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martedì 26 luglio 2016




SALMONELLA MARY
  (Typhoid Mary) 

 

Tra i microbiologi italiani è conosciuta familiarmente come Salmonella Mary, ma è nota in tutto il mondo come Typhoid Mary. Il suo vero nome era Mary Mallon, irlandese nata nel 1869 e trasferita negli Stati Uniti, dove svolgeva il mestiere di cuoca, ben remunerato e di un certo prestigio rispetto a quello di cameriera o di lavandaia. Lavorò infatti presso famiglie agiate, e questo contribuì in seguito alla scoperta del pericolo gravissimo che costituiva per la società, e al suo conseguente isolamento.



Nell'estate del 1906 il ricco banchiere di New York, Charles Henry Warren, affittò una casa per le vacanze a Oyster Bay, a Long Island, e vi si trasferì con tutta la famiglia. Fu una vacanza disastrosa: nelle prime settimane, tra agosto e settembre, sei degli undici componenti della famiglia si ammalarono di febbre tifoidea, con diarrea, vomiti, temperature altissime, dolori addominali e esantema. 
Poichè le epidemie di febbre tifoidea erano ritenute appannaggio dei ceti sociali più bassi, con qualità di vita inferiore, mancanza d'acqua corrente e ambienti insalubri, il banchiere Warren volle scavare a fondo nella vicenda.




  Impiegò all'uopo un esperto di igiene, il dottor Soper, affinchè indagasse. 
Costui si dimostrò un uomo preciso e ostinato, e riuscì a ricostruire una lunga serie di accadimenti.
Anzittutto scoprì che la famiglia Warren aveva assunto una cuoca per la casa delle vacanze, la quale era rimasta in servizio per circa tre settimane, e aveva poi lasciato l'impiego proprio quando i primi componenti della famiglia si erano ammalati. La cuoca fu descritta come un donnone irlandese di circa 40 anni, con l'aria florida e in salute. Mary Mallon era andata via senza lasciare alcun recapito. 
Continuando ad indagare Soper scoprì che poco tempo prima, nello stesso anno, Mary aveva lavorato presso un'altra famiglia newyorkese, a Park Avenue, e si era frettolosamente licenziata dopo che vi era scoppiato un focolaio di tifo, due componenti della servitù erano stati ricoverati, e la figlia dei padroni di casa era morta. 
Inseguendo gli insoliti focolai di febbre tifoidea negli ambienti ricchi ed eleganti di New York, Soper scoprì che sempre c'era stata per breve tempo in ciascuna delle case infettate una cuoca che rispondeva alla descrizione di Mary Mallon, che ai primi segni della malattia fra le persone di casa, si licenziava e scompariva. In un'altra zona di Manhattan un'intera famiglia si era ammalata, e la lavandaia era morta. In casa di un avvocato erano stati contagiati sette degli otto componenti della famiglia. Insomma, ovunque andasse, la grossa cuoca irlandese, ritratto della salute, lasciava una scia di malattia e morte. 



Si stima che nel corso della sua vita lavorativa Mary abbia direttamente infettato almeno 51 persone, di cui  almeno tre decedute (secondo altre stime i morti furono molti di più, difficile stabilirlo, a causa delle numerose false identità che negli anni aveva assunto). Non si contano ovviamente coloro i quali presero l'infezione perchè a loro volta contagiati da questi malati: in quell'anno a New York circa 3000 persone furono infettate dalla salmonella typhi, e si pensa che Mary sia stata la portatrice sana, il cosidetto paziente zero. C'è anche da tener conto che gli antibiotici non furono disponibili fino al 1948.



Quando Soper riuscì finalmente a rintracciare Mary Mallon, la affrontò spiegandole che probabilmente lei stessa era la causa della malattia e della morte dei componenti delle otto famiglie in cui aveva lavorato negli ultimi anni, e le domandò campioni di sangue, feci e urine.





 Ora, benchè si fosse a conoscenza del fatto che le salmonelle fossero i vettori della febbre tifoidea, il concetto di 'portatore sano' era assolutamente nuovo. Mary, vedendosi accusata, udita la pretesa di Soper, e soprattutto sentendosi sana come un pesce, si infuriò e cacciò via l'uomo minacciandolo con un forchettone. 











Soper dovette tornare dalla donna accompagnato dalla polizia, da una dottoressa e da un ufficiale sanitario. Ci fu un inseguimento di alcune ore, un corpo a corpo, ma alla fine Mary fu presa e obbligata a fornire i campioni richiesti. Poichè questi risultarono positivi la donna fu posta in quarantena al Riverside Hospital, nella North Brother Island, alloggiata in un cottage.








Quel che resta oggi del Riverside Hospital sulla Norh Brother Island




Praticamente fu 'imprigionata' senza processo: la legge non si era mai trovata davanti ad un caso del genere. La donna era una mina vagante, ma non colpevole. Essa era convinta infatti di essere  perseguitata ingiustamente. Dopo due anni di confino, disperata, citò in giudizio il Dipartimento della Sanità, ma senza successo.




 
L'isola oggi disabitata, tra Bronx e Queens

 Nel frattempo veniva trattata con antibatterici aspecifici, lassativi e lievito di birra, che tuttavia non risolsero il problema. Poichè si stabilì che le salmonelle avevano colonizzato la cistifellea, le fu proposto di sottoporsi ad un intervento chirurgico per la sua asportazione. Mary, ovviamente, rifiutò. 

Mary fotografata durante la sua prima quarantena.


Probabilmente Mary aveva avuto in un dato momento della sua vita, una forma molto leggera di febbre tifoidea, passata inosservata, che l'aveva lasciata immune, ma l'aveva anche trasformata in una specie di serbatoio di salmonelle attive. Il contagio delle salmonelle avviene per via oro-fecale e appare chiaro che la cosa principale che le autorità avrebbero dovuto fare nel caso di Mary era quella di darle un'adeguata istruzione igienico-sanitaria.   
 Mary Mallon era una persona poco pulita, come tante altre dell'epoca. Non dava grande importanza all'abitudine di lavarsi bene le mani con sapone prima di manipolare il cibo, e si sarebbe dovuto battere su quel tasto, più che usarle la violenza del confino, e darle una nuova formazione lavorativa che fosse lontana dal campo dell'alimentazione. (Fra l'altro, oltre alla pulizia, anche la cottura dei cibi è importante, perchè le alte temperature uccidono i batteri. Disgraziatamente, uno dei piatti forti di Mary era il gelato alle pesche, preparato in gran parte a crudo).

 Invece fu lasciata sola e trascurata, una donna di mezza età, straniera, senza risorse economiche, senza più dignità, considerata dalla stampa come un pericolo pubblico, e addirittura 'un mostro'. Questo spiega, se pure non giustifica, il suo comportamento successivo.
Nel 1910 il nuovo Commissario di Salute Pubblica di New York decise di 'rivedere' il caso Mallon: pareva troppo ingiusto tenere in isolamento una donna che non aveva subito alcun grado di giudizio. Le fu sommariamente spiegata la sua situazione, le fu fatto divieto di riprendere la sua professione di cuoca, e le si procurò un impiego come lavandaia. 
Ma Mary, amareggiata dai trattamenti subiti e dalla sua discesa economica e sociale (il mestiere di lavandaia era più faticoso e meno remunerato), sparì dopo qualche tempo senza lasciare tracce. Forse la donna non aveva ben compreso che la sua attività di cuoca era un pericolo concreto che metteva a rischio la vita della gente. O se lo comprese non se ne preoccupò. In pratica, ciascuna delle parti si fossilizzò senza venirsi incontro: il Dipartimento di Salute Pubblica non aiutò realmente Mary, e lei ricominciò a fare l'unico lavoro che conoscesse. Fatto sta che Mary scomparve per cinque anni, usando vari nomi falsi e conducendo la stessa vita di prima: ogni volta che le cose si mettevano male in un posto di lavoro, sgomberava e si trasferiva altrove.


Fu rintracciata dalla polizia nelle cucine di una clinica femminile di New York, dove si erano avuti 25 casi di febbre tifoidea, due mortali. 
Stavolta l'opinione pubblica si lanciò compatta contro di lei, considerandola alla stregua di una specie di serial killer. La quarantena fu decisa come definitiva, nuovamente nell'ospedale di Riverside, da cui non uscì mai più. 


Mary, con gli occhiali, con una dottoressa. 1931

 Divenne una piccola celebrità. Ogni tanto veniva intervistata. Ma nessuno era disposto ad accettare da lei nemmeno un bicchiere d'acqua.
 In seguito le fu data una piccola occupazione nel laboratorio dell'ospedale, quella di lavare la vetreria.
Nel 1932 fu colpita da un ictus, che la lasciò immobilizzata; nel '38 morì, all'età di 69 anni, di polmonite.

FINE

Per approfondire i problemi relativi a lavoro e salute:



sabato 11 giugno 2016





AI TEMPI DI DICKENS


Gustave Doré: Dudley Street Seven Dials


 Nell'800, nell'Inghilterra vittoriana della rivoluzione industriale, si toccò l'apice del fenomeno dell'inurbazione, uno sconvolgimento epocale ben illustrato nei romanzi di Charles Dickens, i quali attraversano quasi un secolo della storia inglese. 
Nelle campagne si cominciavano ad introdurre le macchine agricole che velocizzavano il lavoro e richiedevano meno mano d'opera. I proprietari terrieri dunque, mandavano via i contadini. Chi non si poteva permettere le macchine, cioè i piccoli proprietari, non reggeva la concorrenza e cedeva le terre ai più ricchi. E tutti coloro che restavano senza lavoro si riversavano nelle città, sperando di trovare impiego nelle industrie.
Ma se la vita in campagna era dura, molto di più lo era quella in città e il lavoro in fabbrica.



  Londra e le altre città non erano adeguate al rapido aumento della popolazione. La conseguenza fu una forte crisi degli alloggi, e l'occupazione degli scantinati che erano in genere bui, umidi e privi d'aria, spesso invasi dai liquami delle case sovrastanti. La domanda di alloggi era tale che nei caseggiati si cominciò a dividere gli appartamenti in minuscole unità abitative da affittare; si crearono così dei veri e propri alveari brulicanti di umanità. Edifici fatiscenti, tetti che facevano acqua, muri marcescenti, piccole stanze dove si abitava insieme, talvolta anche più famiglie. Da scantinati ed alveari abitativi emanava un fetore insopportabile che si diffondeva nelle strade, dove erano sterco, liquami e rifiuti d'ogni genere.

Questo proletariato urbano poverissimo in parte trovò impiego nelle fabbriche in condizioni simili alla schiavitù, in parte dovette ingegnarsi a spravvivere. Nacquero allora dei nuovi lavori: lo spazzino, per ripulire almeno le arterie cittadine più importanti; lo straccivendolo; l'acchiappatopi; il raccoglitore di ossi; il raccoglitore di feci canine, che rivendeva il suo prodotto alle concerie che ne sfruttavano le proprietà alcaline; e ovviamente i mendicanti e i borseggiatori. 
Poichè i quartieri poveri erano un serbatoio inesauribile di ragazzini abbandonati a se stessi, spesso orfani, vi erano dei loschi personaggi che li radunavano e, in cambio di un tozzo di pane, li tenevano al proprio servizio obbligandoli a fare i mendicanti, i borseggiatori o, fintanto che erano piccoli, gli spazzacamini.


La diffusione del lavoro di spazzacamino tra i bambini più piccoli (l'età media era di 6-7 anni sebbene i più piccoli iniziassero a lavorare già all'età di quattro anni), fu dovuta al fatto che, a causa della conformazione dei camini, la pulizia di questi ultimi non era agevole per i lavoratori adulti; spesso quindi si ricorreva ai bambini per la loro manutenzione. La figura del piccolo spazzacamino dalla faccia annerita dal fumo, con la lanterna e i suoi atrezzi, divenne sempre più diffusa fino ad arrivare a essere considerata una vera e propria figura pittoresca del paesaggio urbano. Nel 1864 venne fissato il limite di età minima necessaria per svolgere tale lavoro a dodici anni. Fu necessaria però la morte per soffocamento del piccolo spazzacamino di dodici anni George Brewster, nel 1865, affinché il Parlamento imponesse espressamente il controllo da parte della polizia sui padroni degli spazzacamini-bambini. Erano comunque frequentissimi i casi di ferite da sfregamento, le ustioni, l'asma e altre patologie polmonari.

Chi non riusciva a trovare lavoro (o lo perdeva a seguito di una malattia) finiva inesorabilmente in una workhouse, temibile ricovero di mendicità dove le condizioni di vita erano intenzionalmente durissime.
Potete ingrandire l'immagine cliccandovi sopra

 Uomini e donne venivano separati (dunque le famiglie divise); si dormiva in lunghi stanzoni senza alcuna comodità, talvolta per terra; le preghiere erano obbligatorie; il lavoro era pesante, come spaccare le pietre, o tediosamente ripetitivo come disfare vecchie corde di canapa per farne stoppa, o girare eternamente macine del grano.


Gustave Doré. In una workhouse, lettura della bibbia prima di addormentarsi
  La miserabile paga era costituita da gettoni da spendere all'interno dello stesso ricovero. Il pasto era in genere una pappa d'avena che si doveva consumare in silenzio. 
Finivano nelle workhouse anche le ragazze madri, le mogli abbandonate, gli alcolizzati, gli orfani e persino i malati mentali e gli invalidi. 

Donne di una workhouse


G. Doré. Fila per poter dormire in un ricovero

 L'alternativa di chi non si voleva arrendere a finire nelle workhouse era una vita terribile che non poteva durare a lungo: si trattava di vivere per strada ed eventualmente passare la notte in qualche ricovero, che però era aperto solo nella stagione più fredda. Inoltre, per trovare posto in uno di questi ricoveri bisognava mettersi in fila fin dal pomeriggio; ma se si stava in fila non si poteva andare in cerca di un lavoro (per esempio dei docks come scaricatore, o altro). Quindi intere famiglie, mamma, babbo e bambini erano costretti a passare la notte all'addiaccio senza nemmeno potersi riposare: infatti, essendo proibito il vagabondaggio, di notte passavano i vigili che facevano sgomberare chi si faceva trovare seduto su un gradino o su una panchina. 






G. Doré
 Come si evince dal terribile reportage che fece Jack London ne ''Il popolo degli abissi'', questi disgraziati erano costretti a camminare tutta la notte salvo trovare qualche posto libero sotto un ponte, e la mattina, mentre il padre andava a cercare un lavoro, il resto della famiglia poteva finalmente assopirsi, o elemosinare per avere da mangiare. 



Le spaventose condizioni igieniche dei quartieri poveri rendevano questi luoghi ideali per il diffondersi di epidemie. Frequentissime quelle di tifo e colera, mentre tubercolosi e polmonite erano endemiche. Ma si moriva molto spesso anche di semplice denutrizione. La situazione degli ospedali era assolutamente inadeguata, e la mortalità molto più elevata rispetto alle cure a domicilio. Fu in quel periodo infatti, che iniziò l'opera della riformatrice ospedaliera Florence Nightngale.

Mary Smith fu l'inventrice della sveglia con la cerbottana
Chi invece trovava lavoro nelle fabbriche stava appena meglio. La giornata incominciava con una sveglia antelucana (un servizio che alcune persone facevano a domicilio dietro il pagamento di circa 6 pence a settimana, bussando alle finestre), ci si avviava in massa agli stabilimenti, e si lavorava per un totale di 12 o più ore al giorno con mezz'ora di pausa per colazione e per pranzo. C'erano uomini, donne e bambini a partire dai 6-7 anni di età. 












 







I bambini erano molto utili perchè potevano infilarsi anche negli spazi più angusti per esempio sotto i macchinari tessili per la manutenzione, o per riannodare con le loro piccole dita i fili spezzati. La disciplina era mantenuta dai sorveglianti con frequenti punizioni pecuniarie e corporali.
A seguito delle lotte di alcuni riformatori, nel 1833 si vietò l'impiego di bambini al di sotto dei 9 anni, e si stabilì per loro un tetto massimo di 9 ore giornaliere più due di scuola, senza turni di notte. 






L'enorme produzione tessile consentì il diffondersi del tessuto di cotone e fu peraltro un passo avanti nella qualità di vita di tutti, essendo più facile da lavare e asciugare della lana e più economico. L'uso della camicia sotto gli abiti fu un passo avanti per l'igiene personale e contemporaneamente ci fu un maggiore consumo di sapone. 


Disgraziatamente l'introduzione dell'illuminazione a gas negli opifici allungò fino a 16 ore i turni di lavoro degli adulti fino a renderli insostenibili, tanto che le industrie licenziavano i lavoratori giunti ai 30-35 anni di età, perchè ormai incapaci di reggere. Cosa che spingeva le famiglie a prolificare, nel tentativo di sopravvivere con l'aiuto di nuove braccia.





 
Salvo poi talvolta, davanti alla mancanza di impiego magari per la chiusura di una fabbrica, decidere di vendere qualche figlio trovandosi nell'impossibilità di mantenerlo. 


Tipico slum costruito nei pressi di una fabbrica

L'unica consolazione in questa tristissima situazione era la birreria o lo spaccio di alcolici, sicchè l'etilismo era molto diffuso, e non essendoci limiti di età per la vendita, si iniziava da bambini.

Diffusissima era anche la prostituzione: la necessità (e non certo il vizio, come la buona società credeva, o fingeva di credere) spingeva le giovanissime (talvolta prima dei 15 anni) a vendersi per la strada con tariffe variabili da mezza a una ghinea. 
In questa foto del 1871 una prostituta bambina (10-11 anni) al quarto mese di gravidanza.
 Lo sfruttamento della forza lavoro mandato avanti con metodo esclusivamente utilitaristico, produsse generazioni di persone malate, malformate, simili ad animali, divise dalla famiglia e dunque prive del senso della medesima, rinchiuse per tutto il giorno a lavorare in modo monotono e ripetitivo, ripetendo perennemente gli stessi gesti, e dunque private del senso del tempo, del divenire delle stagioni. Si arrivò ad un vero disfacimento fisico e morale.


Parallelamente a questa situazione vergognosa, l'Inghilterra fu anche al centro di grandi progressi scientifici quali l'illuminazione a gas (con un retro della medaglia, come abbiamo visto) o la costruzione delle ferrovie e il miglioramento di tutti i trasporti, il telegrafo, nuove macchine a vapore etc.

1851: Esposizione Universale a Londra, Crystal Palace

 Insomma, un'epoca contradditoria di cui Dickens parla diffusamente. Egli era assai sensibile alle ingiustizie sociali ma, come tutti i suoi contemporanei, fiducioso nel progresso. Aveva conosciuto gli aspetti peggiori dell'epoca vittoriana. Suo padre, benchè di ceto sociale medio, era finito in prigione per debiti. 

G. Doré (Durante l'ora d'aria ai prigionieri era fatto divieto di parlare)
 Solitamente chi finiva in prigione, che fosse per debiti o per omicidio, veniva trattato in modo disumano: promiscuità, sudiciume, topi e pidocchi, nerbate, carcerieri che si facevano pagare per acqua e vitto. Papà Dickens ne uscì solo perchè ricevette una fortunata eredità.
Charles visse sulla propria pelle il lavoro in fabbrica (nel suo caso, di lucido da scarpe), il fango, la fuliggine, la sporcizia e la disperazione dei diseredati, e da questo nacquero i toni drammatici e la tristezza che permea molte delle vicende dei suoi romanzi.




Nel reportage di Jack London cui ho accennato prima (per scrivere il quale l'autore si travestì e visse per strada come i diseredati di cui voleva studiare la situazione) appare chiaro come l'autore considerò il progresso tecnologico nè più nè meno che un regresso, nel quale l'aristocrazia aveva stabilito vergognosamente di vivere sfruttando gli 8 milioni di britannici che facevano la fame, per di più dando loro un minimo di istruzione in stile militaresco (e qui vedi per esempio il racconto di Dickens in ''David Copperfield'' sui sistemi educativi in uso nelle scuole) grazie al quale gli si insegnava più che altro ad obbedire all'autorità, senza acquisire capacità di raziocinio.
Le istituzioni per lungo tempo nulla fecero per migliorare la situazione, come Dickens denuncia duramente soprattutto in ''Oliver Twist'' e ''Tempi difficili''. Finchè l'esplosione demografica e la situazione di emarginazione dei ceti poveri divenne tale che non si potè più fingere di non vedere il lato oscuro della rivoluzione industriale.


Gustave Doré. Abitazioni operaie a Londra sotto la ferrovia
Grazie all'iniziativa di alcuni singoli si fondarono delle case per ragazzi indigenti, in cui si forniva istruzione oltre che assistenza; si formò l'Esercito della salvezza e si mosse l'opinione pubblica, tanto che alla fine anche il governo dovette intervenire istituendo dei servizi sanitari, migliorando rifornimenti idrici e sistemi fognari e migliorando anche l'istruzione pubblica.


FINE

Forse può interessarvi un altro post sulle difficili condizioni lavorative nel passato:

lunedì 9 maggio 2016




 
MARILYN MONROE 
(PAZIENTI ILLUSTRI N° 6)




Il 5 Agosto 1962, una domenica, si diffuse la notizia che Marilyn Monroe, all'età di 36 anni, era morta. Sul certificato fu scritto "Probabile avvelenamento da barbiturici", ossia suicidio.
Era stata trovata nella sua camera dal suo psichiatra, Ralph Greenson, distesa prona sul letto, nuda, coperta dal lenzuolo, la mano allungata sul telefono. Sul comodino era il flacone vuoto di Nembutal, barbiturico prescrittole per la grave insonnia di cui soffriva.


 La versione delle ultime ore di M. M. data da coloro che la videro e sentirono nell'ultimo giorno della sua vita fu più o meno questa:
La sera del 4 Agosto, alle 19,00, il figliastro Joe Di Maggio jr. (figlio del 2° marito di M.) le telefonò per raccontarle la fine del suo fidanzamento con una ragazza sgradita sia a M. che al padre. Riferì che M. a quell'ora stava bene, scherzava e sembrava di buon umore.
Subito dopo, alle 19,20, M. ricevette la telefonata dell'attore Peter Lawford (cognato dei Kennedy) che la invitava a cena (invito che la Monroe aveva già rifiutato la mattina). Lawford riferì che la conversazione di M. era difficoltosa e impastata, e che lei chiuse la telefonata velocemente. Lui la richiamò subito, ma trovò occupato. Allarmato, alle 20,00 chiamò su un'altra linea la governante e amica Eunice Murray, che abitava a casa di M. nella zona ospiti. Questa andò a controllare ma, vedendo che la luce filtrava sotto la porta, tornò al telefono e disse che le pareva tutto normale. Poco convinto Lawford cercò a più riprese di mettersi in contatto con M. senza riuscirvi.
Alle 22,00 la luce continuava a filtrare sotto la porta e la Murray andò a dormire senza disturbare M. Ma in piena notte, in preda agli scrupoli, andò a controllare nuovamente. La luce era ancora accesa, M. non rispondeva e la porta non si apriva. 
Alle 3 di notte lo psichiatra dr. Greenson ricevette la telefonata della Murray, arrivò quasi subito, ruppe il vetro della finestra ed entrò nella stanza. Fu chiamata un'ambulanza, ma poi fu rimandata indietro. Infine alle 4,30 fu chiamata la polizia.


Gli agenti trovarono sul comodino diversi flaconi di pillole, ma nessun bicchiere nè acqua per mandarle giù (in seguito fu trovato un bicchiere sotto il letto, ma all'ispezione della polizia questo non c'era).


A questo punto è difficile orientarsi nel guazzabbuglio: lo psichiatra, il medico legale e la governante modificarono più volte le loro versioni, così come il referto autoptico presentava diverse incongruenze, sparirono molte fotografie mediche, diapositive dei tessuti esaminati e alcuni campioni. Il livello di Nembutal nel sangue era elevatissimo, ma non ve n'era traccia nell'apparato digerente nè, secondo l'autopsia, vi erano tracce di iniezioni sull'epidermide.
La ridda di versioni, le bugie, le contraddizioni e i vuoti temporali mai spiegati sono ben raccontati alla voce ''Morte di Marilyn Monroe'' su Wikipedia. Qui invece mi interessa raccontare le varie patologie dell'attrice, le quali non furono evidentemente causa di morte, ma indirettamente vi contribuirono. 
M. M. nacque a Los Angeles nel 1926, come Norma Jean Mortenson. Non conobbe mai il padre. La madre Gladys soffriva di disturbi psichici, come del resto la nonna, e quando la donna fu ricoverata in manicomio, M. andò a vivere con la migliore amica di Gladys, che diventò la sua tutrice. 
La leggenda di una M. M. bambina, che passava da una famiglia affidataria all'altra, maltrattata e costretta a subire violenze, fra cui svariati stupri, sembra essere il frutto di voci messe in giro dall'attrice stessa durante alcune interviste, ma non risponde a verità. Il desiderio di suscitare interesse, compassione e affetto negli altri era molto vivo in M., e talvolta causa di comportamenti inappropriati e di una certa mitomania. Del resto risentì sempre della mancanza di una famiglia normale. Ed è comunque vero che passò un paio d'anni in un collegio (peraltro di buon livello) quando la tutrice si sposò e reputò preferibile togliersi la ragazza di torno. Anche per questo la donna spinse M. a sposarsi molto giovane, a sedici anni, affinchè si sistemasse.


M. desiderava una carriera cinematografica; a questo scopo iniziò a lavorare come modella (spesso erano servizi di nudo) e si pagò così un corso di recitazione. 





Per qualche tempo fece la comparsa , poi cambiò look, colore dei capelli e nome, e fu notata da John Huston che la scritturò per un piccolo ruolo nel film Giungla d'Asfalto. Era il 1950, e fu l'inizio della sua carriera cinematografica e del suo successo. Aveva allora 24 anni.

Ciononostante fu proprio in quegli anni che cominciarono a manifestarsi le prime crisi depressive e la sua aggressività verso registi e produttori. L'uso di farmaci e alcol divenne massivo e, a parte i suoi tre mariti, passò da un amante all'altro con una serialità che pareva eccessiva anche per l'ambiente hollywoodiano, in una perenne ricerca di affetto, rassicurazioni e conferme.

Le sue innumerevoli relazioni ebbero tutte breve durata come se, nonostante la sua bellezza e il suo fascino, non le riuscisse di far innamorare davvero nessuno (a parte Joe Di Maggio, suo secondo marito, che le rimase devotamente amico anche dopo la separazione).









 Desiderosa di ricevere amore si concedeva un po' a tutti, apparentemente incapace di giudicare quando qualcuno meritasse o meno la sua fiducia. M. confessò al suo analista di non aver mai provato un orgasmo; attribuiva questo a qualche brutta esperienza avuta da bambina. Sta di fatto che era frigida, e questo non aiuta certo in una relazione. A riprova di questo blocco ci dà un'altra testimonianza la biografia del poco cavalleresco attore Tony Curtis il quale ebbe una storia con M. nei primi anni '50: 

''Quello che ho vissuto con lei è stato indimenticabile. Quando ero a letto con lei non sapevo mai dove fosse la sua mente. Era un'attrice. Sapeva recitare un ruolo. Sapeva farti sentire esattamente come un uomo vuole sentirsi in certe situazioni. Io non ho mai chiesto di più [...] Eravamo molto innamorati, ma lei era praticamente frigida.''



 
I crolli di umore di M. potevano arrivare all'improvviso, per le più piccole banalità. Alternava periodi di bulimia ad altri di anoressia, con conseguenti modifiche del peso. Per esempio, era piuttosto ingrassata  quando girò A Qualcuno Piace Caldo, creando qualche problema alla costumista. Tony Curtis, che recitava con lei in quel film, raccontò di averla trovata molto cambiata dai tempi della loro relazione: ''Aveva perso quasi completamente fiducia in se stessa, era strana, svagata, assente...''.







 La psicopatologia di M. era di tipo distruttivo. Le innumerevoli sedute di analisi cui si sottopose non portarono mai alcun beneficio, anzi la resero dipendente. La sua ossessiva mania di perfezionismo fu di nocumento alla sua carriera. Obbligava spesso il regista e la troupe ad estenuanti ripetizioni delle sue scene, alla ricerca della perfezione, essenziale ai suoi occhi per il conseguimento del successo. Perfezione che alla fine arrivava, ma a scapito delle tabelle di marcia, del budget e della pazienza di tutti. Questo atteggiamento, unito ai ritardi per trascuratezza o ubriachezza, alle crisi isteriche e alle varie assenze più o meno ingiustificate, la resero professionalmente inaffidabile e invisa a molti, e causarono il licenziamento in tronco dal set del suo ultimo film (mai completato) Something's got to give. 

Nella sua vita subì un numero imprecisato di aborti tra spontanei e procurati. In realtà soffriva di endometriosi, e qualunque gravidanza cominciasse era ovviamente a rischio. Il suo desiderio di maternità era però fortissimo e tutto questo non fece altro che aumentare il senso di inadeguatezza che le era proprio.


Probabilmente nonostante gli innumerevoli e poco selezionati amanti, si innamorò poche volte. Certamente perse completamente la testa per Yves Montand (la vicenda è raccontata diffusamente in questo post.). Era il 1960 e l'attrice era all'epoca sposata con Arthur Miller. Il suo orgoglio subì un duro colpo quando Montand, dopo breve tempo, tornò dalla moglie. Ne seguì una brutta depressione. 
Lui in seguito dichiarò: ''Se mia moglie non mi avesse perdonato e ripreso con sè, probabilmente la mia storia con M. sarebbe potuta durare un anno, o poco più. Le uniche persone che lei frequentava erano i suoi psichiatri, i medici e i truccatori. Era una donna molto sola.''


Un altro uomo di cui certamente si innamorò, perdendo ogni capacità di giudizio, fu nel suo ultimo anno di vita Robert Kennedy,  il quale, presumibilmente per tacitarla e tenerla tranquilla pare che avesse promesso di sposarla (lui, sposatissimo e con già sette degli undici figli che avrebbe avuto dalla moglie); così almeno lei raccontava a destra e a manca con scarsa prudenza, accennando ad un uomo molto importante che per lei avrebbe lasciato la moglie, e dal quale attendeva un bambino. Poichè la sua relazione con Bob era nota nell'ambiente, era facile fare due più due. E un paio di improvvisi viaggi in Messico posero fine alla gravidanza, probabilmente su imposizione dei Kennedy.
 
La psicoanalisi, a metà del secolo scorso, esercitava un'influenza profondissima nel mondo del cinema. Registi, attori, sceneggiatori, tutti erano in analisi. M. M. fu in cura da almeno cinque analisti: vi cercava un aiuto per la sensazione di inadeguatezza di cui era vittima. Peraltro, anche gli uomini che frequentava erano sotto analisi, compreso il terzo marito, il commediografo Arthur Miller, o uno dei suoi ultimi flirt, Frank Sinatra. 





 A proposito di Arthur Miller, M. se ne innamorò perchè rappresentava per lei una figura  autorevole, l'uomo di cultura, brillante, di successo, al di sopra del mondo di superficialità e lustrini di Hollywood. Forse c'era una buona dose di complesso di Edipo nel suo rapporto con lui. Sta di fatto che Miller era un po' troppo per M. sicchè l'unione non funzionò: lui si sentiva superiore culturalmente, e non condivideva con lei la propria vita intellettuale, cosa che non aiutò di certo la povera M. a recuperare un po' di autostima.





Fra i vari psichiatri che seguirono M. (senza alcun successo, come del resto ci si poteva aspettare con una patologia di tipo genetico-ereditario) l'ultimo, e per M. il più importante, fu Ralph Greenson. Questi pubblicò, tra l'altro, un libro di Teoria e Pratica Psicoanalitica, una sorta di vademecum di regole professionali che puntualmente trasgredì tutte quando si occupò di lei: si creò tra i due un rapporto strettissimo, profondo e ossessivo (non sessuale) in cui era coinvolta anche la moglie del medico. Alla paziente M. era consentito chiamare Greenson a tutte le ore del giorno e della notte, le sue sedute quotidiane duravano dalle 16 alle 20, e spesso la paziente rimaneva a cena con la famiglia di lui. Inoltre ne frequentava i figli. 



Nel 1961 fu palese che la dipendenza da alcol e psicofarmaci aveva minato la sua salute. C'erano stati un paio di ricoveri in case di cura per malattie psichiatriche e, sempre nel '61, un intervento alle tube di Falloppio. Soprattutto vi fu un intervento per calcoli biliari. Come se non bastasse, alla dimissione, durante l'assalto dei giornalisti era stata colpita incidentalmente con un microfono. Questi problemi le impedirono di lavorare per tutto quel terribile anno.
Nel '62 iniziarono le riprese del film Something's got to give, con un ritardo di diversi mesi a causa dei recenti interventi chirurgici di M. Ma subito furono sospese: M. aveva frequenti sinusiti con febbre alta. In seguito continuò a marcare visita o a presentarsi con grandissimo ritardo. Altre volte fece sospendere la lavorazione accusando malesseri, finchè l'intera troupe cominciò ad odiarla.

  Infine venne il giorno che non si presentò affatto, essendo volata in elicottero a New York per cantare Happy Birthday al compleanno di John Kennedy, al Madison Square Garden. John Kennedy aveva avuto una relazione con lei fino alla sua elezione come presidente degli Stati Uniti. Poi aveva prudentemente diradato gli incontri passandola al fratello Bob.
Al compleanno di Kennedy M. si presentò con un abito quasi indecente (che potete apprezzare qui in un post relativo ad esso) e cantò per lui senza sbagliare una nota, ma senza voce e apparentemente ubriaca. 








Dopo quest'ultima defezione, la casa produttrice la licenziò in tronco e le fece causa per mezzo milione di $.
Fra le poche scene girate ve n'è una in cui M. nuota nuda in piscina. Per girarla rimase in acqua molte ore, cosa che non contribuì a migliorarne la salute.







All'inizio di quell'anno il rapporto col suo psichiatra Greenson si era fatto così ossessivo e pressante, e la dipendenza di M. così stretta, che l'uomo non ne potè più. Sentì dunque il bisogno di allontanarsi almeno per un po', partendo con la famiglia in Europa, ed affidandola ad un collega.
Era il 1962 e M. si sentì sprofondare in un abisso. Ricominciò a frequentare Frank Sinatra e i suoi amici mafiosi, ma poco dopo Frank chiuse la storia con lei, annunciando che si sarebbe sposato con Juliet Prowse. Cosa che poi non fece, ma che purtroppo tempo prima, aveva promesso a lei. Contemporaneamente l'ex marito Arthur Miller convolò a nuove nozze. M. ci rimase così male che perse 7 Kg il che le permise se non altro, di apparire in splendida forma nelle famose scene di nudo della piscina, ma contemporaneamente la rese incapace di lavorare.



Billy Wilder che la diresse nei suoi film migliori, diceva di lei che aveva i seni sodi come il granito, ma un cervello pieno di buchi come l'emmenthal. Tuttavia sembra difficile essere talmente sciocca  da importunare i Kennedy con continue chiamate telefoniche, con regali non richiesti e compromettenti (come il famoso Rolex d'oro spedito a John con tanto di dichiarazione d'amore incisa e firmata, quando già era stata da lui congedata, e che Kennedy passò subito ad un dipendente) e infine minacciarli di rivelazioni e della pubblicazione del suo diario segreto. Ma questo è ciò che molti pensano sia stato l'antefatto, nonchè la causa, della morte di M., uccisa con una supposta di barbiturici perchè ormai trasformata in mina vagante, tra stupefacenti, alcolismo e incapacità di autocontrollo. 



Se oggi Marilyn fosse ancora viva sarebbe brutta e vecchia, avrebbe probabilmente conosciuto il calo della popolarità, gli ultimi film girati avrebbero incassato poco, si sarebbe rifatta labbra e zigomi rendendosi ridicola come tante altre, e si farebbe fatica a ricordare quanto è stata sexy.
Ma come sempre avviene per chi muore giovane e bello e sulla cresta dell'onda, tale per tutti è rimasta Marylyn Monroe, come è accaduto a Rodolfo Valentino, a James Dean, a Che Guevara o a Lady Diana. E quando si è giovani e belli e nel pieno della popolarità, si entra di filato nel Mito, si diventa un'icona e l'immagine del personaggio non si appannerà mai. 



FINE