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lunedì 9 maggio 2016




 
MARILYN MONROE 
(PAZIENTI ILLUSTRI N° 6)




Il 5 Agosto 1962, una domenica, si diffuse la notizia che Marilyn Monroe, all'età di 36 anni, era morta. Sul certificato fu scritto "Probabile avvelenamento da barbiturici", ossia suicidio.
Era stata trovata nella sua camera dal suo psichiatra, Ralph Greenson, distesa prona sul letto, nuda, coperta dal lenzuolo, la mano allungata sul telefono. Sul comodino era il flacone vuoto di Nembutal, barbiturico prescrittole per la grave insonnia di cui soffriva.


 La versione delle ultime ore di M. M. data da coloro che la videro e sentirono nell'ultimo giorno della sua vita fu più o meno questa:
La sera del 4 Agosto, alle 19,00, il figliastro Joe Di Maggio jr. (figlio del 2° marito di M.) le telefonò per raccontarle la fine del suo fidanzamento con una ragazza sgradita sia a M. che al padre. Riferì che M. a quell'ora stava bene, scherzava e sembrava di buon umore.
Subito dopo, alle 19,20, M. ricevette la telefonata dell'attore Peter Lawford (cognato dei Kennedy) che la invitava a cena (invito che la Monroe aveva già rifiutato la mattina). Lawford riferì che la conversazione di M. era difficoltosa e impastata, e che lei chiuse la telefonata velocemente. Lui la richiamò subito, ma trovò occupato. Allarmato, alle 20,00 chiamò su un'altra linea la governante e amica Eunice Murray, che abitava a casa di M. nella zona ospiti. Questa andò a controllare ma, vedendo che la luce filtrava sotto la porta, tornò al telefono e disse che le pareva tutto normale. Poco convinto Lawford cercò a più riprese di mettersi in contatto con M. senza riuscirvi.
Alle 22,00 la luce continuava a filtrare sotto la porta e la Murray andò a dormire senza disturbare M. Ma in piena notte, in preda agli scrupoli, andò a controllare nuovamente. La luce era ancora accesa, M. non rispondeva e la porta non si apriva. 
Alle 3 di notte lo psichiatra dr. Greenson ricevette la telefonata della Murray, arrivò quasi subito, ruppe il vetro della finestra ed entrò nella stanza. Fu chiamata un'ambulanza, ma poi fu rimandata indietro. Infine alle 4,30 fu chiamata la polizia.


Gli agenti trovarono sul comodino diversi flaconi di pillole, ma nessun bicchiere nè acqua per mandarle giù (in seguito fu trovato un bicchiere sotto il letto, ma all'ispezione della polizia questo non c'era).


A questo punto è difficile orientarsi nel guazzabbuglio: lo psichiatra, il medico legale e la governante modificarono più volte le loro versioni, così come il referto autoptico presentava diverse incongruenze, sparirono molte fotografie mediche, diapositive dei tessuti esaminati e alcuni campioni. Il livello di Nembutal nel sangue era elevatissimo, ma non ve n'era traccia nell'apparato digerente nè, secondo l'autopsia, vi erano tracce di iniezioni sull'epidermide.
La ridda di versioni, le bugie, le contraddizioni e i vuoti temporali mai spiegati sono ben raccontati alla voce ''Morte di Marilyn Monroe'' su Wikipedia. Qui invece mi interessa raccontare le varie patologie dell'attrice, le quali non furono evidentemente causa di morte, ma indirettamente vi contribuirono. 
M. M. nacque a Los Angeles nel 1926, come Norma Jean Mortenson. Non conobbe mai il padre. La madre Gladys soffriva di disturbi psichici, come del resto la nonna, e quando la donna fu ricoverata in manicomio, M. andò a vivere con la migliore amica di Gladys, che diventò la sua tutrice. 
La leggenda di una M. M. bambina, che passava da una famiglia affidataria all'altra, maltrattata e costretta a subire violenze, fra cui svariati stupri, sembra essere il frutto di voci messe in giro dall'attrice stessa durante alcune interviste, ma non risponde a verità. Il desiderio di suscitare interesse, compassione e affetto negli altri era molto vivo in M., e talvolta causa di comportamenti inappropriati e di una certa mitomania. Del resto risentì sempre della mancanza di una famiglia normale. Ed è comunque vero che passò un paio d'anni in un collegio (peraltro di buon livello) quando la tutrice si sposò e reputò preferibile togliersi la ragazza di torno. Anche per questo la donna spinse M. a sposarsi molto giovane, a sedici anni, affinchè si sistemasse.


M. desiderava una carriera cinematografica; a questo scopo iniziò a lavorare come modella (spesso erano servizi di nudo) e si pagò così un corso di recitazione. 





Per qualche tempo fece la comparsa , poi cambiò look, colore dei capelli e nome, e fu notata da John Huston che la scritturò per un piccolo ruolo nel film Giungla d'Asfalto. Era il 1950, e fu l'inizio della sua carriera cinematografica e del suo successo. Aveva allora 24 anni.

Ciononostante fu proprio in quegli anni che cominciarono a manifestarsi le prime crisi depressive e la sua aggressività verso registi e produttori. L'uso di farmaci e alcol divenne massivo e, a parte i suoi tre mariti, passò da un amante all'altro con una serialità che pareva eccessiva anche per l'ambiente hollywoodiano, in una perenne ricerca di affetto, rassicurazioni e conferme.

Le sue innumerevoli relazioni ebbero tutte breve durata come se, nonostante la sua bellezza e il suo fascino, non le riuscisse di far innamorare davvero nessuno (a parte Joe Di Maggio, suo secondo marito, che le rimase devotamente amico anche dopo la separazione).









 Desiderosa di ricevere amore si concedeva un po' a tutti, apparentemente incapace di giudicare quando qualcuno meritasse o meno la sua fiducia. M. confessò al suo analista di non aver mai provato un orgasmo; attribuiva questo a qualche brutta esperienza avuta da bambina. Sta di fatto che era frigida, e questo non aiuta certo in una relazione. A riprova di questo blocco ci dà un'altra testimonianza la biografia del poco cavalleresco attore Tony Curtis il quale ebbe una storia con M. nei primi anni '50: 

''Quello che ho vissuto con lei è stato indimenticabile. Quando ero a letto con lei non sapevo mai dove fosse la sua mente. Era un'attrice. Sapeva recitare un ruolo. Sapeva farti sentire esattamente come un uomo vuole sentirsi in certe situazioni. Io non ho mai chiesto di più [...] Eravamo molto innamorati, ma lei era praticamente frigida.''



 
I crolli di umore di M. potevano arrivare all'improvviso, per le più piccole banalità. Alternava periodi di bulimia ad altri di anoressia, con conseguenti modifiche del peso. Per esempio, era piuttosto ingrassata  quando girò A Qualcuno Piace Caldo, creando qualche problema alla costumista. Tony Curtis, che recitava con lei in quel film, raccontò di averla trovata molto cambiata dai tempi della loro relazione: ''Aveva perso quasi completamente fiducia in se stessa, era strana, svagata, assente...''.







 La psicopatologia di M. era di tipo distruttivo. Le innumerevoli sedute di analisi cui si sottopose non portarono mai alcun beneficio, anzi la resero dipendente. La sua ossessiva mania di perfezionismo fu di nocumento alla sua carriera. Obbligava spesso il regista e la troupe ad estenuanti ripetizioni delle sue scene, alla ricerca della perfezione, essenziale ai suoi occhi per il conseguimento del successo. Perfezione che alla fine arrivava, ma a scapito delle tabelle di marcia, del budget e della pazienza di tutti. Questo atteggiamento, unito ai ritardi per trascuratezza o ubriachezza, alle crisi isteriche e alle varie assenze più o meno ingiustificate, la resero professionalmente inaffidabile e invisa a molti, e causarono il licenziamento in tronco dal set del suo ultimo film (mai completato) Something's got to give. 

Nella sua vita subì un numero imprecisato di aborti tra spontanei e procurati. In realtà soffriva di endometriosi, e qualunque gravidanza cominciasse era ovviamente a rischio. Il suo desiderio di maternità era però fortissimo e tutto questo non fece altro che aumentare il senso di inadeguatezza che le era proprio.


Probabilmente nonostante gli innumerevoli e poco selezionati amanti, si innamorò poche volte. Certamente perse completamente la testa per Yves Montand (la vicenda è raccontata diffusamente in questo post.). Era il 1960 e l'attrice era all'epoca sposata con Arthur Miller. Il suo orgoglio subì un duro colpo quando Montand, dopo breve tempo, tornò dalla moglie. Ne seguì una brutta depressione. 
Lui in seguito dichiarò: ''Se mia moglie non mi avesse perdonato e ripreso con sè, probabilmente la mia storia con M. sarebbe potuta durare un anno, o poco più. Le uniche persone che lei frequentava erano i suoi psichiatri, i medici e i truccatori. Era una donna molto sola.''


Un altro uomo di cui certamente si innamorò, perdendo ogni capacità di giudizio, fu nel suo ultimo anno di vita Robert Kennedy,  il quale, presumibilmente per tacitarla e tenerla tranquilla pare che avesse promesso di sposarla (lui, sposatissimo e con già sette degli undici figli che avrebbe avuto dalla moglie); così almeno lei raccontava a destra e a manca con scarsa prudenza, accennando ad un uomo molto importante che per lei avrebbe lasciato la moglie, e dal quale attendeva un bambino. Poichè la sua relazione con Bob era nota nell'ambiente, era facile fare due più due. E un paio di improvvisi viaggi in Messico posero fine alla gravidanza, probabilmente su imposizione dei Kennedy.
 
La psicoanalisi, a metà del secolo scorso, esercitava un'influenza profondissima nel mondo del cinema. Registi, attori, sceneggiatori, tutti erano in analisi. M. M. fu in cura da almeno cinque analisti: vi cercava un aiuto per la sensazione di inadeguatezza di cui era vittima. Peraltro, anche gli uomini che frequentava erano sotto analisi, compreso il terzo marito, il commediografo Arthur Miller, o uno dei suoi ultimi flirt, Frank Sinatra. 





 A proposito di Arthur Miller, M. se ne innamorò perchè rappresentava per lei una figura  autorevole, l'uomo di cultura, brillante, di successo, al di sopra del mondo di superficialità e lustrini di Hollywood. Forse c'era una buona dose di complesso di Edipo nel suo rapporto con lui. Sta di fatto che Miller era un po' troppo per M. sicchè l'unione non funzionò: lui si sentiva superiore culturalmente, e non condivideva con lei la propria vita intellettuale, cosa che non aiutò di certo la povera M. a recuperare un po' di autostima.





Fra i vari psichiatri che seguirono M. (senza alcun successo, come del resto ci si poteva aspettare con una patologia di tipo genetico-ereditario) l'ultimo, e per M. il più importante, fu Ralph Greenson. Questi pubblicò, tra l'altro, un libro di Teoria e Pratica Psicoanalitica, una sorta di vademecum di regole professionali che puntualmente trasgredì tutte quando si occupò di lei: si creò tra i due un rapporto strettissimo, profondo e ossessivo (non sessuale) in cui era coinvolta anche la moglie del medico. Alla paziente M. era consentito chiamare Greenson a tutte le ore del giorno e della notte, le sue sedute quotidiane duravano dalle 16 alle 20, e spesso la paziente rimaneva a cena con la famiglia di lui. Inoltre ne frequentava i figli. 



Nel 1961 fu palese che la dipendenza da alcol e psicofarmaci aveva minato la sua salute. C'erano stati un paio di ricoveri in case di cura per malattie psichiatriche e, sempre nel '61, un intervento alle tube di Falloppio. Soprattutto vi fu un intervento per calcoli biliari. Come se non bastasse, alla dimissione, durante l'assalto dei giornalisti era stata colpita incidentalmente con un microfono. Questi problemi le impedirono di lavorare per tutto quel terribile anno.
Nel '62 iniziarono le riprese del film Something's got to give, con un ritardo di diversi mesi a causa dei recenti interventi chirurgici di M. Ma subito furono sospese: M. aveva frequenti sinusiti con febbre alta. In seguito continuò a marcare visita o a presentarsi con grandissimo ritardo. Altre volte fece sospendere la lavorazione accusando malesseri, finchè l'intera troupe cominciò ad odiarla.

  Infine venne il giorno che non si presentò affatto, essendo volata in elicottero a New York per cantare Happy Birthday al compleanno di John Kennedy, al Madison Square Garden. John Kennedy aveva avuto una relazione con lei fino alla sua elezione come presidente degli Stati Uniti. Poi aveva prudentemente diradato gli incontri passandola al fratello Bob.
Al compleanno di Kennedy M. si presentò con un abito quasi indecente (che potete apprezzare qui in un post relativo ad esso) e cantò per lui senza sbagliare una nota, ma senza voce e apparentemente ubriaca. 








Dopo quest'ultima defezione, la casa produttrice la licenziò in tronco e le fece causa per mezzo milione di $.
Fra le poche scene girate ve n'è una in cui M. nuota nuda in piscina. Per girarla rimase in acqua molte ore, cosa che non contribuì a migliorarne la salute.







All'inizio di quell'anno il rapporto col suo psichiatra Greenson si era fatto così ossessivo e pressante, e la dipendenza di M. così stretta, che l'uomo non ne potè più. Sentì dunque il bisogno di allontanarsi almeno per un po', partendo con la famiglia in Europa, ed affidandola ad un collega.
Era il 1962 e M. si sentì sprofondare in un abisso. Ricominciò a frequentare Frank Sinatra e i suoi amici mafiosi, ma poco dopo Frank chiuse la storia con lei, annunciando che si sarebbe sposato con Juliet Prowse. Cosa che poi non fece, ma che purtroppo tempo prima, aveva promesso a lei. Contemporaneamente l'ex marito Arthur Miller convolò a nuove nozze. M. ci rimase così male che perse 7 Kg il che le permise se non altro, di apparire in splendida forma nelle famose scene di nudo della piscina, ma contemporaneamente la rese incapace di lavorare.



Billy Wilder che la diresse nei suoi film migliori, diceva di lei che aveva i seni sodi come il granito, ma un cervello pieno di buchi come l'emmenthal. Tuttavia sembra difficile essere talmente sciocca  da importunare i Kennedy con continue chiamate telefoniche, con regali non richiesti e compromettenti (come il famoso Rolex d'oro spedito a John con tanto di dichiarazione d'amore incisa e firmata, quando già era stata da lui congedata, e che Kennedy passò subito ad un dipendente) e infine minacciarli di rivelazioni e della pubblicazione del suo diario segreto. Ma questo è ciò che molti pensano sia stato l'antefatto, nonchè la causa, della morte di M., uccisa con una supposta di barbiturici perchè ormai trasformata in mina vagante, tra stupefacenti, alcolismo e incapacità di autocontrollo. 



Se oggi Marilyn fosse ancora viva sarebbe brutta e vecchia, avrebbe probabilmente conosciuto il calo della popolarità, gli ultimi film girati avrebbero incassato poco, si sarebbe rifatta labbra e zigomi rendendosi ridicola come tante altre, e si farebbe fatica a ricordare quanto è stata sexy.
Ma come sempre avviene per chi muore giovane e bello e sulla cresta dell'onda, tale per tutti è rimasta Marylyn Monroe, come è accaduto a Rodolfo Valentino, a James Dean, a Che Guevara o a Lady Diana. E quando si è giovani e belli e nel pieno della popolarità, si entra di filato nel Mito, si diventa un'icona e l'immagine del personaggio non si appannerà mai. 



FINE

venerdì 20 febbraio 2015



L'ABITO PIU' SEXY AL MONDO
 




Madison Square Garden: era il 19 maggio del 1962 e, dieci giorni prima del 45° compleanno presidenziale, si festeggiava il presidente Kennedy. Per cantare gli auguri era stata chiamata Marilyn Monroe, e quell’ Happy Birthday Mr President divenne una delle più sensuali interpretazioni dal vivo di tutti i tempi, contribuendo a fare della Monroe l’icona sexy che è ancora oggi. 




 Unica assente alla celebrazione,comprensibilmente giustificata, la first lady Jackie, che si dice volle così punire il marito per i pettegolezzi che giravano sulla sua relazione con l’attrice. L'attrice giunse leggermente barcollante e palesemente senza fiato (cosa che contribuì a rendere la sua voce più sexy) sia perchè era un po' brilla, cosa per lei non insolita, sia forse per una banale corsa fatta dall’attrice poco prima di salire, in ritardo, sul palcoscenico (tanto che alla prima chiamata di Peter Lawford non arrivò in tempo e il cantante fu costretto a rifare la presentazione). Qualcuno sostiene che lo scketch fosse stato concordato con Peter Lawford per ridere del fatto notorio che l'attrice si presentasse sempre in ritardo. 


 Comunque la Monroe fece il suo ingresso sul palco, fasciata in un lungo abito color carne di Jean Louis (sarto e costumista alla Universal Pictures) che sembrava esserle stato cucito addosso e che contribuì a fare la storia di quella serata.  













 Cantò Happy birthday, Mr President con una voce assolutamente inadeguata, ma non steccò neanche una nota.










Al termine dell'esibizione, il presidente americano salì sul palco ed esclamò: "Dopo degli auguri così dolci ora posso anche ritirarmi dalla politica". 


 











  A proposito dello strabiliante vestito,  lo vedete in questo filmato di pessima qualità, ma potete ammirarlo meglio nelle foto, di cui alcune scattate al rinfresco che seguì nella serata. Si trattava di un abito da sera lungo e aderente color carne, con effetto ''nudo'', impreziosito da 6000 strass ricamati in un motivo a rosetta. L'abito lasciava le spalle scoperte ed era dotato di una abbondante scollatura. Impossibile da indossare con un reggiseno, d'altra parte Marilyn ne usava raramente; ma non è esatto dire che non indossasse biancheria intima. Infatti in diverse foto si nota il segno in vita dovuto alle mutande a bustino che dovevano arrivare fino a metà coscia: quell'indumento che si usava con gli abiti molto aderenti, per non avere segni di elastici sulle natiche.



La Monroe con i due fratelli Kennedy

Qui con un'invitata illustre, Maria Callas


L'abito era stato cucito interamente a mano utilizzando un'impalpabile seta color carne fatta arrivare appositamente dalla Francia. Si chiudeva con una zip sottile e dei minuscoli gancetti del medesimo colore. Costò a Marilyn 2500 dollari. La mise era completata da un paio di scarpe decolleté bianche col tacco a spillo (36$), una pettinatura firmata Kenneth Battelle (150$), un maquillage fatto da Marie Irvine (125$) e infine una giacca di pelliccia presa in prestito dal reparto costumi della Fox. La giacca di pelliccia le fu tolta all'ultimissimo momento da Lawford ed era apparentemente fuori luogo: si era a Maggio, uno dei più caldi a memoria d'uomo, e si era raggiunta quel giorno la temperatura di 37°.



















Ma Marilyn, temendo che il suo abito non passasse i filtri della severa censura, l'aveva tenuto nascosto sotto la giacca fino all'ultimo. Aveva anzi presentato agli organizzatori della serata qualcosa di molto più sobrio per l'approvazione, un vestito di satin nero.





   In queste due foto: momenti di intimità fra Jack e Marilyn, dopo il rinfresco. Si tratta sicuramente di fakes.



























 Marilyn, dopo questa esibizione, visse ancora 2 mesi, prima di venire uccisa (o opportunamente suicidata). John Kennedy invece, fece in tempo a festeggiare ancora un altro compleanno (e stavolta gli auguri furono cantati da Audrey Hepburn) prima di essere ucciso a sua volta.
Il vestito di seta color carne, divenuto famosissimo, fu battuto all'asta nel 1999 e raggiunse la cifra stratosferica di 1.267.500 $.

FINE

martedì 15 luglio 2014




IL GRANDE AMORE DI SIMONE SIGNORET
 E YVES MONTAND




Nell'estate del '60 Simone Signoret vinse l'oscar come attrice protagonista per il film ''La strada dei quartieri alti'', e si recò col marito Yves Montand negli Stati Uniti per ritirare il premio.
La loro coppia era molto unita (fin dal 1949) e di grande impegno sociale e politico, oltrechè artistico.

 Simone aveva sempre frequentato fin da ragazza il mondo intellettuale della Rive Gauche, era una donna anticonformista, combattiva, vestiva pantaloni di flanella e maglioni a collo alto, fumava Gauloises. Lui, invece, figlio di emigrati italiani, era di estrazione operaia, aveva fatto mille lavori, ed era arrivato al successo lanciato (come tanti altri) da Edith Piaf, con la quale (come tutti gli altri) aveva avuto una relazione.


Yves Montand ai tempi della relazione con Edith Piaf


 Quando Simone conobbe Montand era sposata con Yves Allegret da cui aveva avuto una bambina. Per Montand lasciò il marito, e iniziò a condividere con lui l'impegno politico a sinistra e la recitazione, in teatro e al cinema.




A Hollywood per la cerimonia degli oscar, alloggiarono al Beverly Hills Hotel, in un bungalow a fianco a quello occupato da Marilyn Monroe e dal marito Arthur Miller (un matrimonio non più felice). Le due coppie simpatizzarono e cominciarono a frequentarsi.
Marilyn aveva in programma di girare un film (il cui copione era stato in parte riscritto da Miller): ''Facciamo l'amore'' (Let's make love), per la regia di George Cukor. Miller suggerì Yves Montand come protagonista a fianco alla moglie.

E' probabile che Marilyn ''invidiasse'' Simone, che era una donna molto intelligente, colta, apprezzata, con ottimi film all'attivo, un oscar, felicemente sposata, e soprattutto madre (cosa che Marilyn tentava inutilmente di diventare).

 D'altra parte Simone, che era stata bellissima da ragazza, aveva 5 anni più di Marilyn, e stava invecchiando piuttosto velocemente, come una donna qualsiasi per intenderci, e non come un'attrice che sfrutta ogni possibile escamotage per apparire più bella. Forse anche lei aveva qualcosa da invidiare a Marilyn.




Durante la lavorazione del film scoppiò la passione tra Montand e la Monroe, e fu tale che divenne immediatamente di pubblico dominio.
"Mi chinai per darle il bacio della buonanotte, ma d'un tratto il bacio si fece selvaggio, un incendio, un uragano. Non potevo fermarmi.
" ebbe a confessare, in seguito, Yves.
Una Simone Signoret dolente e dignitosa ripartì per Parigi, sola.
Nella passione del marito per la Monroe, Simone vide qualcosa di inevitabile, come se l'incontro tra due come loro fosse in sè troppo esplosivo perchè le cose potessero andare diversamente. Quando la intervistarono a questo proposito, lei molto sportivamente disse: "Se Marilyn Monroe è innamorata di mio marito, questo prova che ha buon gusto: ne sono innamorata anch'io!".

Così, mentre in America Yves girava "Facciamo l'amore", Simone girò in Italia "Adua e le compagne", un film drammatico con Mastroianni. Soffrì molto per la relazione del marito con Marilyn, benchè fosse certa del ritorno di lui. In effetti, finito il film, Montand troncò subito la relazione e tornò a Parigi, lasciando una Marilyn piuttosto pesta, oltrechè sorpresa. Era convinta di averlo conquistato. Simone tornò dall'Italia poco dopo. Aveva già perdonato il marito (non per la prima nè per l'ultima volta), ma pretese che lui venisse a prenderla all'aeroporto davanti ai fotografi di Paris-Match, lei mostrandosi serena, e lui mostrandosi innamorato (quale effettivamente è molto probabile che fosse).


Il loro matrimonio proseguì, come le loro carriere e i loro impegni. Lei rimase sempre la sua compagna e complice. Senz'altro la donna che amò più di chiunque altra. Lei disse una volta: "Yves mi ha fatto soffrire molto, ma quanta splendida felicità mi ha regalato!". Tuttavia la ferita inferta dalla storia con la Monroe non si rimarginò mai.


Lui continuò a darsi arie da latin lover; lei, che era stata un sex symbol , scivolò velocemente verso l'immagine di donna appesantita, rugosa, col viso cascante. Tuttavia, interpretava le parti di anziana con disinvolta accettazione. Pubblicò due libri, una biografia ("La nostalgia non è più quella di un tempo) e un romanzo ("Addio Volodia") dimostrando di essere una bravissima scrittrice oltre che un'attrice straordinaria. 
Anni dopo Montand, parlando di questo periodo con Benjamin Castaldi, figlio della figlia di Simone e del suo primo marito, disse con una certa crudeltà: "E' stato facile essere l'amante di Casco d'oro, ma ti assicuro che c'è voluto molto amore per restare con Madame Rose". Si riferiva al personaggio del film ''Casco d'oro''(1952) che aveva reso famosa la giovane e bellissima Signoret, e al personaggio del film "La vie devant soi" uscito in Italia come "Madame Rose" (1977).



 


Simone, donna di grande intelligenza, se ne rendeva perfettamente conto. "Tu detesti di essere legato a questa donna tua coetanea, troppo vecchia, troppo grossa; liberati da questo legame, io non ti amerò certo meno per questo!"gli scrisse una volta.  

1985 Una delle ultime foto insieme
Poi una retinite rese Simone quasi completamente cieca. Smise di lavorare, si ammalò di cancro, e infine morì a 64 anni.  Era il 1985.

1985 Yves con Cathérine Allegret, figlia di Simone, al funerale.

 Al momento della morte della moglie, che era già invalida da tempo, Montand aveva una relazione con la giovane Carole Amiel, la quale era stata la sua assistente durante la tournée come chansonnier dell'82. Con lei Yves ebbe il suo unico figlio, Valentin, alla fine dell'88.  

 
Yves Montand morì nel 91 di infarto, come il personaggio che aveva appena finito di interpretare nel suo ultimo film. Aveva 70 anni. La compagna lo fece seppellire a fianco a Simone, nel cimitero di Père Lachaise.






  Ma le cose purtroppo non finirono qui.
Cathérine Allegret, figlia di Simone e del suo primo marito, Yves Allegret, all'età di 58 anni, nel 2004 pubblica un libro autobiografico, dove distrugge la figura del mito Yves Montand, suo patrigno, e anche quella della madre Simone Signoret. Pur raccontando un'infanzia dorata, aggiunge però che il patrigno la importunava, quando le faceva il bagnetto la frugava con le dita, e quando era un po' cresciuta, aveva preso a farle una corte pressante. Lei si era lamentata con la madre:" Yves mi scoccia" "Non è grave, tesoro, anzi, è carino, è un po' il modo di prolungare la nostra storia" (?) avrebbe risposto la madre. Cathérine riferisce che finalmente aveva avuto il coraggio di dire al patrigno:"Non mi piacciono i vecchi!". Il che avrebbe posto fine alle avances. In pratica, non solo accusa il patrigno di pedofilia, ma anche la madre di complicità: la invitava a sopportare affinchè Yves restasse con loro. 
Il libro è causa di un grandissimo scandalo. Montand è un mito amatissimo dai francesi. Più che altro si dubita della veridicità di queste accuse. Cathérine è ben nota per il suo carattere collerico e velenoso, nonchè per la sua propensione all'alcool.






















Ma ancora non basta.
Una donna, tale Anne Fleurange, racconta di aver vissuto, a metà degli anni '70, una storia d'amore con Yves Montand. Siamo nel 1998, sua figlia Aurore Drossart chiede la riesumazione della salma per far la prova del DNA. Ci sono in ballo una casa a St Germain de Prés, diritti sulle immagini, film, canzoni...un sacco di soldi.

Yves ha amato Simone, anche nei giorni più bui. Anzi e' la donna che ha amato di piu'. Più di Edith Piaf, più di Marilyn Monroe e di Carole Amiel, la sua ultima compagna (alla quale, per sua stessa ammissione, non parlò mai d'amore). Ma Carole gli ha dato Valentin nel 1988. E Valentin, che all'epoca ha dieci anni, vive con spavento questa vicenda. Guarda la foto di Aurore apparsa sui giornali: "Assomiglia veramente a papa'?", domanda a Carole. E Carole non sa cosa rispondere perche' Aurore, in effetti, assomiglia a Yves. Gli somiglia soprattutto quando affetta davanti ai fotografi una smorfia particolare, provata probabilmente innumerevoli volte allo specchio.






  Aurore racconta: "Mia madre si rivolse a un avvocato [il famigerato Jacques Vergès] quando vide in televisione Yves Montand che alla nascita di Valentin esclamava: "E' splendido essere padre per la prima volta". Mia madre ricevette un'umiliazione di troppo. Un altro schiaffo. Aveva ingoiato tanto dolore, tanto disprezzo. Quando mio padre era ancora in vita, io avevo cercato d'incontrarlo. L'ultima volta che lo vidi fu a Saint-Paul-de-Vence, in Costa Azzurra. Mi dette una spinta. Non dimentichero' mai il suo sguardo pieno di odio. Ora, sono sicura che l'esame genetico mi consentira' di chiamarlo papa' almeno nel ricordo. Il mio Dna verra' confrontato con il suo. Orribile? Solo giusto".
La riesumazione viene fatta, vergognosamente pubblica, con un mare di fotografi chiassosi. I francesi trovano offensivo questo trattamento. Aurore diviene impopolare.

Inizialmente gli esami paiono estremamente difficoltosi. Si diffonde la notizia che sarà impossibile provare alcunchè.  Aurore Drossard e Anne Fleurange smentiscono. Hanno parlato coi giornalisti, hanno lanciato frecciate velenose contro i parenti del defunto. Forse, volevano farsi pubblicita' prima dell'annunciata apparizione nelle librerie di un libro scritto a quattro mani. Un titolo strappalacrime: "Pour l'amour d'Yves Montand". Un volumetto di cui l'editore ha subito sospeso la distribuzione. Portava nel risvolto di copertina un'ode alla paternita': "Tu sei la mia carne, tu sei il mio sangue, tu sei mio padre, Yves Montand". 
La difficoltà consiste nel fatto che Montand volle essere imbalsamato. Questo processo rende quasi nulla la ricerca del DNA. E poi, come se non bastasse la beffa dell'imbalsamazione, ecco un'altra circostanza fatale per le aspirazioni delle due donne: Yves Montand portava la dentiera, quindi ricavare il Dna da quello che fu il suo smagliante sorriso è pressoche' impossibile. Tuttavia, dopo qualche mese, i risultati arrivano: escludono la paternità al 100%. Il mito di Yves Montand è salvo.

FINE

Post scriptum: E' passato un paio d'anni dalla pubblicazione di questo post. Nel frattempo ho letto i libri scritti da Simone. E' praticamente impossibile trovarli in Italia. Li ho comprati on line in lingua originale. In ''La nostalgia non è più quella di un tempo'', la sua autobiografia, racconta fra le altre cose anche il suo rapporto con Marilyn Monroe e ciò che successe durante le riprese del film Facciamo l'amore. Simone lamenta che i giornalisti diffusero una versione tutta inventata, ma a dire il vero quella che racconta lei non si discosta molto. Scrive che partì per l'Italia per girare il film per il quale si era impegnata, lasciando Yves nel bungalow accanto a quello della coppia Monroe-Miller. Il matrimonio fra i due era pressocchè già naufragato, e Miller aveva preso l'abitudine di spostarsi frequentemente a New York dove si stava occupando di un lavoro teatrale a Broadway. Continuò ad andare e venire anche dopo che Simone era partita. Yves si trovò ripetutamente solo con Marilyn, e fu così che la loro relazione cominciò. Ciò che racconta Simone è praticamente l'ineluttabilità di questa passione, quasi come a scusare il marito. Ma, mi chiedo, quale donna lascerebbe il proprio marito solo a Los Angeles, praticamente a convivere con la Monroe? Nessuna, quand'anche fosse il più fedele dei mariti, e non era questo il caso!


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