francesco Salvi, ormai malato, Osvaldo ebbe l'intelligenza di fare il galante senza mai mancarle di rispetto.




 Erano molto simili come carattere, anche se provenienti da mondi diversi. Quando Salvi morì, nulla più si potè frapporre fra loro: si dichiararono il loro amore e fu una passione bruciante e inarrestabile. 
















Un'avventura di Salvator Rosa: la Ferida con Gino Cervi


 Lui l'amava di un amore torbido e un po' perverso, lei era impulsiva e pronta a seguirlo in ogni esperienza. Osvaldo la iniziò alla cocaina, divennero inseparabili.










La bella addormentata
 Girarono insieme parecchi film di successo tra il '40 e il '43, e cominciarono a convivere. Prima fu via Margutta, poi un lussuosissimo appartamento ai Parioli. Qui si organizzavano festini, splendide cene, balli, feste a base di champagne, caviale e cocaina. Il piacere era diventato la loro ossessione, il lusso una vera bandiera.

Nel '42 Luisa partorì un figlio, Kim, che visse pochi giorni. Per ambedue fu un dolore terribile che sembrò unirli ancora di più. Osvaldo da allora si portò sempre appresso una scarpina di lana azzurra, ricordo del bimbo, che platealmente baciava pronunciando giuramento se accadeva che qualcuno mettesse in dubbio la sua parola.




Arrivò il 25 luglio del '43 con la destituzione di Mussolini e la fine del regime. Valenti a Cinecittà pagò da bere a tutti brindando alla libertà: non era mai stato simpatizzante del fascismo; il suo animo era individualista e insofferente all'autorità, anche se per convenienza aveva sempre frequentato i gerarchi.
Non è facile capire cosa successe poi, e come mai prese le fatali decisioni che seguirono. Forse la sua voglia di colpire con gesti teatrali, forse il suo eccesso di istrionismo, sta di fatto che dopo una breve vacanza insieme, Luisa e Osvaldo furono tra i pochissimi attori che, in un clima di sbandamento generale, andarono a Venezia dove la repubblica di Salò aveva appena fondato il Cinevillaggio, patetica copia di Cinecittà. 
Si sistemarono in un castello di un amico presso Orvieto, con parenti, amici, i loro cani e i cavalli. Facevano la bella vita pur non avendo più un soldo, a parte enormi crediti che in quel momento di caos non erano esigibili. Ma Osvaldo voleva continuare a vivere come sempre, fra cene lussuose, musiche e balli, maggiordomi, segretari, camerieri, cuochi, persino un poeta col compito di scrivere madrigali per Luisa che era di nuovo incinta.

Oltre all'adesione al Cinevillaggio, fallimentare impresa con la quale girarono il loro ultimo film, ''Un caso di ronaca'', in quel clima di sconfitta palese alla quale in tanti ostinatamente non volevano credere, Osvaldo, addolorato dal nuovo aborto di Luisa ma sempre controcorrente, protagonista, esibizionista, fece il suo bel gesto: lui, che non aveva mai voluto far parte del gregge, dopo aver conosciuto casualmente il principe Junio Valerio Borghese e aver subito simpatizzato con lui, si arruolò nella Decima Flottiglia MAS, sotto il suo comando. Mai scelta fu più improvvida.



 Con la divisa, le armi, l'atteggiamento spavaldo e spaccone, fu un ottimo testimonial per la Repubblica di Salò. Luisa, sempre innamorata, era felice di fargli da spalla, pur temendo le conseguenze di una guerra già persa. Si trasferirono a Milano.
Il compito assegnato a Valenti era far incetta di carburante, ed egli fu efficientissimo. Ma in questo frangente, trovandosi a dover sostare a Piacenza, iniziò una relazione con una donna. Luisa, troppo innamorata per non capire, lo affrontò con tale rabbia e violenza che l'uomo non riuscì a negare ad oltranza come sarebbe stata sua intenzione, e dovette soccombere. Chiese perdono, e fu perdonato. Ma Luisa fu durissima.
Coinvolto in una brutta storia di ricettazione, mai ben chiarita, finì in carcere. Per uno vissuto perennemente nel lusso fu orribile. 


Chiese aiuto a Pietro Koch, conosciuto da poco, che provvide subito a farlo uscire. Poco o nulla Osvaldo doveva sapere di quest'uomo, un brutale delinquente, capo di una banda di torturatori di partigiani e di loro veri o presunti fiancheggiatori. Era di aspetto distinto ed elegante, e conduceva una vita di gozzoviglie in una villa in via Paolo Uccello. Koch era entrato nelle grazie dei tedeschi e in quelle di Mussolini, il che gli garantiva una sorta di impunità. Le inaudite sevizie a cui sottoponeva i suoi prigionieri fecero ribattezzare in seguito la  casa che aveva requisito, da Villa Fossati a ''Villa Triste''. 








 Si procurava con facilità grandi quantitativi di cocaina, e forse fu questa la ragione per cui Osvaldo Valenti, talvolta con Luisa, talvolta solo, prese a frequentare la casa di Koch. Vi erano ricevuti con tutti gli onori, cenavano, sniffavano, chiacchieravano. Probabilmente sapevano dei prigionieri nei sotterranei, si dice che talvolta scendessero a vederli, ci parlassero, offrissero sigarette.Si pensa che non videro mai torture e sevizie.

Erano tempi in cui si viveva alla giornata, Osvaldo nella Decima, Luisa a recitare in un teatro cittadino, col regime che aveva i mesi contati. Continuarono la loro vita quando Mussolini finalmente si rese conto di cos'erano Koch e la sua banda, ordinò un blitz in via Paolo Uccello e fece arrestare tutti. (Koch finirà fucilato nel '45).
Con la Repubblica di Salò agli sgoccioli e i nazisti che si preparavano alla resa (avevano incaricato Valenti di rastrellare valuta pregiata), finalmente Osvaldo aprì gli occhi. Da uomo non abituato alla politica, si convinse che i partigiani avrebbero preso per buone le sue argomentazioni e, con un'ennesima scelta sbagliata, si consegnò a loro cercando protezione per sè e per la sua compagna nuovamente incinta.

Vero Marozin con alcuni degli uomini della Brigata Pasubio
I partigiani finsero di credergli, si comportarono cordialmente con lui e con Luisa, cercarono di carpirgli qualche segreto, ma lui pur disposto a parlare, poco sapeva. Il principe Borghese non l'aveva mai preso sul serio nè messo a parte di segreti. Il gruppo era al comando di ''Vero'' Marozin (un criminale sul quale pendeva una condanna a morte del Comitato di Liberazione Nazionale veneto per sfuggire alla quale si era rifugiato a Milano) il quale era in contatto col partigiano Pertini. Pertini chiese a Marozin:''Hai prigioniero anche Valenti?'' Alla risposta affermativa Pertini disse: ''Fucilali, non perder tempo, è un ordine tassativo del CNL, ricordati!''.
 Di quest'ordine del CNL non è mai stata trovata traccia, nessuno lo vide. L'unica cosa scritta che si è trovata è solo un foglio datato 25 aprile che dice: ‘...il CLN su proposta dei socialisti vota all' unanimità il deferimento al tribunale militare di Valenti Osvaldo e Ferida Luisa per essere giudicati per direttissima quali criminali di guerra per avere inflitto torture e sevizie a detenuti politici’. Ora appare chiaro come un ''deferimento'' sia cosa diversa da una sentenza di morte, ma in quei giorni terribili nessuno andava per il sottile, e c'era la fucilazione facile.
I due attori erano stati alloggiati in una cascina di Baggio, ufficialmente per proteggerli. Quella sera chiacchierarono del più e del meno con i partigiani, poi Marozin comunicò loro che sarebbero stati processati. I due allibirono, sentendosi traditi. Il primo ad essere interrogato fu Osvaldo, che negò ogni addebbito mostrandosi davvero poco convincente. Soprattutto gli fu contestata la frequentazione di ''Villa Triste''. Qualcuno volle credere che fosse anche lui un aguzzino, benchè fosse facile dimostrare il contrario.
La Ferida invece non fu interrogata. Quando i due si riunirono, pieni di angoscia stilarono insieme un memoriale che avrebbe dovuto dimostrare la loro innocenza. Quando l'indomani consegnarono lo scritto, nessuno si preoccupò di leggerlo. La loro sorte era già decisa: lui aveva aderito alla Repubblica di Salò, era stato in buoni rapporti con Koch, si era arruolato nella Decima, e tanto bastava. E Luisa? Colpevole di averlo amato e seguito. 
Nei giorni seguenti i due amanti continuarono ad essere oggetto di trattamenti contradditori, una sorta di doccia scozzese, chiacchierate rassicuranti con Marozin, un nuovo processo farsa, ore di solitaria reclusione, mentre Marozin continuava a ricevere continue telefonate dal partigiano Pertini che sollecitava la fucilazione. In realtà Marozin stava tentando uno scambio con cinque dei suoi presi prigionieri dai tedeschi, ma il tentativo fallì. Nel frattempo ne approfittò per depredare i prigionieri svaligiando la casa di Milano, e togliendo loro i gioielli e i soldi liquidi che avevano indosso.

La notizia della loro morte per fucilazione fu annunciata dai giornali come avvenuta il 29 aprile, ma avvenne la notte del 30. I due, ormai disfatti e in lacrime, furono fatti uscire, portati in camion in via Poliziano, fatti scendere e uccisi con una raffica di mitra. Morirono abbracciati, mentre Osvaldo teneva in mano la scarpina di lana azzurra. Sui loro corpi furono poggiati dei cartelli scritti in rosso: I partigiani della Pasubio hanno giustiziato... Osvaldo Valenti sul cartello di lui, Luisa Ferida su quello di lei.



Attratto dal rumore delle raffiche accorse da una casa vicina un prete, Adolfo Terzoli, il quale, letti i cartelli, chiamò un'ambulanza e li fece portare all'obitorio. Qui giunto, come raccontò in seguito, quasi svenne: sui tavoli di marmo vi erano 140 cadaveri raccolti nelle strade di Milano in quel solo giorno.








Marozin negò sempre di essere responsabile della sparizione delle enormi ricchezze che i due avevano posseduto, e che non furono mai più ritrovate. Ma riguardo alla vicenda ebbe in seguito modo di dire: ''La Ferida non aveva fatto niente, ma veramente niente, Ma era con Valenti. La rivoluzione travolge tutti.''
In realtà, così come la loro popolarità era tornata utile al regime, ora tornava utile ai partigiani: si colpiva il simbolo. La vita dei due attori era stata spettacolo, e altrettanto doveva esserlo la loro frettolosa condanna, che doveva costituire un esempio.

Negli anni successivi la madre della Ferida (che aveva seguito la coppia a Milano) chiese (e ottenne) una pensione di guerra per la morte della figlia per cause belliche. Si dovettero perciò fare i dovuti accertamenti, dai quali risultò una volta per tutte che 'la Manfrini, (vero nome della Ferida), dopo l'8 settembre 1943 si è mantenuta estranea alle vicende politiche dell'epoca e non si è macchiata di atti di terrorismo e di violenza in danno della popolazione italiana e del movimento partigiano'.
La Corte d'Appello di Milano stabilì in seguito che sia la Ferida che Valenti non erano stati giustiziati bensì assassinati, come tanti altri del resto, da ambo le parti. In quei giorni di guerra fratricida molti crimini furono perpetrati, in nome di alti ideali o a causa di feroci istinti. Non è facile riuscirci, ma dovremmo giudicare queste atrocità in relazione alla gravità e al caos del momento: la guerra civile italiana.

venerdì 1 luglio 2016

ARTE - DIVULGAZIONE


IL DOLORE DI FRIDA
(PAZIENTI ILLUSTRI N°7)

Frida Kahlo, pittrice messicana del XX secolo, grazie alla sua forte personalità e alla carica innovativa, ha ormai raggiunto una totale globalizzazione nonchè una fortuna dilagante. Tutta la sua opera rappresenta narcisisticamente la sua vita scandita dal suo personale dolore; un dolore fisico che non l'abbandonava mai, dovuto alle sue patologie, e un dolore psicologico dovuto ai lunghi periodi di solitudine trascorsi allettata, e agli innumerevoli dispiaceri causati dal pessimo marito. Subì lutti, malattie e traumi, ma li visse sempre attivamente e con lucidità, trovando nell'arte la forza di proseguire. In questo modo malattia, sofferenza, lutti, l'amore per Rivera sono i temi delle sue opere attraverso le quali sublimava e alleviava il dolore.

"Il dolore non è parte della vita, ma può diventare la vita stessa"
"Sono felice solo quando dipingo"







All'età di 6 anni la piccola Frida fu colpita dalla poliomielite, che la rese inferma per molti mesi e compromise il normale sviluppo della gamba destra. Questa rimase più corta e più sottile dell'altra. Si pensa che il vezzo di portare solo lunghe gonne in stile messicano possa esser dovuto a questo, oltre che ad un fatto identitario. Ad aiutarla a superare questo periodo di malattia (e i molti altri che seguirono) ci furono sempre gli affetti familiari, e in particolare il rapporto col padre.










Gruppo di famiglia con Frida vestita da uomo a sn.





Fin dall'adolescenza militò nella gioventù comunista, vestendosi come le 'soldaderas', con pantaloni e stivali. Il fidanzato di allora, Alejandro Gomez, era a capo di una banda di ragazzi con idee socialiste.










Nel 1925, un giorno che rincasava da scuola insieme al fidanzato, l'autobus su cui viaggiavano fu travolto da un tram. Morirono quattro persone, Alejandro, sbalzato fuori, rimase illeso, ma Frida venne trafitta dal corrimano del bus: un'asta metallica che la trapassò all'altezza dell'addome fuoriuscendo dalla vagina. 
Il suo corpo venne estratto dai rottami e adagiato su un tavolo da biliardo portato fuori in tutta fretta da un bar. Un uomo strappò con decisione la sbarra di ferro dal suo corpo, poi arrivarono i sanitari.
Le ferite erano gravissime: un braccio rotto, tre fratture al bacino, tredici alla gamba sinistra, l'utero perforato, la slogatura e lo schiacciamento del piede destro. Il ricovero fu una lunga tortura che durò tre mesi. Le scoprirono in un secondo tempo anche tre fratture vertebrali. 

 A fianco: un ex voto su lastra di metallo (in Messico vengono chiamati 'Retablos'), che raffigura un incidente simile a quello avvenuto a Frida. Diego Rivera li apprezzava molto e li collezionava. Questo in particolare fu trovato da Frida e da lei corretto, aggiungendo alla vittima la sua tipica arcata sopracciliare, e la dedica sottostante.






Nel lungo periodo di immobilità che seguì il ritorno a casa (la famosa casa Azul) rimase immobilizzata a letto tra busti di gesso e cancrene. Fu in questo periodo che iniziò a dipingere, grazie ad un complesso trabiccolo ideato dalla madre al quale si poteva appendere una tavola di legno su cui poggiava il foglio da disegno. 
 Al suo letto venne aggiunto un baldacchino dove era fissato un lungo specchio, in maniera che Frida potesse vedersi e utilizzare se stessa come modello. Fu in questo periodo che dipinse il primo vero autoritratto (primo di una lunghissima serie) che dedicò al fidanzato Alejandro, al quale peraltro scriveva lettere settimanali, quando non quotidiane. Egli infatti, spinto dalla famiglia che voleva allontanarlo da questa ragazza malata e problematica, era in viaggio per l'Europa.
Da una lettera di Frida: "Come vorrei descriverti la mia sofferenza minuto per minuto. Da quando sei partito sono peggiorata e non posso nemmeno per un momento consolarmi o dimenticarti. Venerdi mi hanno messo il busto di gesso e da allora (...) mi sento soffocare, mi fanno tremendamente male i polmoni e tutta la schiena; (...) mi hanno appesa per la testa per due ore e mezza, poi sono rimasta appoggiata sulla punta dei piedi per più di un'ora, mentre asciugavano il busto con aria calda (...) sono stata lì, completamente sola, a soffrire in modo orribile."
 
1926
Quando Alejandro rientrò in Messico, nel 1927, trovò Frida già ristabilita, allegra, piena di vitalità e di nuovo in grado di camminare, sia pure con difficoltà. Impegnata nella lotta comunista, non mancava di partecipare alla vita intellettuale, gaudente e artistica, mentre il fidanzato si impegnava negli studi; la loro storia terminò.


La gamba resa atrofica dalla poliomielite era più corta dell'altra, e richiedeva un rialzo.











 
Frida conobbe in quel periodo il giornalista e rivoluzionario cubano in esilio Julio Antonio Mella e intrecciò una profonda amicizia/relazione con la sua compagna, la fotografa Tina Modotti. 



L'ambiente scapigliato frequentato dalle due giovani vide con naturalezza questo rapporto.
In quella vita di cene, dibattiti, riunioni di partito e vivaci serate incontrò Diego Rivera, famoso e stimato pittore di grandi murales. L'uomo, reduce da grandi successi, da viaggi a Parigi,  Madrid, Italia e Unione Sovietica, dai contatti con tutte le avanguardie artistiche dell'epoca, era in quel periodo impegnato a dipingere un colossale ciclo di affreschi al Ministero della Pubblica Istruzione.


Si trattava di un uomo di rara bruttezza, grasso, con il viso da batrace, ma presumibilmente dotato di grande carisma sia politico che sessuale. Era infatti un seduttore seriale, incurante di legami istituzionali e correttezza morale. Frida gli portò alcune sue opere per averne un giudizio e così iniziò il loro rapporto. Lui aveva già avuto due mogli ed era di vent'anni più vecchio di lei. Si sposarono nel 1929 con grande riservatezza e con abiti non convenzionali. Gli amici furono entusiasti perchè vi vedevano un atto politico, provocatorio, contro la mentalità borghese. I genitori di lei invece furono contrari, ma rassegnati. Dopottutto avevano una figlia invalida che credevano destinata a rimaner zitella. Anzi, il padre disse a Diego: '' Non dimentichi che mia figlia è malata, e tale sarà sempre: E' intelligente ma non è bella, ci pensi bene...''. Ma il babbo, nonostante l'affetto che aveva per la figlia, non vedeva quanto fascino e quanta sensualità ella possedesse. Soprattutto ora che aveva sostituito gli abiti della soldadera con quelli tradizionali, adornandosi di gioielli precolombiani e fiori e scialli multicolori.

Qui a fianco, nel giorno della nozze.
Dopo tre mesi la giovane dovette ricorrere ad un aborto terapeutico perchè la malformazione pelvica susseguente all'incidente le avrebbe impedito di portare a termine la gravidanza, mettendone in pericolo la vita. Fu il primo di tre aborti a distanza ravvicinata.
















 
L'anno dopo, trasferitisi a San Francisco per dei murales commissionati al marito (cosa che causò la rottura col partito comunista messicano, che li accusò di essere al soldo dei ''capitalisti'') Frida cominciò a liberarsi dell'influenza del marito, ad andare in giro per conto proprio, e a dipingere senza la sua supervisione. Anche perchè Diego scompariva anche per giorni interi, intessendo avventure con le sue modelle.
In questo periodo ci fu un riacutizzarsi dei dolori alla gamba e al piede destro, nonchè i dolori alla schiena. Dovette affrontare un nuovo periodo di immobilità.
A posteriori i medici che la ebbero in cura ritennero che in questa occasione e in altre successive, si fosse trattato di un noto reliquato secondario alla poliomielite acuta: la sindrome postpolio. Questa insorge dopo almeno quindici anni dalla polio, con sintomi di debolezza, fatica, dolore muscolare, crampi, artropatie degenerative.
 Nel '31 la coppia andò a New York, dove Frida si immerse nella bella vita dei capitalisti americani, pur disprezzandoli, talvolta apertamente, e senza mai abbandonare la sua esotica messicanità.
Nel '32, a Detroit, città molto conservatrice, Frida, così estrosa, si trovò male. Mentre Diego la lasciava sola, assorbito dal suo lavoro, lei si trovò di nuovo incinta. Stavolta il medico a cui si rivolse, le consigliò di portare avanti la gravidanza. Lei rimase indecisa: Diego non era affatto entusiasta, l'aborto era rischioso, il parto lo stesso, il bambino le avrebbe impedito di seguire il marito nei suoi spostamenti...Frida alla fine decise di portare avanti la gravidanza, ma perse il bambino poco dopo, tra emorragie e dolori lancinanti. 


Sono di questo periodo alcuni dei suoi quadri più drammatici, che narrano dei suoi incubi, del dolore fisico, e del dolore per la gravidanza mancata.


Il quadro qui sopra, intitolato 'Il letto volante', raffigura Frida sul letto insanguinato dell'ospedale di Detroit. Sei cordoni ombelicali si dipartono dal suo corpo, uno va al feto perduto, uno al suo bacino spezzato, uno ad un macchinario ospedaliero, uno ad un modello anatomico femminile. Il paesaggio circostante rappresenta la fredda e industriale città. Una lacrima netta solca il viso di Frida. Un racconto simbolico della sua esistenza, come la maggior parte dei suoi dipinti.

Un altro lutto andò ad aggiungersi a questo: la morte della madre per carcinoma mammario.
Infine un terzo viaggio a New York, l'avversione per la società statunitense, l'ennesima relazione del marito (stavolta con la sua giovane assistente) e lo struggente desiderio di tornare in Messico la portarono a litigare col marito.











 In questo periodo dipinse ''Il mio vestito è appeso là'' (olio e collage), un ironico ritratto della società capitalistica e industriale, con la sua perdita dei valori umani. 
Per aver dato ad un operaio il volto di Lenin, nel murale che gli era stato commissionato, Rivera si vide rescisso il contratto, così Frida fu accontentata e la coppia rientrò in Messico.
Era il 1933, e Frida subì il terzo e ultimo aborto. Seguirono due interventi in uno dei quali le furono asportate tre falangi in cancrena dal piede destro.
L'abominevole Diego scelse questo frangente per tradire la moglie con la sorella prediletta, Cristina, appena abbandonata dal marito, che gli stava facendo da modella per due murales.

  Frida non potè tollerare questo nuovo dolore e l'umiliazione, si tagliò i capelli, dipinse un quadro drammatico ispirato sia alla sua personale vicenda, che ad un episodio di cronaca nera, e infine sfuggì alla situazione andando a vivere in un'altra casa.
Il dipinto è ispirato ad una truculenta vicenda. Un uomo, per gelosia, aveva trafitto la donna amata con numerose coltellate, devastandone il corpo. Egli dichiarò al giudice: ''Ma era solo qualche colpo di pugnale'', frase che dà il titolo al quadro. Nel volto dell'assassino vi sono i tratti somatici di Rivera, mentre l'unica scarpa presente nel corpo nudo della donna  è la destra, come a ricordare l'arto offeso di Frida, con lo stivaletto ortopedico.  
Nel 1935 intraprese un viaggio con due amiche durante il quale si innamorò dello scultore Isamu Noguchi. Ciononostante, al rientro dal viaggio tornò a vivere col marito. Ma mentre lui non si preoccupava di nascondere le sue intemperanze, lei scelse di incontrare l'amante di nascosto, finchè una notte Diego li sorprese e lo minacciò con una pistola. La relazione ebbe termine.
Nel 1937 Lev Troskij e la moglie, che erano stati espulsi nel'29 dall'Unione Sovietica, trovarono asilo politico in Messico grazie alla mediazione di Diego Rivera. 


La coppia si stabilì nella casa Azul e Troskij si innamorò di Frida. Fu una relazione romantica, di incontri segreti, bigliettini, piccoli stratagemmi. Diego, grande ammiratore di Troskij, non si accorse di niente, ma la moglie Natalia sì. La relazione dovette interrompersi.
Nel '38 Frida fece la sua prima mostra personale a New York, aiutata dal fotografo Nickolas Muray col quale intrecciò un'intensa storia d'amore.

  Fu un grande successo, tale da pensare di replicare a Parigi. Ma qui il clima grigio e piovoso era mal tollerato dalla pittrice, così come la lontananza da Muray e tutto sommato anche dal marito verso il quale continuava a sentire una sorta di sacro legame. Inoltre i pittori surrealisti parigini la infastidivano, volendola considerare a tutti i costi come facente parte della loro corrente. Per lei invece non erano che inutili e inconsistenti intellettuali; non solo non si considerava surrealista, ma non accettava alcuna etichetta.
Il successo commerciale della mostra non fu quello sperato. Tornò in Messico ma le sue condizioni di salute si aggravarono, purtroppo in concomitanza con la dolorosa fine della storia con Muray. Si aggiunse, definitivo, il divorzio con Rivera, da lei non voluto, ma subito. Era il 1939.


 Risale a quest'anno il dipinto ''Le due Frida''. Esse sono identiche come postura, ma quella in abiti messicani ha il cuore sulla camicia, esposto (alle pene d'amore). Si tiene per mano con l'altra Frida, che indossa un abito di merletto e che ha il cuore riparato nella cassa toracica. Mentre quella in abiti più tradizionali tiene in mano un ritratto di Diego collegato alla vena del cuore, l'altra, elegante nei suoi merletti di Tehuana, tiene una pinza emostatica che blocca il dissanguamento. Sembra evidente la volontà di autonomia e rinascita.
(L'esibizione del cuore, ripetuta in diversi dipinti, va ricondotta probabilmente alla tradizione dei ''santini'' tipo Sacro Cuore, che rendono, in Messico e in altri paesi cattolici, l'immagine molto familiare.)





Ancora di questo periodo è L''Autoritratto con i capelli tagliati''.








Un'infezione alla mano destra stentava intanto a guarire, e nella casa di famiglia, la casa Azul dove era andata a risiedere, era molto sola. In compenso lavorava moltissimo. 
Nel '40, a seguito di due attentati a Troskij, di cui il secondo andato a segno, sia Diego che Frida furono accusati di complicità, poichè conoscevano e avevano ospitato in casa l'assassino. Dovettero perciò fuggire ambedue e si riunirono a San Francisco. Qui, in nome della complicità che continuava ad unirli decisero di risposarsi. Frida pose due condizioni: mantenersi da sola coi proventi della propria arte, e nessun rapporto sessuale col marito.
Appena possibile tornarono a vivere nella casa Azul. La salute di Frida peggiorò ancora. Alcuni medici ipotizzarono che oltre alle conseguenze del politrauma subito nel'25, ci fosse anche un problema di spina bifida in forma leggera. Cioè una breve interruzione dell'arco vertebrale, sostituito da tessuto fibroso. Le conseguenze negli anni possono essere di tipo artrosico con dolore ingravescente. Questo, insieme agli esiti della polio, con l'arto più corto, e all'incidente stradale con fratture delle vertebre lombari, avevano reso la sua colonna insufficiente, con dolore costante e motilità ridotta.

Fu in questi anni che, non essendo più sufficienti i busti leggeri in cuoio, cominciò ad usare una serie di busti gessati (che lei usava decorare) e dei periodi di trazione.


 

  Dovendo rimanere per lunghi periodi allettata tornò ancora utile il marchingegno inventato dalla madre all'epoca dell'incidente.



 Lo scopo di busti e trazioni era antigravitario, cioè quello di sostenere la colonna per alleggerire la muscolatura e limitare il dolore da fatica muscolare. Ovviamente una conseguenza era però anche quella di rendere la muscolatura sempre più ipotrofica, oltre ad una limitazione dei movimenti atti a condurre un'esistenza normale.
Tuttavia il dolore non le dava requie. In base alle conoscenze odierne si è ipotizzato che soffrisse di una fibromialgia conseguente al trauma dell'incidente, cioè che le fibre nervose stesse fossero danneggiate, e che ci potesse essere un'alterata elaborazione del segnale a livello centrale, tale da trasformarlo in percezione di dolore. Il che spiegherebbe come mai nessun antidolorifico fosse efficace. Frida arrivò alla morfina e all'alcol e ne abusò senza ottenere i risultati sperati. Lei stessa disse: ''Ho bevuto perchè volevo annegare i miei dolori, ma ora queste dannate cose hanno imparato a nuotare''.
Un dipinto di puro dolore e contemporaneamente una sorta di esorcismo è ''La colonna spezzata''.


Frida si ritrae in lacrime e nuda (aggiunse il lenzuolo solo in un secondo tempo) disperata e trafitta di chiodi ad indicare il dolore senza requie. Al centro della cassa toracica aperta vi è una colonna ionica danneggiata come danneggiata era la sua schiena, non più in condizioni di sorreggere il corpo.
Nel'46 si sottopose ad un difficile intervento durante il quale le saldarono quattro vertebre con una placca metallica. La speranza era quella di attenuare i fortissimi dolori. Purtroppo il decorso post operatorio non fu quello sperato, probabilmente sopraggiunse un'osteomielite. I dolori ripresero poco dopo, e questo quadro ne è la perfetta raffigurazione:

1946: ''Sono un povero cervo''


1946, dopo l'intervento

Parallelamente alle sofferenze di quegli anni ci fu in compenso un successo a livello mondiale, esposizioni internazionali, commissioni di opere, e l'incarico come insegnante presso la scuola di pittura e scultura del Ministero della pubblica istruzione. Qui Frida sedusse gli studenti col suo fascino e con un metodo di insegnamento sperimentale.















 Nel 1950 subì un lunghissimo ricovero di 9 mesi, durante il quale affrontò sette interventi: scrisse: ''Il dottor Farrill mi ha salvata, mi ha ridato la gioia di vivere. Sono ancora seduta su una sedia a rotelle e non so se potrò riprendere presto a camminare. Devo portare un busto di gesso, una pena terribile, ma mi aiuta a reggere la spina dorsale. Non ho dolori, ma sono sempre stanchissima (...) spesso sono disperata (...) tuttavia ho ancora voglia di vivere''.
Come ringraziamento dipinse un autoritratto col ritratto del dottor Farrill, nello stile degli ex voto, dove la tavolozza è sostituita dal suo cuore.


1951: autoritratto col dr. Farrill

 Nel 1952 si concluse la sua storia d'amore col pittore Joseph Bartoli, forse la sua relazione adulterina più importante. Ormai le sue condizioni fisiche erano tali che l'amore e il sesso con un uomo venivano relegati in secondo piano. In questo periodo, in parte per necessità di assistenza, in parte per inclinazione, si circondò ed ebbe rapporti soprattutto con donne.
Nel 1953, dopo un doloroso intervento di trapianto osseo, Frida presenziò alla sua mostra personale  a Città del Messico, sdraiata su uno scenografico letto a baldacchino installato nella sala: il successo fu enorme.


 Nello stesso anno, si dovette amputare la gamba destra ormai in cancrena. Era stata curata fin dal 1936 per le ulcere alle dita del piede, probabilmente di natura vascolare, con infezioni sovrapposte. Alcune falangi erano già state sacrificate anni prima. Dopo l'amputazione le fu applicata una protesi (a fianco) e gli amici continuarono a sperare. Lei invece tentò un paio di volte il suicidio, finchè mori un anno dopo, nel '54, per una polmonite trascurata.
Le ultime parole scritte sul suo diario furono: ''Attendo con gioia la mia dipartita, e spero di non tornare mai più''

FINE