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giovedì 14 gennaio 2016





LA CAMERA DI ARLES 
(DIFFICILE CONVIVENZA FRA VINCENT E PAUL)


Nato e cresciuto in Olanda, Vincent van Gogh si trasferì a Parigi nel 1886. Qui trovò un ambiente culturale molto stimolante, entrò in contatto con i pittori impressionisti, si appassionò alle stampe giapponesi che erano allora di gran moda. Dopo due anni di intensa crescita artistica decise di trasferirsi in Provenza, alla ricerca di un po' di quiete e all'inseguimento di quella luce chiara di cui era innamorato. Arrivato ad Arles visse dapprima in albergo, poi andò ad abitare in una casa gialla affacciata sulla piazza Lamartine. Aveva affittato lì un appartamento di quattro stanze.

 
La casa gialla

L'entusiasmo provocato in lui dal sole e dalla natura provenzale era tale che cominciò a produrre una tela dopo l'altra, lavorando senza sosta.
Del modello naturale confessava di non poter fare a meno. Non si sentiva in grado di inventare un soggetto, anzi per quanto riguarda le forme, aveva «il terrore di allontanarsi dal verosimile», ma non aveva problemi a combinare diversamente i colori, accentuandone alcuni e semplificandone altri.

 

 Alla sorella Wilhelmina scrisse: 
« La natura di questo paesaggio meridionale non può essere resa con precisione con la tavolozza di un Mauve, per esempio, che appartiene al Nord e che è un maestro e rimane un maestro del grigio. La tavolozza di oggi è assolutamente colorata: celeste, arancione rosa, vermiglio, giallo vivissimo, verde chiaro, il rosso trasparente del vino, violetto. Ma, pur giocando con tutti questi colori, si finisce con il creare la calma, l'armonia »  



  Al fratello Theo confidò di aver abbandonato le tecniche utilizzate a Parigi, che risentivano dell'esperienza impressionista, e di non copiare più fedelmente quello che gli stava di fronte, ma di esprimerne il vigore attraverso l'uso libero del colore.


 Qui sopra: Il ponte di Langlois con le lavandaie




 All'amico pittore Bernard spiegò in una lettera: 
« Non seguo alcun sistema di pennellatura: picchio sulla tela a colpi irregolari che lascio tali e quali. Impasti, pezzi di tela lasciati qua e là, angoli totalmente incompiuti, ripensamenti, brutalità: insomma, il risultato è, sono portato a crederlo, piuttosto inquietante e irritante, per non fare la felicità delle persone con idee preconcette in fatto di tecnica [...] gli spazi, limitati da contorni espressi o no, ma in ogni caso sentiti, li riempio di toni ugualmente semplificati, nel senso che tutto ciò che sarà suolo parteciperà di un unico tono violaceo, tutto il cielo avrà una tonalità azzurra, le verzure saranno o dei verdi blu o dei verdi gialli, esagerando di proposito, in questo caso, le qualità gialle o blu »

Vincent cominciò a sperimentare diverse tecniche, pennellate pastose e pesanti, talvolta colori spremuti direttamente sulla tela, forme molto ondulate e tormentate, contorni del disegno a volte scuri e definiti, altre volte inesistenti. 
Il suo sogno era di fondare un'associazione di pittori che perseguissero una nuova arte. Pensò a Paul Gauguin, conosciuto a Parigi. Theo van Gogh scrisse a Gauguin e lo convinse a trasferirsi ad Arles presso Vincent: le perplessità di Paul furono superate grazie all'offerta che Theo gli aveva fatto di acquistare dodici suoi quadri all'anno, nonchè di pagargli l'intero soggiorno arlesiano.
Nell'attesa dell'arrivo di Gauguin, Vincent rese la casa accogliente, appese i suoi quadri alle pareti, aggiunse qualche mobile. E fu allora che dipinse una tela che raffigurava la sua camera da letto. 
Ne aveva già scritto in una lettera a Theo, facendogli anche uno schizzo. 




Il quadro è un olio su tela di 72x90cm. da lui stesso descritto in una lettera all'amico Gauguin:
« ho fatto, sempre come decorazione, un quadro della mia camera da letto, con i mobili in legno bianco, come sapete. Ebbene, mi ha molto divertito fare questo interno senza niente, di una semplicità alla Seurat; a tinte piatte, ma date grossolanamente senza sciogliere il colore; i muri lilla pallido; il pavimento di un rosso qua e là rotto e sfumato; le sedie e il letto giallo cromo; i guanciali e le lenzuola verde limone molto pallido; la coperta rosso sangue, il tavolo da toilette arancione; la catinella blu; la finestra verde. Avrei voluto esprimere il riposo assoluto attraverso tutti questi toni così diversi e tra i quali non vi è che una piccola nota di bianco nello specchio incorniciato di nero, per mettere anche là dentro la quarta coppia di complementari » 
Come nelle stampe giapponesi non ci sono ombre a dare volume agli oggetti e una luce diffusa, proveniente dalla finestra con gli scuri chiusi, schiaccia le figure. L’aspetto più sorprendente del quadro è l’uso anomalo della prospettiva, che non rispetta le regole della raffigurazione naturalistica e le proporzioni degli oggetti nello spazio: le pareti sono sbilenche, le figure si piegano obliquamente verso lo spettatore, il letto si spinge in avanti ingigantendosi smisuratamente. La stanza, nella sua instabilità, appare così irreale che, più che il senso del riposo raccontato dal pittore, trasmette inquietudine. È un luogo interiore, riflesso della visione tormentata dell’artista alle prese con la propria immaginazione. 
Questa prima versione de La camera da letto fu terminata nell'ottobre del 1888 e si trova ad Amsterdam al museo Van Gogh.





Alla fine di quel mese arrivò Gauguin, e fu subito una delusione. A Paul non piacque Arles, che gli parve sporca, misera e meschina. Ancor meno era interessato all'associazione di pittori per una nuova corrente artistica. Gli interessava unicamente fare un po' di soldi per andare a vivere alla Martinica. In più il disordine di Vincent e la sua scarsa accuratezza nello spendere i soldi messi in comune crearono dei problemi.

Ritratto di Gauguin dipinto da van Gogh

Vincent ammirava moltissimo Gauguin come artista, ma i due avevano gusti molto differenti riguardo ai Maestri da ammirare, e le discussioni iniziarono presto, anche perchè Vincent non aveva la testa a posto e Paul aveva un carattere un po' difficile. Per van Gogh la pittura consisteva nel ritrarre dal vero, possibilmente all'aperto, velocemente, quasi in preda ad una sorta di possessione: non vaghe allusioni impressioniste, ma pennellate sempre più dense. Per Gauguin invece, l'arte doveva ''suggerire, piuttosto che descrivere'' e dunque lui dipingeva spesso affidandosi alla memoria. Queste opposte visioni causarono alcuni scontri. Se Vincent si immaginava affiancato a Paul nella solare campagna di Arles, ciascuno davanti al proprio cavalletto, dovette ricredersi subito. Addirittura Gauguin provocò l'amico dipingendolo mentre questi dipingeva i suoi amati girasoli, ma fuori stagione, non dal vero dunque. Vincent, che vi appariva visto dall'alto, col volto schiacciato e il collo incassato fra le spalle, commentò: ''Sono io...ma dopo esser diventato pazzo!'' 

Ritratto di van Gogh dipinto da Gauguin

Quella stessa sera i due la trascorsero a bere al caffé: improvvisamente Vincent tirò un bicchiere in faccia all'amico, mancandolo. Paul si spaventò moltissimo. Seguirono giorni di litigi e tensioni che culminarono infine un giorno di dicembre in cui (pare, ma è cosa controversa) van Gogh inseguì Gauguin per strada con un rasoio in mano. Gauguin si volse per affrontarlo, ma non fu necessario perchè Vincent rinunciò a qualunque aggressione. Finì che Paul passò la notte in albergo e l'indomani ripartì; Vincent invece usò il rasoio per mozzarsi mezzo orecchio, che poi incartò e portò in dono ad una prostituta che ambedue frequentavano. Ne seguì un ricovero ospedaliero, uno dei tanti. La convivenza dei due artisti non era durata più di nove settimane.


Due autoritratti con l'orecchio bendato

 Per tornare alla tela della Camera da Letto di Arles, fu uno dei quadri più amati dal pittore. Durante il ricovero ospedaliero fu però danneggiato a causa di un'alluvione. Dopo un anno l'artista ne dipinse altre due copie: una, delle stesse dimensioni della prima, la fece per il fratello Theo. Subì però un processo di essicazione sbagliato e si presenta oggi in cattive condizioni. E' conservata all'Art Institute di Chicago. 



La seconda copia è di dimensioni più piccole, dedicata alla madre e alla sorella, e conservata a Parigi, al museo d'Orsay.


FINE










venerdì 26 settembre 2014





 LE ISOLE FELICI DEI MARI DEL SUD
(SECONDA PARTE)


Nonostante i cambiamenti avvenuti negli ultimi 300 anni, il mito resiste nell'immaginario collettivo occidentale.
Thaiti è forse l'isola che è cambiata maggiormente. Anzitutto non ha mai posseduto le grandi spiagge bianche che ci si aspetta dalle isole polinesiane, ma solamente scogli e qualche spiaggia nera, vulcanica.
 Il capoluogo, Papeete, quella di Gauguin, è oggi una città orribile, non grande, ma iperaffollata, trafficata, rumorosa. L'unico posto con qualche traccia di folklore locale è forse il mercato.






Gauguin vi restò qualche anno, ma poi, non riuscendo a sbarcare il lunario, si trasferì alle Marchesi, 1500 km a nordest, isole molto meno civilizzate perchè mancanti di aeroporto. Fu lì che solo, lebbroso, ammalato di sifilide, morì per problemi cardiocircolatori.
  



Lo scrittore Somerset Maugham soggiornò con soddisfazione a Papeete 13 anni dopo la morte di Gauguin. La trovò molto affascinante, splendida di colori, di luce, di mare e di cielo. Gli ispirò anche il romanzo La Luna e Sei Soldi, una biografia di Gauguin molto libera e romanzata.


 Anche Matisse vi trascorse tre mesi nel 1930. Pure lui se ne innamorò, e la descrisse con bellissime parole.




 Quattro opere di Henri Matisse: Finestre a Papeete


 

















Ancora negli anni '50 lo scrittore James Michener parlò di Papeete come di un paradiso popolato da persone di ogni razza, tutte sorridenti e felici. Nel suo South Pacific parla di sale da biliardo, biciclette, stradine strette, larghe verande, sartorie cinesi e sale da ballo.
Folco Quilici  andò in Polinesia a più riprese. La descrisse priva di barriere sociali.


 Per strada le grandi ville si affiancavano alle capanne più modeste, non c'erano quartieri eleganti e quartieri poveri. I miliardari potevano andare a ballare con le cameriere, il Governatore e la sua cuoca frequentavano  gli stessi locali.
Nei viaggi successivi le macchine erano aumentate, e Papeete era diventata caotica. Gli abitanti non andavano più a pescare, bensì al lavoro, e rientrati a casa guardavano la tv: avevano cambiato sistema di vita. 
Oggi Papeete, capoluogo di Thaiti, è fra le città più caotiche al mondo; le barriere sociali sono molto sentite, e così pure il razzismo dei polinesiani verso i loro cugini delle meno civilizzate Isole Marchesi. Quando questi, attratti dalla civiltà e dall'urbanizzazione, emigrano ad Thaiti, i Thaitiani tendono a relegarli in miserabili periferie.


Negli anni '70 il compositore/poeta/cantante Jacques Brel si trasferì a vivere alle Marchesi, per puro spirito d'avventura. Le comunicazioni con gli altri arcipelaghi (per non parlare del resto del mondo) erano ridottissime. Egli mise a disposizione della popolazione la sua imbarcazione e il suo piccolo aereo, e cominciò un servizio gratuito di trasporto di merci e posta.

Jacques Brel e il suo bimotore
Non descrisse mai le Marchesi come un paradiso, ne parlò e le cantò per quello che erano: un posto molto povero e primitivo, con cieli grigi, pioggia, e difficoltà oggettive per gli isolati abitanti. La sua canzone Les Marquises, non ha nulla di folkloristico, neanche nella malinconica melodia. Potete ascoltarla qui .
 Brel visse per diversi anni a Hiva Hoa, dove Gauguin aveva passato gli ultimi anni della sua vita, e benchè sia morto a Parigi, è sepolto nel piccolo cimitero dell'isola, a fianco a Gauguin.
 
Paul Gauguin

Non è cambiata solo Thaiti, e la sua Papeete. Le isole di re Salomone (un migliaio) al momento della loro scoperta avevano grossi giacimenti d'oro. Oggi sono un paese appena uscito da un lungo periodo di lotte intestine tra diverse fazioni, un paese abbastanza povero, periodicamente distrutto da terremoti e conseguenti tsunami, e, come se non bastasse, anche avvelenato dalla malaria. Possiamo dire che le favolose Isole di re Salomone sono definitivamente uscite dal mito, benché rimangano come luogo dell'immaginario letterario.
Le isole Vanuatu sono anch'esse poco ricercate dai turisti. Si va da un terremoto ad uno tsunami con brevi intervalli. Poi la situazione sanitaria è inadeguata e la mortalità infantile drammaticamente alta.
Nell'immaginario collettivo permangono invece a pieno titolo Bora Bora e Moorea, con tutto il loro fascino, una natura generosa e indigeni piacevoli. La stessa cosa può dirsi di Samoa. Le Fiji invece hanno un fascino più recente, grande, ma privo di quell'alone di leggenda e dello spessore letterario delle Tonga, di Samoa, delle Marchesi ecc.

Bora Bora

 
Moorea

Chi è andato a vivere al giorno d'oggi in Polinesia, facendo il grande passo e dando una svolta alla sua vita, ha davvero trovato il paradiso? C'è chi ha fatto ricerche e interviste, e riporta risposte abbastanza varie. Qualcuno dice di aver ritrovato se stesso, qualunque cosa si intenda. Altri hanno appagato interessi culturali; altri ancora si sono lasciati inebriare dalla bellezza straordinaria della natura incontaminata, altri hanno trovato una vita senza stress. Qualcuno cercava, e ha trovato,  ispirazione artistica. Certo tutti hanno sperimentato una lentezza di ritmi nuova, un senso di sconfinata libertà, una natura stupenda. E se non si è trovato veramente l'Eden, di sicuro nessuno ha intenzione di lasciare quest'ottimo surrogato.
Quando si arriva su un'isola felice si scopre immediatamente che l'immagine dell'uomo bianco sdraiato sotto la palma, affiancato da una bella vahiné, è solo uno sciocco stereotipo. In paradiso si deve lavorare duro (in genere nel campo turistico). Ma senza troppi obblighi, serenamente, e tra splendide spiagge e cieli un po' meno splendidi.



La mescolanza di razze cinesi, francesi e maori hanno creato una razza bellissima, soprattutto parlando di ragazze. In nessun'altra parte del mondo i coloni hanno sposato le indigene, ed esse, le vahiné, hanno fatto da tramite tra francesi e indigeni per due secoli.



Oggi le vahinè, anche se belle, sono reputate donne di scarsa dolcezza, che mancano di discrezione, e che non conoscono le raffinatezze del piacere nè vi sono interessate. Sono frivole, superficiali e infedeli. E' difficile intrattenere con loro legami durevoli e profondi.




La vita culturale sulle isole, se c'è, è molto differente dalla nostra. Dopo poco gli argomenti mancano.
Gli indigeni, tutti cristiani, non hanno mai compreso il concetto di peccato. Però vanno a messa ogni domenica, frequentandola come funzione sociale.

I polinesiani non discriminano i bambini nati fuori dal matrimonio (che sono tanti! ). Essi vengono allevati da mamme, nonne, sorelle o chiunque altro. Non vengono discriminati nemmeno gli omosessuali o i travestiti. 
La parte più difficile che incontra chi si trasferice qui è tentare di avere rapporti con gli indigeni. Si scopre quasi subito che vi sono differenze culturali insormontabili. Sono intelligenti ma vivono alla giornata, non mantengono le promesse, non conoscono la puntualità, e confrontarsi con loro è una fonte di frustrazione. Per il resto la vita presenta pochi problemi: qualche difficoltà nel fare la spesa: esclusa Papeete, non vi sono market come li intendiamo noi; si rischia di dover comprare la roba a sacchi anzichè a confezioni.  In compenso si risparmia sugli abiti (gli stessi tutto l'anno) e sul riscaldamento. Si gode dei colori decisi del paesaggio tropicale, si assapora la tranquillità, ed è certo che molte di queste persone non torneranno più in Europa.
 
Paul Gauguin

Ma guai ad andarci per disperazione, per una delusione d'amore o perchè si è perso il lavoro. Lontanissimi da casa, senza nessuno con cui parlare, tagliati dal mondo, resterebbe solo il suicidio!
Scegliere il mito delle isole felici funziona solo se si ha l'animo sereno, meglio se insieme ad un compagno, una famiglia, un amico con cui dividere l'esperienza. Inutile scegliere Papeete, che è una città a tutti gli effetti, con i difetti di tutte le città. Piuttosto è meglio andare in un atollo lontano, dove la Polinesia sia ancora quella di Gauguin. Si possono fare splendidi incontri con europei che hanno condotto una vita avventurosa.
 
Per concludere voglio riportare un brano di un'intervista fatta al grande attore Arnoldo Foà. Parla della sua fuga alle isole Seychelles, isole dell'oceano Indiano, ma dal punto di vista del mito, assolutamente equiparabili alla Polinesia.  ''La fuga alle Seychelles per quattro anni, con il primo governo Berlusconi, è stata raccontata come un esilio politico: dopo aver sofferto il fascismo, gli ex fascisti tornavano al potere... In realtà decisi di rimanerci, più che di andarci. Mentre l'Europa è un'espressione della civiltà, le Seychelles sono un'espressione della natura, gli uomini somigliano alle piante, agli animali, agli uomini, è un modo di vivere naturale. In Europa si vive artificialmente, devi pensare a chi sei, a cosa pensi, a chi credi. Belle le Seychelles, belle!''



FINE 

Qui trovate la
prima parte