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venerdì 6 novembre 2015




IL MAGO SABBIOLINO
o THE SANDMAN




Il sandman è, in diverse culture occidentali, uno spirito che sorveglia il sonno e i sogni dei bambini spargendo sabbia magica o polvere sui loro occhi. Se al risveglio ci si ritrova qualche granello sulle ciglia, quella è prova della sua presenza la notte prima.

Tra le principali riscritture letterarie del mito vi sono quella di E.T.A. Hoffmann (“Der Sandmann”, 1817, riletta da Freud nel 1919 in “The Uncanny”), quella di Andersen (“Ole Lukøje”, tradotta in “The Sandman”, 1842) i vari fumetti e i diversi omaggi rock (da Roy Orbison a Enya, dai Genesis ai Metallica).
Tradizionalmente è un personaggio di molte storie per bambini. In alcune tradizioni nordiche, assume l'aspetto di un omino che arriva appeso ad un ombrello.



Due bravissimi autori olandesi, Rien Poortvliet e Wil Huygen, hanno pubblicato dei famosi libri sugli gnomi: ai testi di Huygen si uniscono gli splendidi disegni di Poortvliet, che sono poi diventati famosi in tutto il mondo, e rappresentano gli gnomi col cappello rosso a punta e la casacchina blu. Hanno scritto anche un libro della medesima serie intitolato L'Omino della Sabbia. 

Dal libro veniamo a sapere che l'Omino della Sabbia produce nella sua casetta una speciale sabbia soporifera senza la quale nessuno potrebbe dormire. Ogni sera esce dalla sua casetta e la va a distribuire a tutte le persone del mondo: infila uno o due granelli di sabbia negli occhi di ciascuno di noi, cosicchè iniziamo, pian piano, ad avvertire un senso di sonno. L'Omino della Sabbia è anche il responsabile delle notti insonni: a volte sbaglia mira e non centra con il granello l'occhio della persona, che quindi per quella notte dorme male o peggio non dorme; a volte abbonda con i granelli di sabbia, causando nel malcapitato quella sonnolenza che ogni tanto sentiamo tutti.
Questo volumetto in Italia  ha avuto minor successo degli altri sugli gnomi: da noi il Sandman è poco noto e fa parte delle tradizioni di poche regioni italiane. E' per esempio conosciuto nel Triveneto che confina con l'Austria (che insieme alla Germania è il paese dove probabilmente il mito ha avuto origine).
Nel centro Italia è conosciuto come Omino della Rena: 


un esserino notturno che, secondo la tradizione senese, fa addormentare i bambini capricciosi. Ci riesce grazie a un espediente poco grazioso: lanciando nei loro occhi un pizzico di sabbia per costringerli a chiuderli. Non sempre il bambino si addormenta felicemente, anzi, spesso scoppia in lacrime per il troppo bruciore. Questa creatura è anche conosciuta con il nome di Omino del Sonno: un piccolo Folletto che si aggira per le campagne durante le ore notturne. Indossa un cappello a cilindro e penetra nelle case di campagna attraverso i muri. Con sè porta sempre un sacchetto di sabbia che non si esaurisce mai. La sabbia gli serve per lanciarla a pizzichi negli occhi dei bambini che non vogliono dormire o stentano a prendere sonno.




 Ernst Theodor Amadeus Hoffmann (Königsberg, 24 gennaio 1776 – Berlino, 25 giugno 1822) è stato uno scrittore, compositore e giurista tedesco, esponente del Romanticismo.
Tra i Racconti notturni, uno dei più celebri è Der Sandmann (L'uomo della sabbia), che racconta delle vicende di Nataniele, personaggio soggetto ad una ossessione paranoica che oscilla tra il reale e l'immaginazione. Da bambino Nataniele viene ammonito dalla tata con la minaccia del Mago Sabbiolino (l'Uomo della Sabbia) che viene dai bambini che non dormono e butta loro la sabbia negli occhi, facendoli cadere sanguinanti, per poi portarli in pasto alle sue creature dal becco affilato. Nataniele identifica dapprima il Mago Sabbiolino con Coppelius, amico del padre,  forse causa della sua morte (ritenuta accidentale); poi, da ragazzo, con Coppola, venditore ambulante di occhiali dal quale compra un binocolo che userà per spiare Olimpia, sua vicina di casa. In realtà Olimpia è un automa creato dal dottor Spallanzani e dall'ottico Coppola. Nataniele porta avanti la sua ossessione perturbante nei confronti dell'ottico e il timore per la perdita degli occhi, fino a quando un giorno, in cima ad un campanile con la fidanzata, non tenta di buttarla giù in preda al panico per aver visto Coppelius. La ragazza si salva, ma Nataniele si butta, morendo sul colpo.
Sulla storia Der Sandmann - tradotta in Italia anche col titolo di Il mago sabbiolino o L'Orco Insabbia - è basato anche il bel balletto di danza classica ''Coppelia'', che racconta, debitamente modificata, la storia del protagonista del racconto di Hoffmann."
 Dell'Omino della Sabbia sentiamo parlare anche nel secondo atto dell'opera Hänsel und Gretel di Engelbert Humperdinck: come da manuale, l'Omino sparge sugli occhi dei due bambini spersi nel bosco una sabbia magica per farli addormentare, prima di andarsene e proseguire il suo lavoro.
 La fiaba folkloristica di Hans Christian Andersen del 1841 parla di Sandman, chiamato Ole Lukøje, riferendosi ai sogni dati ad un giovane ragazzo in una settimana attraverso la sua polvere magica.


 
Nel folklore rumeno c'è un personaggio simile chiamato Mos Ene (Ene L'Anziano)



L’omino del sonno
C’è un omino piccino piccino
che va in giro soltanto di sera
e cammina pianino pianino
con un sacco di polvere nera.
E’ l’omino inventor del dormire
che nel lungo serale cammino
senza farsi veder ne’ sentire
porta il sonno per ogni bambino.
Non si sa se sia bello o sia brutto
se sia vecchio più o meno del nonno
si sa solo che va dappertutto
e che lascia, passando, un gran sonno.
Quando stanchi si senton gli occhietti
è perché sta passando l’omino
ed è l’ora in cui tutti i bimbetti
fan la nanna nel loro lettino!
(J. Colombini Monti)











"Enter Sandman" ( qui il video:    http://youtu.be/CD-E-LDc384  ) è una canzone dei Metallika. Qui c'è una traduzione del testo, un po' approssimativa: Di' le tue preghiere piccolino, non scordarti figlio mio di includere ognuno Croccante fuori, morbido dentro, tieniti libero dal peccato, che arriva l'uomo di Sabbia Dormi con un occhio aperto, attaccati forte al cuscino Uscita luce, entrata notte, prendi la mia mano Con la pasta del capitano Qualcosa sbagliato, spegni la luce, pensieri pesanti stanotte e non si tratta di biancaneve Sogni di guerra, sogni di pace, sogni di pollo alla brace, e di cose che mordono Dormi con il culo scoperto, attaccati forte al cuscino Stai zitto piccolino non dire una parola. E non badare a quel rumore che hai sentito. E' solo una bestia dentro al tuo letto, nella tua testa nel tuo cassetto !
 



 Anche in una delle Silly SYmphonies di Walt Disney appare il Mago Sabbiolino. Qui a fianco un'inquadratura:












 


In questa illustrazione appare il Mago Sabbiolino abbigliato nello stile da mago più ''classico''. Io l'ho sempre immaginato vestito così.
E più o meno così appare anche
in un film di Stanlio e Ollio mentre getta sabbia sui personaggi facendoli addormentare. Si tratta di un film molto bello (uno dei migliori della coppia), popolato da tanti personaggi di fiabe e Nursery Rhymes: http://it.wikipedia.org/wiki/Nel_paese_delle_meraviglie.






 


FINE

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mercoledì 28 gennaio 2015




LE SETTE CITTA' DI CIBOLA



La ''Cerca'' di Cibola nacque intorno al 1150, quando gli Arabi conquistarono la città di Merida in Extremadura, in Spagna. La leggenda racconta piuttosto esplicitamente che i sette vescovi della città, per non cadere in mani infedeli, organizzarono una carovana trasportante oro e oggetti preziosi e da Merida raggiunsero il mare, probabilmente la costa atlantica del Portogallo.
 Da qui partirono verso Occidente, a bordo di alcune navi, portando con sé le ricchezze e i cittadini di Merida che non vollero arrendersi. Quando tre secoli e mezzo dopo Colombo aprì la via per le Americhe, il ricordo di quella fuga era ancora chiaro nella memoria collettiva spagnola e fin dall'arrivo nei Caraibi fu inviata una spedizione per trovare le sette colonie cristiane che si dice i vescovi fondarono: oltre alla celebre Cibola, anche Aira, Anhuib, Ansalli, Ansesseli, Ansodi, Ansolli e Con.

 

 Queste sette città si dice furono edificate con l'oro ad Antilia, isola delle ricchezze e della beatitudine da molti confusa con Cuba. Fu qui che iniziarono le ricerche. Da qui si passò alla Florida. Pánfilo de Narváez fu nominato Governatore della Florida dal viceré spagnolo Antonio de Mendoza, ma si trattava di una nomina solo di facciata, in quanto la Florida ai tempi era una terra paludosa e popolata da Nativi ostili. Questa spedizione fallì miseramente: delle cinque navi iniziali due naufragarono causando la morte di tutto l'equipaggio e dei settecento uomini rimanenti del contingente, metà disertarono appena dopo lo sbarco.


   I superstiti, accertato che non vi era tracca di città d'oro in Florida, puntarono verso il Golfo del Messico attraverso zattere improvvisate che naufragarono anch'esse. Stupidamente, invece di puntare verso la vicina Cuba, decisero di percorrere le paludi dell'Alabama e i deserti del Texas... Alla fine di una marcia delirante quasi decennale, degna solo della follia dei Conquistadores, si salvarono in quattro: Álvar Núñez Cabeza de Vaca, Alonso del Castillo Maldonado, Andrés Dorantes de Carranza e uno schiavo berbero di nome Estebanico, conosciuto in Italia come Stefano il Nero.



 Quest'ultimo è la figura più incredibile di questa vicenda, un personaggio degno di un romanzo: si trattava infatti di uno schiavo berbero originario del Marocco comprato dal un nobile spagnolo Andrés Dorantes de Carranza e divenutone poi amico, al punto da portarlo in America come collaboratore e guardaspalla. Carranza infatti era un uomo colto e amante dell'arte e accanto alla brama di ricchezza aveva il desiderio di scoprire nuove terre e civiltà. Perciò insegnò tutto quello che poteva al fido Estebanico, che ricambiò il favore salvando la vita all'amico-padrone in più di una circostanza. Fu grazie all'arte della sopravvivenza dell'ex-schiavo berbero se i quattro di cui sopra poterono raggiungere, in otto assurdi anni, la regione della Nuova Spagna in Messico.

 Alvaro Cabeza de Vaca, che di professione era medico e naturalista, descrisse il tremendo viaggio attraverso il sud dei futuri Stati Uniti in un libro intitolato "Naufragio", che fece molto scalpore sia in Europa che nel Nuovo Mondo.   





 













I quattro uomini infatti, non potendo saccheggiare o depredare, furono obbligati a instaurare relazioni amichevoli con i Nativi: e da queste relazioni diplomatiche appresero che effettivamente, a ovest del Colorado, esisteva un luogo lastricato d'oro e costruito da una popolazione indigena strana e non affine agli indigeni.
 La notizia di questo resoconto giunse alle orecchie della corte imperiale e il Governatore della Nuova Galizia messicana, Francisco Vázquez de Coronado, fu incaricato nel 1539 di inviare una spedizione alla ricerca di queste fantomatiche città di Cibola.



 




Preliminarmente Coronado, che aveva fama di essere un duro, freddo e spietato, inviò proprio l'uomo che più di tutti era stato il protagonista della fallita spedizione di dieci anni prima, Estebanico; assieme a lui mandò un frate francescano apprezzato e seguito, Marcos de Niza (Marco di Nizza), che aveva partecipato alla conquista del Perù con Francisco Pizarro e che dopo il libro di Cabeza de Vaca era stato mandato dal vicerè Mendoza alla ricerca solitaria di Cibola dalle parti dell'attuale Arizona, nei territori dei villaggi popolati dai Nativi Zuni e Hopi.

Marcos de Niza aveva trovato anch'egli tracce di Cibola nei racconti, perciò non ci fu coppia migliore per svelare questo mistero.



 Tuttavia fu il frate a tornare, un anno più tardi, solo. Raccontò di essere stato effettivamente a Cibola con Estebanico, ma che questo era stato ucciso dai Nativi ostili: non aveva potuto entrare in città, ma l'aveva osservata dall'alto, in quanto anche la sua vita era stata messa in pericolo. Disse che Cibola si trovava a cinque leghe dal mare e dalla collina su cui si era appostato era possibile vedere, verso ovest, l'Oceano Pacifico. Si trattava di una città reale, una città in cui tutto era coperto d'oro: i tetti, le scale dei palazzi, fino alla pavimentazione delle strade. Ovunque c'era ricchezza e opulenza.
 
Consapevole dell'importanza di questi resoconti, pur lacunosi, il Vicerè convinse Coronado a partire egli stesso per una spedizione di conquista. Il Governatore organizzò una missione militare in piena regola: 335 soldati spagnoli, 1300 nativi, quattro frati francescani tra cui Marcos de Niza e un imprecisato numero di schiavi di colore lasciò il Messico per dirigersi verso il Deserto di Sonora. 



Questo esercito entrò nel territorio degli attuali Stati Uniti nella zona sotto il controllo dei Nativi Apache, in Arizona.
 Raggiunta l'area popolata dagli Hopi, nei pressi del fiume Colorado, e vedendone i poveri villaggi fatti di fango e paglia, i soldati ebbero un moto di rivolta.


 Nella foto a fianco: un villaggio Hopi del nostro tempo, di poco mutato rispetto al 1500.















 L'incontro con gli sciamani Hopi scioccò non poco i conquistadores di Coronado, che li ritenettero fantasmi. Tuttavia nemmeno gli Hopi possedevano oro o altri preziosi.
La sensazione che le cose non stessero come le aveva raccontate il frate Marco de Niza era generalizzata e si tentò persino di ucciderlo, minacciando la diserzione se de Niza non fosse stato punito per la sua incompetenza. Coronado non poteva certo far giustiziare un uomo tanto importante e lo rimandò in Messico, sia pure con infamia. Tuttavia per quanto bugiardo e forse assassino, Marcos de Niza aveva descritto Cibola come a poca distanza dall'Oceano Pacifico: non si comprende perché un capitano in teoria determinato ed esperto come Coronado sia andato a Est e non a Ovest come invece suggeritogli dal racconto del frate. Fatto sta che la spedizione incrociò a Oriente verso il Rio Grande, cioè verso gli attuali stati di Nuovo Messico, Texas, Oklahoma e Kansas e che alla fine Coronado si sia impantanato in una guerra di conquista di territori poveri e desolati, ricchi solo di erba e bisonti. Non servirono a nulla la violenza, i massacri, le torture che i suoi soldati inflissero alle popolazioni indigene: se una cosa non esiste, non può essere confessata.

La mappa mostra chiaramente l'assurdo viaggio di Coronado. Da notare che, stando alle descrizioni, Cibola dovrebbe essere situata a venti km dall'Oceano Pacifico!



Nel 1542 Coronado fu richiamato in Messico. Il suo esercito si era frammentato in una miriade di guarnigioni, decimato da fame, malattie, imboscate e una guerriglia continua, perché era impensabile mantenere in quei territori desertici un manipolo di soldati tanto grande da non poter essere sfamato dalle risorse naturali. Il mancato ritrovamento di Cibola lo fece andare su un'altra città miticamente ricca, Quivera, nei territori degli indiani Pueblo: ma anche in questo caso le leggende non ebbero riscontri. Così Coronado, in totale miseria, tornò alla sua poltrona di Governatore in Messico, ma era un uomo distrutto nel morale e nella reputazione. Con lui e con il fallimento della spedizione si spensero per un po' le luci su Cibola e le altre sei favolose città, mentre la "nuova" Quivera fu cercata a lungo fino agli albori del XVII Secolo.
Che pensare oggi di queste mitiche città d'oro? Sinceramente, il racconto del frate Marco de Niza appare lacunoso e senza la controtestimonianza di Estebanico risulta non attendibile. Del resto, a quanto pare nessuno ha cercato per davvero Cibola fino a tempi recenti, ma certo la sua vicinanza all'oceano (cinque leghe spagnole erano corrispondenti a 21 km) avrebbe attirato l'attenzione di qualcuno, se fosse stata ricoperta d'oro… Se mai Estebanico e Marcos de Niza sono andati a Cibola, questa deve essere forzatamente nell'area a ovest della Baja California, in un territorio messicano poco urbanizzato e cartografato.
Fonte: http://www.satorws.com/sette-citta-cibola.htm
 Carl Barks disegnò per Walt Disney una bellissima storia sulle sette città di Cibola, di cui allego qualche tavola.




venerdì 26 settembre 2014





 LE ISOLE FELICI DEI MARI DEL SUD
(SECONDA PARTE)


Nonostante i cambiamenti avvenuti negli ultimi 300 anni, il mito resiste nell'immaginario collettivo occidentale.
Thaiti è forse l'isola che è cambiata maggiormente. Anzitutto non ha mai posseduto le grandi spiagge bianche che ci si aspetta dalle isole polinesiane, ma solamente scogli e qualche spiaggia nera, vulcanica.
 Il capoluogo, Papeete, quella di Gauguin, è oggi una città orribile, non grande, ma iperaffollata, trafficata, rumorosa. L'unico posto con qualche traccia di folklore locale è forse il mercato.






Gauguin vi restò qualche anno, ma poi, non riuscendo a sbarcare il lunario, si trasferì alle Marchesi, 1500 km a nordest, isole molto meno civilizzate perchè mancanti di aeroporto. Fu lì che solo, lebbroso, ammalato di sifilide, morì per problemi cardiocircolatori.
  



Lo scrittore Somerset Maugham soggiornò con soddisfazione a Papeete 13 anni dopo la morte di Gauguin. La trovò molto affascinante, splendida di colori, di luce, di mare e di cielo. Gli ispirò anche il romanzo La Luna e Sei Soldi, una biografia di Gauguin molto libera e romanzata.


 Anche Matisse vi trascorse tre mesi nel 1930. Pure lui se ne innamorò, e la descrisse con bellissime parole.




 Quattro opere di Henri Matisse: Finestre a Papeete


 

















Ancora negli anni '50 lo scrittore James Michener parlò di Papeete come di un paradiso popolato da persone di ogni razza, tutte sorridenti e felici. Nel suo South Pacific parla di sale da biliardo, biciclette, stradine strette, larghe verande, sartorie cinesi e sale da ballo.
Folco Quilici  andò in Polinesia a più riprese. La descrisse priva di barriere sociali.


 Per strada le grandi ville si affiancavano alle capanne più modeste, non c'erano quartieri eleganti e quartieri poveri. I miliardari potevano andare a ballare con le cameriere, il Governatore e la sua cuoca frequentavano  gli stessi locali.
Nei viaggi successivi le macchine erano aumentate, e Papeete era diventata caotica. Gli abitanti non andavano più a pescare, bensì al lavoro, e rientrati a casa guardavano la tv: avevano cambiato sistema di vita. 
Oggi Papeete, capoluogo di Thaiti, è fra le città più caotiche al mondo; le barriere sociali sono molto sentite, e così pure il razzismo dei polinesiani verso i loro cugini delle meno civilizzate Isole Marchesi. Quando questi, attratti dalla civiltà e dall'urbanizzazione, emigrano ad Thaiti, i Thaitiani tendono a relegarli in miserabili periferie.


Negli anni '70 il compositore/poeta/cantante Jacques Brel si trasferì a vivere alle Marchesi, per puro spirito d'avventura. Le comunicazioni con gli altri arcipelaghi (per non parlare del resto del mondo) erano ridottissime. Egli mise a disposizione della popolazione la sua imbarcazione e il suo piccolo aereo, e cominciò un servizio gratuito di trasporto di merci e posta.

Jacques Brel e il suo bimotore
Non descrisse mai le Marchesi come un paradiso, ne parlò e le cantò per quello che erano: un posto molto povero e primitivo, con cieli grigi, pioggia, e difficoltà oggettive per gli isolati abitanti. La sua canzone Les Marquises, non ha nulla di folkloristico, neanche nella malinconica melodia. Potete ascoltarla qui .
 Brel visse per diversi anni a Hiva Hoa, dove Gauguin aveva passato gli ultimi anni della sua vita, e benchè sia morto a Parigi, è sepolto nel piccolo cimitero dell'isola, a fianco a Gauguin.
 
Paul Gauguin

Non è cambiata solo Thaiti, e la sua Papeete. Le isole di re Salomone (un migliaio) al momento della loro scoperta avevano grossi giacimenti d'oro. Oggi sono un paese appena uscito da un lungo periodo di lotte intestine tra diverse fazioni, un paese abbastanza povero, periodicamente distrutto da terremoti e conseguenti tsunami, e, come se non bastasse, anche avvelenato dalla malaria. Possiamo dire che le favolose Isole di re Salomone sono definitivamente uscite dal mito, benché rimangano come luogo dell'immaginario letterario.
Le isole Vanuatu sono anch'esse poco ricercate dai turisti. Si va da un terremoto ad uno tsunami con brevi intervalli. Poi la situazione sanitaria è inadeguata e la mortalità infantile drammaticamente alta.
Nell'immaginario collettivo permangono invece a pieno titolo Bora Bora e Moorea, con tutto il loro fascino, una natura generosa e indigeni piacevoli. La stessa cosa può dirsi di Samoa. Le Fiji invece hanno un fascino più recente, grande, ma privo di quell'alone di leggenda e dello spessore letterario delle Tonga, di Samoa, delle Marchesi ecc.

Bora Bora

 
Moorea

Chi è andato a vivere al giorno d'oggi in Polinesia, facendo il grande passo e dando una svolta alla sua vita, ha davvero trovato il paradiso? C'è chi ha fatto ricerche e interviste, e riporta risposte abbastanza varie. Qualcuno dice di aver ritrovato se stesso, qualunque cosa si intenda. Altri hanno appagato interessi culturali; altri ancora si sono lasciati inebriare dalla bellezza straordinaria della natura incontaminata, altri hanno trovato una vita senza stress. Qualcuno cercava, e ha trovato,  ispirazione artistica. Certo tutti hanno sperimentato una lentezza di ritmi nuova, un senso di sconfinata libertà, una natura stupenda. E se non si è trovato veramente l'Eden, di sicuro nessuno ha intenzione di lasciare quest'ottimo surrogato.
Quando si arriva su un'isola felice si scopre immediatamente che l'immagine dell'uomo bianco sdraiato sotto la palma, affiancato da una bella vahiné, è solo uno sciocco stereotipo. In paradiso si deve lavorare duro (in genere nel campo turistico). Ma senza troppi obblighi, serenamente, e tra splendide spiagge e cieli un po' meno splendidi.



La mescolanza di razze cinesi, francesi e maori hanno creato una razza bellissima, soprattutto parlando di ragazze. In nessun'altra parte del mondo i coloni hanno sposato le indigene, ed esse, le vahiné, hanno fatto da tramite tra francesi e indigeni per due secoli.



Oggi le vahinè, anche se belle, sono reputate donne di scarsa dolcezza, che mancano di discrezione, e che non conoscono le raffinatezze del piacere nè vi sono interessate. Sono frivole, superficiali e infedeli. E' difficile intrattenere con loro legami durevoli e profondi.




La vita culturale sulle isole, se c'è, è molto differente dalla nostra. Dopo poco gli argomenti mancano.
Gli indigeni, tutti cristiani, non hanno mai compreso il concetto di peccato. Però vanno a messa ogni domenica, frequentandola come funzione sociale.

I polinesiani non discriminano i bambini nati fuori dal matrimonio (che sono tanti! ). Essi vengono allevati da mamme, nonne, sorelle o chiunque altro. Non vengono discriminati nemmeno gli omosessuali o i travestiti. 
La parte più difficile che incontra chi si trasferice qui è tentare di avere rapporti con gli indigeni. Si scopre quasi subito che vi sono differenze culturali insormontabili. Sono intelligenti ma vivono alla giornata, non mantengono le promesse, non conoscono la puntualità, e confrontarsi con loro è una fonte di frustrazione. Per il resto la vita presenta pochi problemi: qualche difficoltà nel fare la spesa: esclusa Papeete, non vi sono market come li intendiamo noi; si rischia di dover comprare la roba a sacchi anzichè a confezioni.  In compenso si risparmia sugli abiti (gli stessi tutto l'anno) e sul riscaldamento. Si gode dei colori decisi del paesaggio tropicale, si assapora la tranquillità, ed è certo che molte di queste persone non torneranno più in Europa.
 
Paul Gauguin

Ma guai ad andarci per disperazione, per una delusione d'amore o perchè si è perso il lavoro. Lontanissimi da casa, senza nessuno con cui parlare, tagliati dal mondo, resterebbe solo il suicidio!
Scegliere il mito delle isole felici funziona solo se si ha l'animo sereno, meglio se insieme ad un compagno, una famiglia, un amico con cui dividere l'esperienza. Inutile scegliere Papeete, che è una città a tutti gli effetti, con i difetti di tutte le città. Piuttosto è meglio andare in un atollo lontano, dove la Polinesia sia ancora quella di Gauguin. Si possono fare splendidi incontri con europei che hanno condotto una vita avventurosa.
 
Per concludere voglio riportare un brano di un'intervista fatta al grande attore Arnoldo Foà. Parla della sua fuga alle isole Seychelles, isole dell'oceano Indiano, ma dal punto di vista del mito, assolutamente equiparabili alla Polinesia.  ''La fuga alle Seychelles per quattro anni, con il primo governo Berlusconi, è stata raccontata come un esilio politico: dopo aver sofferto il fascismo, gli ex fascisti tornavano al potere... In realtà decisi di rimanerci, più che di andarci. Mentre l'Europa è un'espressione della civiltà, le Seychelles sono un'espressione della natura, gli uomini somigliano alle piante, agli animali, agli uomini, è un modo di vivere naturale. In Europa si vive artificialmente, devi pensare a chi sei, a cosa pensi, a chi credi. Belle le Seychelles, belle!''



FINE 

Qui trovate la
prima parte


giovedì 25 settembre 2014





LE ISOLE FELICI DEI MARI DEL SUD
(prima parte)

James Cook
 
Nel XVIII secolo il capitano Cook fu incaricato dalla Royal Navy di cercare la leggendaria Terra Australis. Dopo aver mappato buona parte delle coste dell'Australia, dimostrandone la grandezza continentale, fu nuovamente mandato verso l'emisfero sud, perchè si continuava a credere che più a sud ci fosse un altro continente.
 



 Cook in effetti riuscì a raggiungere la costa dell'Antartide, ma la desolazione del luogo era tale che, se quello era il famoso continente australe, lo si poteva lasciar perdere. La cosa interessante fu che, abbandonate queste perlustrazioni, si dedicò a visitare e mappare una quantità di isole e arcipelaghi: Le Hawaii, le Marchesi, Tahiti, l'isola di Pasqua e un'infinità di altre isole Polinesiane.






Dopo questi viaggi si cominciò a pensare alla Polinesia come un luogo bellissimo, con meravigliosi paesaggi, indigeni amichevoli, un clima caldo, una vita facile in mezzo ad una natura più che prodiga, e per di più dei costumi sessuali molto liberi.
In Europa si diffuse in quegli anni il mito del ''Buon Selvaggio'', ossia il concetto di un'umanità non ancora guastata dalla civiltà, dunque innocente e vicina alla natura. Questo mito si trascinò appresso anche quello delle isole felici dei Mari del Sud. 
 



 Il fascino era innegabile, ma la realtà naturalmente era diversa.
I nativi erano gentili coi bianchi, e fra di loro erano molto sentiti valori come amicizia e solidarietà. Ma non si può dire che fossero pacifici. Spesso entravano in guerra con popolazioni di isole vicine, facevano sacrifici umani al dio della guerra (anche il capitano Cook vi assistette una volta), e avevano anche un altro costume, questo peggiore ancora: essendo abilissimi navigatori, si spostavano con le piroghe anche per lunghi viaggi; per avere scorte di carne fresca si portavano appresso un prigioniero nemico, e durante il viaggio ne tagliavano porzioni per nutrirsi, senza peraltro ucciderlo, visto che doveva durare per tutto il viaggio. Con tanti saluti al Buon Selvaggio.






Quanto al clima, era sì caldo, ma umidissimo e soffocante. La presenza di zanzare e altri insetti lo rendeva molto fastidioso. E poi c'erano i frequenti uragani.
Il sesso era effettivamente molto libero, e la cosa colpì molto gli europei cresciuti sotto il pugno ferreo della religione e dei suoi tabù. Tuttavia, come scoprirono presto i primi europei che decisero di andare a vivere in Polinesia, il sesso non è tutto.



Paul Gauguin
  
 In un paradiso dove non ci si doveva arrabattare per la sopravvivenza, dove bastava gettare un amo in mare per approvvigionarsi di pesci, dove bastava allungare una mano per raccogliere frutti squisiti, dove gli abitanti vivevano esclusivamente nel presente, senza far provviste nè progetti, nè aver preoccupazioni, gli argomenti comuni di conversazione mancavano. I polinesiani (e le polinesiane) erano un po' infantili e totalmente inaffidabili, con un senso del tempo, delle responsabilità, dei doveri, assolutamente assente. La comunicazione e gli scambi culturali, con una popolazione che non conosceva la scrittura, la tessitura, e tante altre cose, erano praticamente impossibili. La maniera di vivere nulla aveva in comune con la cultura europea. Al di là del sesso c'era solo un'incommensurabile noia.


Paul Gauguin: Vahiné sotto un albero di mango

Quando l'Europa scoprì la Polinesia ci furono subito delle conseguenze: l'arrivo dei missionari e la comparsa delle malattie veicolate dall'uomo bianco, prime fra tutte quelle veneree.
I missionari, in molti casi si dimostrarono dei veri imbecilli: distrussero molta della vegetazione esistente per far sì che gli indigeni dovessero coltivare, lavorare, sudare per avere da mangiare. Essi pensavano infatti che il lassismo dei polinesiani derivasse da una vita troppo facile. Cercarono anche di inculcare il senso del peccato e dei tabù sessuali. Fu però uno sforzo vano: il sesso piaceva troppo. Riuscirono meglio nell'inculcare il senso del pudore. Ancora oggi si possono vedere turiste occidentali ''pagane'' che prendono il sole nude, nella convinzione che le Isole Felici siano proprio il posto giusto per queste trasgressioni, mentre le ragazze locali fanno il bagno vestite. I giovani polinesiani guardano con concupiscenza le ignare (o consapevolissime) signore straniere.

Nonostante gli enormi cambiamenti avvenuti negli ultimi 300 anni, il mito resiste nell'immaginario collettivo occidentale....
Fine della prima parte. 

Paul Gauguin
Qui trovate la seconda parte