domenica 24 agosto 2014







ANNO 1900: LA SIGNORA VA IN VACANZA



Matilde Serao
Giunto luglio i signori vanno in vacanza. La signora comunica di sospendere le visite da fare o ricevere, fa togliere i tappeti, conserva i ninnoli, fa voltare i quadri verso il muro, fa coprire i mobili con le fodere. I signori andranno in qualche località balneare o di montagna, per almeno un mese. Qui di seguito la vivace, indomita scrittrice e giornalista Matilde Serao, elegante, ma brutta come la fame, ci spiega quale deve essere il bagaglio -minimo- di una vera signora.


 Il bagaglio di una signora è formato, quest'anno, da due grandi casse per i vestiti, da una cassa per cappelli, da un nécessaire da viaggio e da un sacchetto a mano di cuoio bianco.
Nel fondo di una cassa portare con sè due o tre paia di lenzuola e federe, per cambiare quelle dei letti d'albergo e dormire nella propria biancheria; aggiungervi dei guanti di cotone bianco, per farli infilare ai domestici di occasione che si incontreranno.



Perchè le scarpe nelle casse non isporchino il resto della roba, fate fare delle borsette di crétonne a fiori, con un laccetto. Le calzature indispensabili saranno: stivaletti coi lacci, per camminare veramente, degli scarponcini di cuoio rosso a tre bottoni, degli scarponcini verniciati con fiocco di seta, delle scarpette di pelle bianca, delle scarpette di capretto nero.






 














Con la larghezza delle gonne che si usano adesso, le casse devono essere immense.
Il minimo dei vestiti è questo: uno di lana bianca, uno nero, uno grigio polvere, gonne e giacchette tailleur con cinque o sei blouses, tutte squisite. Due vestiti di piquet, uno di piquet bianco a piccoli fiori, dell'anno scorso, uno di piquet bianco di quest'anno, in forma di blusa che entra sotto la gonna e nastro della cintura.



 

 
Come toilette da cerimonia, una veste di mussolina antica ricamata, incrostata di merletti a giorno, e due gonne di seta, una rosa e una avorio, per metterle variamente sotto questa mussolina. L'altro vestito di gran cerimonia è di seta ombrato, a fiori: tutte le cuciture della gonna sono guarnite di una rouche di mussolina di seta ricamata.











Ci vuole poi un mantello da viaggio in seta cruda, foderato di seta scozzese, un mantello da vettura in seta antica a mazzolini di fiori e cappuccio Luigi XVI; una mantellina di raso color pulce, con tre volants, colletto a farfalla, fodera in raso bianco, guarnita di piegoline di mussolina di seta bianca.
Nella grande cassa dei cappelli, dotata di piuoletti e nastri per fissare i cappelli, metterete: tre cappelli Luigi XVI, purissimi, due o tre tocchetti ad ala di mulino, un tricorno a fiori, una paglia rossa a penne azzurro cupo, e due o tre pagliettine da uomo. Basta, io credo.











Nella valigia: spazzola da unghie, spazzola da denti, pettini, lampada e ferro da arricciare, forcinelle ordinarie, forcinelle invisibili, saponi in iscatola di metallo, scatole di polvere di riso, acque e polveri dentifricie, acqua di colonia, acqua di toilette, boccette di essenza, limetta per unghie, specchio a tre compartimenti, sacchetti d'odore, pietra pomice, nettadenti, nettaorecchie, sacco di tela per la biancheria sporca, parapioggia, ombrellino, salviette, spugne.
E ancora: spille, aghi, fili diversi, elastico, bottoni, lacci per scarpe, nastri per la biancheria,temperino, calamaio da tasca, cartella, penne, portapenne, lapis, carta da lettere e buste, quaderni, francobolli, carte postali, sigillo, ceralacca, lampada a spirito, fiammiferi, coltello, forchetta, cucchiaio, cavaturaccioli, plaids, portaritratti che si chiuda, portaorologio, libro di preghiera, libro dei conti, libro degli indirizzi.
Calze, pantofole, pantaloni
(da intendersi: mutande), busti, copribusti, camiciuole, accappatoi per pettinarsi, sottanino di flanella, sottane, matinée, vestaglie, corsages di fantasia, spilloni da cappello, guanti, fazzoletti, foulards, scialli di seta, sciarpe, colletti, cinture, jabots, colletti di merletto, costume da bagno, accappatoio da bagno
, scarpette da bagno, cuffia in caucciù.



Dopo questo delirio, la Serao mostra un po' di buon senso e di oculatezza:
La villeggiatura è una pessima speculazione finanziaria: il più ricco ne tornerà seccato, il più povero, preoccupato. Tutti avranno speso il doppio o il triplo del preventivato. La speculazione migliore sapete qual'è? Quella di rimanere in città. nella propria casa, in solitudine beata, al fresco, nell'ombra, in pensoso silenzio, o non pensoso, conservando preziosamente le seicento, le mille, le duemila lire della villeggiatura.

 Tratto da ''Saper vivere. Galateo napoletano'' di Matilde Serao, 1900.


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venerdì 22 agosto 2014




O TEMPORA, O MORES


Colette Rosselli fu una scrittrice e pittrice molto in auge negli anni '40-'60. Dopo aver dispensato, sotto lo pseudonimo di ''Donna Letizia'', consigli di vita sul giornale ''Grazia'', pubblicò un libro che ebbe un grandissimo successo. Era ''Il saper vivere di Donna Letizia'', fondamentalmente un galateo, la cui prima edizione uscì del 1960 per i tipi di Mondadori. Da allora ad oggi è passato mezzo secolo, ma quel che scrisse la Rosselli pareva fuori dal tempo già 15-20 anni dopo. Forse fu il Sessantotto a rendere improvvisamente tutto così démodé (alla faccia di chi continua a considerarlo un totale fallimento che nulla ha cambiato).




 

Vi sono capitoli che sono francamente surreali: 
Modo di rivolgersi.
Ai principi di sangue reale, ai granduchi regnanti....spetta il titolo di Altezza Reale...
Ai Principi Sovrani (vedi Ranieri e Grace di Monaco) spetta il titolo di Altezza Serenissima. Ammessi alla loro presenza, ci si rivolge a lui dicendo ''Monsignore'', a lei ''Vostra Grazia''.
Alle Altezze Reali si parla alla terza persona. Nelle presentazioni, le signore fanno la riverenza, gli uomini l'inchino......Di Principi oggi se ne incontrano un po' dappertutto: ai ricevimenti, nei luoghi di villeggiatura e di cura, sui transatlantici ecc.....il buon gusto vuole che si osservi nei loro confronti un contegno deferente e corretto....
In ogni capitolo si nomina una profusione di titoli nobiliari, e soprattutto un elenco infinito di servitù: cameriera, cuoca, maggiordomo, e, parlando di bambini, la balia (...deve essere vestita da capo a piedi a spese della padrona; va attentamente sorvegliata e diretta...), la governante diplomata, o nurse (...possiede un corredo personale che comprende grembiuli e uniformi per casa e per fuori...non prende i pasti con le persone di servizio, ma in camera sua o con i padroni di casa....non le si da del tu...), l'istitutrice (...buone maniere...non parli dialetto...vestire in tinta unita...a tavola verrà servita dopo gli adulti, ma prima dei bambini..).



 Alternate a questi consigli obsoleti, vi sono delle vere perle che mi piacerebbe vedere applicate ancora oggi: ...Il bambino va chiamato in salotto soltanto se la persona in visita chiede di vederlo. Avrà le mani pulite e i capelli ravviati. Se è una bambina farà la riverenza, se è un bambino chinerà la testa sulla mano che la signora gli porge, accennando a un baciamano corretto...Al primo cenno si ritirerà, dopo aver ripetuto i saluti.


 
 

Questa faccenda della riverenza l'ho conosciuta bene anch'io: eravamo tenute a farla alla maestra delle elementari quando entravamo in classe.
I bambini al di sotto dei 10-12 anni, non dovrebbero cenare con i grandi la sera. Se ciò non è possibile, a cena finita non si tratterranno a lungo in salotto: al primo cenno dei genitori si ritireranno senza capricci.




Parimenti un ragazzo o una ragazza al di sotto dei diciasette anni non dovrebbe essere ammesso a tavola se ci sono invitati di riguardo.
Ma la perla più bella è questa:  Dei maestri si parla sempre con rispetto dinnanzi ai ragazzi....Se un insegnante, o il Preside... esprime un giudizio negativo circa le attitudini di un allievo, i genitori che lo ascoltano non si mostreranno offesi nè indispettiti. Potranno poi tranquillamente discuterne fra loro, e si spera che il buonsenso debba prevalere sull'orgoglio genitoriale: i giudizi degli insegnanti sono quasi sempre esatti....





Norme particolareggiate per l'abbigliamento della servitù, ma riporto solo quello della cameriera, perchè è l'unico che ho conosciuto, visto che avere la domestica era cosa comunissima quando ero bambina: ...la mattina un abito chiaro unito e un grembiule bianco...per servire a tavola un abito nero, blu o grigio. Il grembiulino può essere bianco di mussola, o nero, di taffettà. La cresta inamidata... Questa veramente, mammà la faceva mettere solo se c'erano ospiti. 




 
Taccio del maggiordomo in nero, del cameriere in giacca rigata, dell'autista in livrea (che ripete eventualmente i colori della famiglia) e altre amenità.
Interessanti i consigli pratici dedicati alla (sfigatissima) signora che vuole invitare degli amici a cena, pur possedendo una sola cameriera. 
Come si vestono il vero signore e la vera signora? Lui ...non mette bretelle se non ha il gilet...cravatte intonate ai calzini, che debbono essere lunghi...anche se ha gambe lunghe e ben fatte lasci ai ''vitelloni'' l'uso dei blues-jeans...rifiuta i tessuti vistosi...Se è freddoloso indossa la canottiera, magari a mezza manica, ma i mutandoni alla caviglia, mai. I mutandoni sono uno squallido addio alle armi, la mortificante bandiera bianca della resa...
Lei...sa che sexappeal e buon gusto sono due vocaboli inconciliabili: sacrificherà naturalmente il primo per il secondo....la vera signora non serve la Moda, chiede piuttosto alla moda di servire lei...Rinunci alla stola di visone, se per comprarsi questo capo dovrà poi rinunciare per molto tempo ad accessori di prima qualità. Sono gli accessori, guanti, borsetta, scarpe, profumo, che denunciano prima di tutto l'eleganza della vera signora....Il cappello è indispensabile a una colazione elegante, a un tè, a un cocktail e quando ci si reca in visita per la prima volta. Oltrepassata la quarantina una signora veramente elegante non dovrebbe mai farne a meno.

 
Una vera signora, Angela Landsbury, ovviamente col cappello, sa come rivolgersi ad un regnante, come vestirsi per l'occasione, e in aprile di quest'anno è divenuta Dama della Regina

 
Molte pagine sono naturalmente dedicate al matrimonio. Al riguardo le usanze sono mutate meno che in altri campi. Segnalo solo questo: la festa di addio al celibato può avvenire come si preferisce, il fidanzato invita amici e amiche; l'unica donna che rigorosamente dovrà essere assente sarà la fidanzata. Per la festa di addio al nubilato, la fidanzata inviterà le amiche. L'unico uomo che potrà esser presente sarà il fidanzato, e nessun'altro (!).

martedì 19 agosto 2014





L'EROE NON PUÒ AMARE


Tutti abbiamo presenti le eterne fidanzate dei personaggi dei fumetti; parlo di quelli classici , dell’età d’oro. Topolino e Minnie, Popeye e Olivia, Flash Gordon e Dale Arden, Mandrake e Narda, e tanti altri, non si sposeranno mai, condannati apparentemente senza motivo alla castità eterna. 



Perché l’eroe non può sposarsi? Anzitutto perché il matrimonio e la famiglia gli impedirebbero di compiere le sue imprese. Il trascinarsi appresso una moglie (la quale inevitabilmente cercherebbe di trattenerlo a casa), l’avere dei figli, con tutti gli obblighi che questo comporta, i fastidi e le preoccupazioni del quotidiano, tutto questo non sarebbe compatibile con l’attività dell’eroe.
Nel mondo dei comics tutte le coppie sposate sono degli anti-eroi, come Arcibaldo e Petronilla, o Andy Capp e Florrie, personaggi ridicoli che non sono in grado di combinare niente di buono.


 

 









Ogni tanto gli autori ci provano, tanto per dimostrare che anche l’eroe è umano. Tex Willer, il ranger senza macchia e senza paura, sposa Lilith, figlia di un capo Navajo. La poveretta viene eliminata piuttosto velocemente grazie all’epidemia di vaiolo causata dai cattivi, e gli lascia il figlio Kit. Da quel momento il vedovo non mostrerà più alcun interesse verso il gentil sesso, ma solo cortesia. Se nel fumetto di Tex compariranno ancora donne saranno sempre figure da proteggere, o in alternativa delle nemiche da combattere. Tex insomma, è un eroe assolutamente casto.

























C’è da dire che su alcuni eroi aleggia un certo sospetto. Nelle strisce di Mandrake talvolta appare velatamente una forma di eccessiva vicinanza tra lui e Narda, che fa sorgere il dubbio che convivano, sia pure in modo non continuativo.






 Nei cicli dei romanzi salgariani, se l’eroe si innamora e corona il suo sogno alla fine di un romanzo, si può esser sicuri che nel romanzo successivo il nostro Emilio ha già provveduto a renderlo vedovo. Per esempio, ne Le Tigri di Mompracem Sandokan si innamora, corrisposto, di Marianna. All’inizio del romanzo successivo (I pirati della Malesia), veniamo a sapere che l’amatissima ma scomoda Marianna è stata prontamente eliminata dal colera, lasciando un eroe inconsolabile che non si innamorerà mai più. 


 Più astuto Yanez de Gomera, amico fraterno di Sandokan, che conosce la sua Surama (una rani spodestata) nel 4° volume del “ciclo della Malesia” (Le due tigri) e sceglie il ruolo dell’eterno fidanzato. Finchè riconquisterà il regno dell’amata e si sposeranno alla fine dell’ultimo volume.

Tornando ai fumetti, fra quelli dell’età d’oro unica eccezione è il Principe Valiant. Non ho spiegazioni per l'assoluta diversità di questo personaggio. Nasce dalla fantasia di Hal Foster, illustratore canadese, e non è propriamente un fumetto: i dialoghi sono riportati nelle didascalie sotto le figure e non dentro le nuvolette.





 Le strisce iniziano quando lui, figlio del re di Thule, è ancora un bambino. Egli deve fuggire con la famiglia quando il regno viene invaso dai nemici. Fra mille avventure Valiant cresce, riconquista il suo regno, si sposa con Aleta, regina delle Isole della Nebbia, diventa cavaliere della Tavola Rotonda, ha diversi figli che crescono a loro volta mentre lui invecchia, e Aleta rimane sempre giovane e bellissima.


 


La storia del Principe Valiant è fra le più belle dei fumetti di ogni tempo, con tavole realistiche e curatissime.






Fra i romanzi, un'eccezione è costituita dal ciclo della Primula Rossa. Sir Percy è sposato, e davanti al mondo, moglie compresa, si finge un vacuo damerino. In realtà rischia la vita per far fuggire in Inghilterra i nobili francesi, perseguitati durante la rivoluzione (decisamente un eroe reazionario, romantico ma démodé). Ha sottovalutato la moglie non rendendola partecipe della sua missione. Quando la moglie si rivela coraggiosa quanto lui, e con i suoi stessi ideali, lui potrà finalmente dirle tutto, compreso l'amore che prova per lei, e nei romanzi successivi saranno complici. Come mai questa eccezione alla regola? Perchè chi ha scritto i romanzi della Primula Rossa è una donna romantica di fine '800, la Baronessa Emma Orczy; e difficilmente una donna guarderebbe a se stessa come una palla al piede, come un ingombro per le belle avventure del marito...





























Perchè in realtà, l'unico caso in cui l'Eroe può amare e sposarsi è quando trova una moglie adeguata a lui, che possa aiutarlo nella sua opera straordinaria, un’Eroina anche lei. 

Pensiamo a Diabolik e Eva Kant: anche qui non è un caso che le autrici siano due donne. Il sogno femminile è sempre quello di non essere esclusa dalla vita del compagno, ma anzi di parteciparvi il più possibile. (Il sogno di una donna è spesso un po' appiccicoso, come lamentano molti uomini).
Pensando invece ad un Eroe reale, è emblematica la figura del nostro eroe nazionale Garibaldi. Egli, sposato, mentre compiva le imprese mantenne al suo fianco la moglie, che peraltro non smise mai di sfornare bambini.



E’ con qualche brivido, e con un senso di aberrazione, che al Gianicolo possiamo ammirare la statua equestre di Anita, che tiene una pistola nella mano destra e il piccolo Menotti sul braccio sinistro (niente sedili posteriori, né seggiolino, né cinture di sicurezza). In realtà lo scultore Rutelli in questa raffigurazione si riferisce alla fuga di Anita dai soldati imperiali che volevano catturarla a Rio Grande do Sul. Ella scappò nel bosco col bambino appena nato e lì la ritrovò il marito dopo 4 giorni. Tutto questo ci riconcilia col monumento, che a prima vista poteva sembrare delinquenziale.

La moglie e la famiglia non sono i soli motivi che impediscono all'Eroe di amare. Nel mito un grande impedimento è costituito dall'amore stesso. L'amore priva l’eroe dei poteri. L’innamorato è debole per definizione, è preoccupato per l’incolumità dell’amata, è impegnato a provvedere a lei, diventa apprensivo, geloso, desidera affascinarla, si raddolcisce, teme di perderla. Diventa insomma un umano qualsiasi, anzi, un umano particolarmente vulnerabile.
L’Eroe non può amare, pena la perdita dei suoi (super) poteri, delle sue capacità, della sua forza.
Il Mago Merlino perde i suoi poteri magici quando si innamora di Viviana (Nimue). Ormai vecchio e forse un po’ rimbambito, pur sapendo che la cosa si ritorcerà contro di lui, le svela tutti i suoi incantesimi. 



Edward Burne-Jones: Viviana imprigiona Merlino

Viviana li userà subito per eliminarlo, costruendogli intorno un altissimo e invisibile muro, una prigione dalla quale Merlino non potrà mai più fuggire.

A questo punto mi viene in mente la figura del Mahatma Gandhi che fece voto di castità a 36 anni, benché sposato. Egli riteneva infatti, che i rapporti sessuali indebolissero l’armonia spirituale, la forza interiore, le capacità psichiche. La moglie Kasturba subì questa decisione unilaterale, non so di preciso con quale spirito.

Gandhi con la moglie Kasturba.


 Un’ultima cosa da considerare è la castità dei sacerdoti cattolici. Forse la chiave di lettura (a parte quella ovvia della sessuofobia insita nel cattolicesimo) sta nella volontà di sottolineare l’eccezionalità dell’uomo-sacerdote rispetto all’uomo comune: l’uomo con dei poteri che gli altri non hanno, l’uomo-sciamano-eroe, rappresentante della divinità, che commina i peccati in suo nome, celebra riti e compie il miracolo della transustanziazione, tutti privilegi e capacità superiori che non possono esser messi a repentaglio dal sesso e/o dall’innamoramento.


 
Domenico Ghirlandaio: San Girolamo, che fu grande fautore del celibato dei sacerdoti.




martedì 12 agosto 2014






STORIA DELLA POPO', DELLA PIPI' E DELLA SPORCIZIA




 Nelle latrine romane, farlo in compagnia continuando a chiacchierare del più e del meno, era normale. Anche pregare la dea Igea, che aiutasse a espletare il bisogno qualora si presentasse difficoltoso. Se i bagni erano al coperto avevano grandi finestre sempre aperte. Davanti ai cessi scorreva acqua pulita. In queste latrine pubbliche vi erano appositi contenitori di acqua con spugne legate ad aste, che servivano a pulirsi il deretano senza sporcarsi le mani. A livello igienico non era il massimo, ma per chi aveva una spugna tutta per sè era meglio delle foglie, dell’erba, del terreno o delle pietre usate nei secoli dalle varie civiltà.






Quando i gabinetti erano all'aperto erano comunque posti sotto un portico, perchè fossero riparati dalla pioggia. Non c'era mai problema di puzzette. Tutti i problemi cominciarono col cristianesimo, quando il corpo divenne cosa sporca e peccaminosa, contrapposto all'anima.





 Roma era nota in tutto il mondo per le sue fognature davvero all’avanguardia: la Cloaca Massima, dopo un tortuoso e lungo tragitto, si scaricava nel Tevere, che così diventava “biondo”.

Cloaca Massima













 
Il medioevo è considerato un secolo buio in cui le condizioni igieniche vanno decadendo portando alla diffusione di molte malattie, tra cui alcune gravi come il tifo e l’epidemia di peste del 14° secolo. L’uso del "vaso" (di rame o terracotta) prende il sopravvento, mentre le latrine pubbliche vanno pian piano scomparendo.



 L’acqua, oltre che mal vista dalla scienza, divenne un pericolo morale anche per la Chiesa. Essa rappresentava qualcosa di peccaminoso, tant’è vero che santa Caterina da Siena non passava là dove c’era acqua per paura di peccare. San Gerolamo sconsigliava, soprattutto alle fanciulle, di fare il bagno per non esporre il corpo nudo; San Benedetto ripeteva spesso che coloro che stavano bene in salute, e specialmente i giovani, non dovevano avere bagni. Sant’Agnese morì a tredici anni senza mai essersi lavata. In particolar modo, lavarsi le parti intime poteva indurre a tentazioni e perfino nei secoli avvenire, fra le donne di campagna, sopravviveva la convinzione che «lavarsi di sotto, o toccarsi nei punti delicati» fosse peccaminoso.
Cristianesimo e sudiciume marciarono a braccetto perché prevalse il principio che l’uomo battezzato non aveva bisogno di nessun altro rito purificatore e, come molti asserirono, la religione cristiana si preoccupava solo della salute dell’anima e non di quella del corpo. Dagli uomini di Chiesa anche le latrine pubbliche furono considerate luoghi ambigui e di perdizione, e, a tal proposito, san Bonifacio le definì “focolai del vizio” mentre san Benedetto “antri del diavolo”.
Con la poca stima per le latrine pubbliche e in assenza di sistemi fognari o di piccoli pozzi neri, il modo più sbrigativo per eliminare i “rifiuti corporali” fu di sbarazzarsene “sicut et simpliciter” buttandoli fuori di casa. E, difatti, almeno nelle città, le strade e i vicoli divennero ricettacolo di merda e urina. Ogni mattina non c’era casa dalla quale dalla porta o dalla finestra non si svuotassero i “vasi da notte” al grido: <Attenti sotto!>.

Giacchè è l’acqua a far marcire ed imputridire le cose, questo portò gli scienziati del tempo a pensare che i bagni o i lavaggi prolungati, aprendo i pori della pelle, la indebolissero predisponendo poi a malattie ed infezioni.
L’acqua, in ogni caso, favoriva la propagazione delle infezioni. Per questo, solo le parti più visibili ed esposte del corpo, come mani, piedi e viso, venivano lavate più sovente, a volte solo con panni umidi, mentre spettava ai vestiti proteggere e mantenere il corpo pulito, assorbendo la "sporcizia". Togliersi una camicia bianca diventata sporca e grigia, significava aver protetto il corpo, ed era quindi la camicia che andava lavata. Col tempo si arrivò ad avere perfino solo due bagni "ufficiali", quello prima del matrimonio e quello dopo la morte; entrambi rappresentanti l’inizio di una nuova fase. Molte persone si sposavano in giugno ed avendo fatto il bagno annuale nel mese di maggio, il loro “odore” iniziava ad alterarsi e per tale motivo le spose si dotavano di un bouquet di fiori per coprirlo. Ecco da dove deriva la tradizione per le spose di avere con sè un bouquet di fiori.

 Quando in casa capitava di fare il bagno, il primo a calarsi nel tinello era l’uomo, seguivano i figli più grandi, poi donne, bambini e infine i neonati. Il tutto, ovviamente, senza cambi d’acqua ed è per questo che alla fine essa era così sporca e nera che non era insolito sentire la frase: "Attenzione a non gettare il bambino insieme all’acqua sporca!"
Il problema non era dovuto tanto alla quantità o al trasporto dell’acqua dai pozzi alla casa, quanto al suo riscaldamento. In inverno solo i ricchi potevano permettersi legna a sufficienza per riscaldare l’acqua e così la maggior parte della popolazione ricorreva al bagno solo nei periodi caldi.

Verso la fine del Medioevo, non v’era quasi più casa o persona senza un vaso da notte. Si andava dalla semplice caraffa di metallo da tenere sotto il letto, alle apposite e più comode sedie di legno, col classico buco a forma di serratura (utile agli uomini per urinare mentre stavano seduti) e con all’interno un contenitore rimovibile.





 




Nelle case di nobili e regnanti il lusso portava perfino ad artistici troni-gabinetto seduti su quali si poteva anche ricevere visite. E’ scritto che Luigi XIV (1638-1715) annunciò il proprio matrimonio, mentre era seduto sulla sua sontuosa poltrona “comoda” nella sala reale. E si dice che il duca di Beaufort, monsieur de Vendome (1616-1669), si pulì perfino il culo mentre il vescovo di Parma era al suo cospetto per delle trattative, e per questo se ne andò indignato. Nei cortili o nei piccoli paesi si trovavano anguste cabine di legno con dentro una piccola panca forata al di sotto della quale si apriva un canale o una fossa. Nei castelli non era insolito trovare piccole latrine di pietra che sporgevano dalle mura, così i bisogni cadevano direttamente sul terreno sottostante. Una latrina di questo tipo la possiamo ammirare,ancora funzionale, al secondo piano della nostra Torre dell'Elefante a Cagliari.

Nel frattempo in molti paesi si era diffuso il semplice buco detto “alla turca” sul quale ci si accovacciava, evitando così problemi di tipo igienico.Tutto finiva in un pozzo nero. Poichè il sistema era abbastanza comodo (a patto di fare attenzione a non sporcare orli di pantaloni e di abiti), è di fatto ancora in uso un po' dappertutto. Da notare che nelle grandi città turche non se ne vede traccia.





 Una ''turca'' particolarmente semplice e sfigata fu incontrata da un amico di un amico in Cina, nella stanza in cui alloggiava (tipo quella della foto sottostante, ma senza le piastrelle): il pavimento degradava verso un buco posto al centro della stanza (ma questo della foto è per far la doccia).



Nel castelli e nei palazzi più eleganti, vi erano invece degli sgabuzzini a muro dotati di asse lignea con buco e una condotta verticale di tubi  in terracotta che scaricavano in una cisterna detta pozzo nero il cui contenuto veniva ritirato – e ciò avvenne sino alla fine dell’Ottocento – da merdaioli (sic) autorizzati, che poi lo rivendevano come concime.

La latrina della foto qui sotto è in realtà contemporanea, incontrata da un turista sfortunato durante un viaggio in Polonia.
 

Il momento peggiore fu il Rinascimento; nei palazzi, tutti consideravano saloni isolati, ballatoi e retri delle porte come luoghi atti alla natural bisogna.
Nell’800 la Richard Ginori aveva in catalogo numerosi tipi di vasi, che facevano normalmente parte del corredo da sposa, insieme a brocca, lavamani e portasapone.




 Solo nel 1886 l’inglese Thomas Crapper (da cui derivò il termine “to crap=cagare”) inventò lo sciacquone sopra la tazza, ovvero un serbatoio di 10 litri che grazie a delle leve ed a un tirante con catenella di ferro, scaricava e puliva il gabinetto. Il wc a cassetta con il primo sifone, divenne obbligatorio nelle case private dagli anni ’30 nei paesi anglosassoni e solo dal 1950 nel nostro.



L’ottica della cacca permette di osservare il mondo sotto una prospettiva diversa. È utile per classificare i popoli: ne esistono di coprofili (come la Cina che ricicla col biogas i suoi escrementi) e di coprofobi (l’India che, a parte la sacralità degli escrementi vaccini, se ne vergogna); così come esistono popoli dell’acqua, usi a lavarsi con acqua, anche quando scarseggia, e popoli della carta, come il Giappone, usi a pulirsi con carta, corteccia o bastoncini. Curioso il caso del Giappone che con i suoi washlet è riuscita a riconvertire un intero popolo all’uso dell’acqua.
Anche gli USA sono un popolo della carta, da qui l’eterna polemica sul bidet e l’insuccesso della TOTO azienda giapponese che, dopo il successo in patria, tenta con scarsi risultati di convincere gli americani a lavarsi dopo aver defecato.

 
 La prima testimonianza certa sul bidet risale al 1710, anno in cui il probabile inventore, Christophe Des Rosiers, lo installò presso l’abitazione della famiglia reale francese.
In realtà il bidet rimase inutilizzato in Francia; a Versailles esistevano 100 bagni ma furono dismessi tutti in una decina di anni.




Nella seconda metà del 1700 troviamo il primo bidet utilizzato in Europa, proprio in territorio italiano, che diede il via alla sua diffusione prima nel Regno delle Due Sicilie e, molti anni più tardi, anche nel resto della penisola. Fu la Regina di Napoli, Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, ad essere particolarmente innovativa nel volere un bidet nel suo bagno personale alla Reggia di Caserta. Dopo l’annessione al Piemonte, ad unità d’Italia avvenuta, i Savoia fecero l’inventario di ciò che trovarono nella reggia borbonica e, non sapendo cosa fosse, non seppero dare una definizione dell’oggetto; nell’inventario fu scritto “oggetto sconosciuto a forma di chitarra”.

Dal 1900, durante l’età vittoriana, con l’avanzamento tecnologico delle tubature, il bidet, assieme al vaso da notte, divennero strumenti utilizzati nella stanza da bagno e non più in camera da letto.
Ma il bidet ebbe anche un periodo buio dovuto al fatto che era utilizzato soprattutto dopo rapporti sessuali e quindi visto strettamente legato a prostitute e donne di “malaffare”. Visto quindi come “eliminatore” dell’eventuale seme presente nella donna, venne anche condannato come parte delle pratiche anticoncezionali malviste dalla chiesa.
Se è per questo che i francesi continuano a non usarlo, non ha senso..lo usiamo noi che abbiamo il Vaticano in casa! Mah..!!
(da l'Elzeviro)
Il bidet è comunemente presente solamente in alcuni paesi europei (Grecia, Italia, Spagna e Portogallo), in America latina (in Argentina è presente al 90%), in Medio Oriente e Asia (in particolar modo in Giappone dove è addirittura presente nei bagni pubblici).
Come fanno gli abitanti dei paesi che non usano il bidet? Non se lo fanno e si limitano all'uso della carta, rimandando il lavaggio alla doccia mattutina, e se si trovano a fare sesso interrompono i preliminari e uno dei due, o ambedue, vanno a docciarsi. Qualcuno però sostiene di usare il guanto igienico di spugna.

(NOTA: Altri orrori che possono trovarsi all'estero:
la frequenza della moquette nei bagni inglesi; la lontananza (stanze diverse) di water e lavandino/doccia nelle case francesi (sempre in assenza di bidet); il ''rialzo'' nelle tazze dei water austriaci e tedeschi, una specie di mensola su cui cade il prodotto e che ne consente l'attento esame prima di tirare l'acqua e farlo scomparire definitivamente (ma ne determina l'inevitabile residuo strisciato e una maggior diffusione dell'odore); due rubinetti separati nei lavandini inglesi, uno per l'acqua fredda e uno per la calda.)
 Datosi che la maggior parte dei maschi umani ha il vezzo di schizzettare fuori dal water quando fa pipì, questo comporta parecchi problemi e spese di pulizia soprattutto nei luoghi pubblici Nell'aeroporto di Monaco è stato piazzato questo geniale tipo di water, con una mosca disegnata. Nel tentativo di centrare la mosca gli schizzi si sono automaticamente ridotti. E ridotti si sono pure gli interventi dell'impresa di pulizie, da sei a cinque, nelle 24h, con un bel risparmio.



Il gabinetto divide in due il pianeta. La metà ricca ha a disposizione reti fognarie e gabinetti a sciacquone. La metà povera quando va bene può usare latrine a secco o ricorre ai campi.In realtà 2,6 miliardi di persone non dispongono di servizi igienici. Quattro persone su dieci non hanno alcuna latrina, toilette, secchio o casupola. Defecano lungo i binari del treno o nei boschi. Quelle quattro persone su dieci vivono circondate dagli escrementi umani. Il prezzo da pagare in termini di malattie è incredibile. Un grammo di feci può contenere 10 milioni di virus, 1 milione di batteri, 1000 cisti parassitarie e 100 uova di vermi. Piccole particelle fecali possono contaminare l’acqua, il cibo, le posate e le scarpe, e possono essere ingerite, bevute o involontariamente mangiate. Paradossalmente, la parte di umanità che utilizza gabinetti moderni è anche la meno sensibile al problema dello smaltimento della cacca.Una volta eliminate le scorie dalla nostra tazza nulla sappiamo del loro viaggio, che spesso finisce per inquinare pesantemente l’ambiente. Se si pensa che città del mondo evoluto (e non sono certo le sole) come Vancouver e Brighton scaricano direttamente a mare i liquami non trattati delle fogne, non c’è da essere allegri.




Nella foto sopra, si può vedere un moderno gabinetto ''a separazione'': divide cioè la pipì dalla cacca alla fonte per evitare che i liquidi organici, carichi di fosfati, appesantiscano e inquinino oltremodo i solidi, più facili da compostare e riciclare. Questo mette in evidenza che il problema dello smaltimento della cacca è uno dei più importanti, mentre noi, popolo dello sciacquone, siamo convinti che basti cagare, schiacciare un bottone, consumare 13 litri d’acqua potabile a ogni scarico, per dimenticarci che il più delle volte quello che abbiamo scaricato sarà il cibo dei nostri prossimi pasti.


FINE

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