sabato 6 settembre 2014





ILLUSTRATORI NELL'ITALIA COLONIALE




 Aurelio Bertiglia (Torino 23 giugno 1891 - Roma 2 ottobre 1973) fu illustratore, disegnatore pubblicitario, caricaturista, designer grafico e di moda, infine anche pittore, Diede forse il meglio soprattutto nelle illustrazioni dedicate ai bambini.


























Cominciò giovanissimo a disegnare cartoline,
soprattutto di propaganda bellica, durante
la Grande Guerra.













Finita la guerra, continuò l’attività inaugurando una serie che lo rese famoso: bambini dai corpi paffuti, dalle grandi testoline, con grandi occhioni, ma dagli atteggiamenti fastidiosamente adulti, tanto da essere francamente imbarazzanti, e, talora, disgustosi.
Tutto questo fa pensare ad un atteggiamento morboso sia da parte di Bertiglia, sia del pubblico dell'epoca, presso il quale queste cartoline erano estremamente popolari.





Il pittore e la modella


Il pittore e la modella
Vita contadina

Se ci vedessero!...
Oh, se potessi ritornare bambina!...







Non me l'avevi detto, che hai avuto un bambino!










Il peggio di sè Bertiglia lo diede durante il periodo coloniale italiano, in una serie di cartoline con i soliti bambini dagli occhi falsamente dolci, pieni di violenza alternata ad una finta bonomia.


 Gli italiani brava gente: eccoli passare il rancio ai poveri negri, e infondere un po' di cultura insegnando ''Faccetta nera''.




 
 


Dalle direttive di Mussolini a Graziani in data 3 maggio 1936:
Occupata Addis Abeba vostra eccellenza darà ordini perché: 1] siano fucilati sommariamente tutti coloro che in città o dintorni siano sorpresi con le armi in mano; 2] siano fucilati sommariamente tutti i cosiddetti giovani etiopici, barbari crudeli e pretenziosi, autori morali dei saccheggi; 3] siano fucilati quanti abbiano partecipato a violenze, saccheggi, incendi; 4] siano sommariamente fucilati quanti, trascorse 24 ore, non abbiano consegnato armi da fuoco e munizioni. 







Gli italiani portano la civiltà in Etiopia sopprimendo la schiavitù, un barbaro uso locale.


 


 Ma in Cirenaica le cose erano andate diversamente:

Nel gennaio 1930 il generale Rodolfo Graziani affianca il governatore Pietro Badoglio nella repressione della resistenza antitaliana, guidata da Omar al-Mukhtar. Viene attuato un piano di deportazioni delle tribù seminomadi che appoggiano i ribelli, si ordina di impiccare i capi ribelli catturati, viene emanato un proclama i cui si afferma che se il nemico non si piega, sarebbe stato sterminato: ogni cosa sarebbe stata distrutta, le proprietà confiscate, i colpevoli puniti persino nelle loro famiglie; vengono istituiti tribunali volanti con diritto di morte per reati quali il possesso di armi da fuoco o il pagamento di tributi ai ribelli; viene permesso l’utilizzo di strumenti bombe ad aggressivi chimici, come testimonia un dispaccio di Badoglio al vicegovernatore Siciliani del 10 gennaio 1930: "Continui rastrellamenti e vedrà che salterà fuori ancora qualcosa. (....) Spero che dette bombe all'iprite le saranno mandate al più presto".
La riconquista della Cirenaica dura circa due anni e si conclude con un impressionante bilancio di vittime tra la popolazione.
Per togliere ai ribelli ogni sostegno da parte della popolazione, Graziani e Badoglio decidono che dal 25 giugno 1930 vengano creati dei campi di concentramento vicini alla costa per le popolazioni del Gebel che avevano dato appoggio alla resistenza antitaliana. Questi campi non solo rompono ogni legame tra popolazione e ribelli, ma spezzano ogni possibilità di autosussistenza delle comunità seminomadi. In sei campi principali e una decina di minori vengono deportate, dopo lunghe marce forzate, tra le 100 e le 120.000 persone, con tutti i loro beni e le loro greggi (circa un milione di animali), costrette a vivere in aree ristrette, dove le condizioni di vita diventano subito ai limiti della sopravvivenza. In una lettera a Graziani del 20 giugno 1930 Badoglio scrive: "Bisogna anzitutto creare un distacco territoriale largo e ben preciso tra formazioni ribelli e popolazione sottomessa. Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa. Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla fino alla fine, anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica".






Tutto questo ha poco o niente a che fare con Aurelio Bertiglia, che si limitò a servire il regime acriticamente, come i più. Ma i suoi bimbi paffutelli sono più inquietanti di quanto non lo siano per esempio i personaggi beceri delle vignette di De Seta.





Enrico De Seta fu un grande cartellonista cinematografico, disegnatore e vignettista.




Bellissimo cartellone eseguito da De Seta




 Lavorò, fra le altre testate, anche su ''Il Balilla'' per il quale inventò due personaggi satirici, re Giorgetto d'Inghilterra e Ciurcillone. Dovevano essere strisce di propaganda bellica, ma i due personaggi erano così simpatici, che si sortì l'effetto contrario, e la loro pubblicazione fu interrotta.
Le sue vignette umoristiche sulla guerra e sulle colonie italiane oggi non fanno più ridere, o forse fanno ridere proprio per il loro eccesso di volgarità priva di ipocrisie. 







(A questo punto non può non venirmi in mente la trista vicenda di Indro Montanelli e della sua bellissima  moglie bambina  dodicenne, poi ceduta ad uno dei suoi ascari prima del ritorno in Italia. Nel link trovate la squallida intervista.) 





 Da notare come la donna nera è sempre connivente con il grande uomo bianco, ricerca le sue attenzioni e ne è lusingata, è contenta di essere spedita come un pacco, di essere comprata come schiava, di essere violentata. Il maschio nero invece è sempre simile ad una scimmia.




La leggerezza con la quale viene illustrata la violenza ci fa comprendere come, trattandosi di poveri selvaggi, questa fosse tranquillamente sdoganata, considerata un dovere ed apprezzata.










Con un atteggiamento simile alle donne nere di De Seta è anche questa, che appare in una pubblicità firmata Sto (Sergio Tofano) e che aggiungo qui alla fine, giusto come una chicca curiosa.











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A PROPOSITO DELLA CIOCCOLATA


Avendo appena pubblicato un post con una ricetta di cioccolata in tazza (lo trovate qui: http://ilblogdichiaraoscura.blogspot.it/2014/09/cucina-la-cioccolata-seicentesca-molti.html#gpluscomments) aggiungo una piccola nota.
Inizialmente la cioccolata era una bevanda curiosa, bevuta da pochi e guardata con sospetto da molti. Secondo i medici, era una sostanza al limite del venefico, astringente, di cattivo sapore (non avevano capito che si doveva dolcificare) e nociva per i visceri. Nel '600 passò ad essere una bevanda di gran moda, elegante e piuttosto cara, destinata dunque ai nobili e alle persone facoltose. Nelle cioccolaterie ci si riuniva per parlare di affari e politica. Sia in Francia che in Inghilterra si aprirono molti di questi locali. Si posero allora dei problemi etici: la chiesa si domandava se la cioccolata rompesse o meno il digiuno. La regola era ''Liquidum non frangit ieiunum''. Secondo alcuni la pasta di cioccolato da sciogliere nell'acqua (non si era pensato ancora di usare il latte) era un cibo a tutti gli effetti. Secondo altri, essendo composta da pepe, zucchero, cinnamomo e cacao, che non venivano considerati alimenti, la cioccolata non rompeva il digiuno.
Nella prima metà dell'800 Brillat Savarin risollevò le sorti della cioccolata, descrivendola come la bevanda migliore per chi aveva lavorato troppo, per chi volesse riposarsi, riscaldarsi, riacquisire le energie, anche mentali. Inoltre ''una buona tazza di cioccolata verso le 11 del mattino, apre lo stomaco per il pranzo''.



Liotard



 





venerdì 5 settembre 2014





LA CIOCCOLATA SEICENTESCA


Molti ricorderanno la saga di ''Angelica la marchesa degli angeli'', una serie di romanzi scritti negli anni '60 da Anne e Serge Golon. Ebbero un immenso successo, e ne fu tratta una serie di film altrettanto popolari. Ad un certo punto della sua avventurosa vita, la protagonista Angelica apre a Parigi una cioccolateria. La vicenda si svolge nel XVII secolo, quando il cacao, dopo una iniziale diffidenza, era diventato una merce apprezzata dagli strati più ricchi della popolazione. Nel romanzo, credo il 3°, si dà approssimativamente la ricetta che Angelica usa nel suo locale, e che mi è servita d'ispirazione per questa cioccolata adatta ai primi freddi, e in particolare alle feste del periodo natalizio. Ho aggiunto qualcosa, e eliminato per forza di cose l'ambra grigia. La stessa Angelica del resto, l'aveva reputata superflua.





Calcolate a persona una tavoletta da 100 gr di cioccolato fondente (vi sembra troppa? state preparando una cioccolata, non un'insalatina scondita o altro cibo dietetico).
Mettete il cioccolato in un tegame, aggiungete del latte e fate sciogliere lentamente a fuoco basso, mescolando. La quantità di latte determinerà la maggiore o minore densità della cioccolata: il consiglio è di non prepararla troppo liquida. Mentre si scioglie aggiungete vaniglia, cannella in polvere, pepe macinato, un pizzico (piccolo!) di chiodo di garofano polverizzato, e se vi piace, del caffè liofilizzato o ristretto. Assaggiate, e se la gradite più dolce, aggiungete del miele. Io personalmente ci metto anche buccia d'arancio grattata, la rende ancora più sensuale.
Versatela nelle tazze che guarnirete con panna montata, o con una semplice cucchiaiata di panna liquida. Gli aromi si diffonderanno per casa, creando un'atmosfera festiva e intima.

L'accompagnamento migliore: biscotti secchi o frollini.





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giovedì 4 settembre 2014







TORTINI CALDI AL CIOCCOLATO CON CENTRO FONDENTE
(un dolce inflazionato)


Si tratta di un dolce che va di moda da una decina d'anni. Inizialmente fatto passare per una raffinatezza d'alta cucina, presente oggi nel menu di tanti ristoranti che se la tirano, è in realtà un dessert molto semplice, alla portata di tutti.
Mettiamo che vogliate prepararne una dozzina (di meno non vale la pena, visto che si possono mettere ancora crudi nel freezer, e tenerli per un'altra occasione): 
Sciogliete a bagnomaria 250gr di cioccolato amaro insieme a 250gr di burro.
A parte montare leggermente 125gr di zucchero con 5 uova intere e 5 tuorli. Non incorporate molta aria.
Unite a questo composto, poco per volta, il cioccolato col burro. Completate con 100gr di farina setacciata.
Ungete con burro 12 stampini di alluminio usa e getta, cospargeteli di cacao, scuoteteli, riempiteli col composto senza arrivare all'orlo.
Riponeli in frigo, fino all'ultimo momento (max tre gg).




Riscaldate il forno a 180°. Poggiate gli stampini ben freddi su una teglia. Infornateli per 10', dopodichè sformateli e serviteli immediatamente, accompagnando con una pallina di gelato, panna montata o salsa alla frutta. A proposito di frutti è bene ricordare che quelli che
meglio si accostano  al cioccolato sono le ciliege, le amarene sciroppate, gli aranci, le pere, le nocciole e le mandorle.







I tortini che non vi servono conservateli in freezer e abbiate l'accortezza di prolungarne la cottura di 2-3'quando li infornerete ancora congelati.
Io ne ho fatto una variante, che ho chiamato ''Alì Babà'':
Si tratta di preparare in anticipo delle cialde di croccante al sesamo (potete anche comprarlo già pronto), e un miscuglio di confettini argentati e colorati, frammenti di foglia d'oro, dadini di canditi. Al momento di porgere il piatto col tortino all'ospite, un coup de théatre: tagliatelo verticalmente con la cialda al sesamo, e, nella parte liquida che fuoriesce, mettete un mucchietto di confetti e canditi (come se fosse il tesoro dei quaranta ladroni che sbuca dalla caverna che Alì Babà ha fatto spalancare pronunciando la formula ''Apriti sesamo''). Niente di che, serve solo per ridere.



Alì Babà

martedì 2 settembre 2014





IL LOTO D'ORO



Loto d'oro o Gigli d'oro è il poetico nome dato alla pratica brutale di deformare artificialmente i piedi delle donne cinesi. Il nome è dovuto all'andatura precaria e oscillante che assumevano le donne sottoposte a questa pratica, simile all'ondeggiare dei fior di loto al vento. Fu in auge dall'inizio della dinastia Song e durante le dinastie Ming e Qing e gradualmente scomparve durante la prima metà del XX secolo. Secondo la leggenda, la pratica del Loto d'oro iniziò intorno al 900 d.C. con una concubina imperiale. Per accaparrarsi il favore dell'imperatore si era fasciata i piedi con lunghe fasce di seta bianca per poi danzare la Danza della luna sul fiore del Loto. 





La procedura era complessa. La pianta dei piedi veniva piegata e mantenuta di una lunghezza tra i 7 e i 12 centimetri. Nelle famiglie più ricche ed influenti le bambine venivano fasciate quando erano molto piccole, in base al loro sviluppo, in genere tra i 2 e gli 8 anni; questo rendeva la pratica meno dolorosa e meno traumatica psicologicamente. Nelle classi contadine la fasciatura cominciava più tardi perché le bambine dovevano essere abili al lavoro fino a che non si concordava loro un matrimonio, o fino a che non erano in età da matrimonio, comunque prima dei 15 anni, finché le ossa erano ancora malleabili.

 Per deformare i piedi nella loro forma definitiva erano necessari almeno 3 anni, talvolta anche 5 o 10. Per tutta la vita, i piedi necessitavano di continue attenzioni e di scarpine rigide che fossero sufficientemente resistenti da sorreggere il peso della donna. Le scarpette andavano indossate nei primi anni anche di notte affinché la deformazione non regredisse. Dopo la fasciatura il piede assumeva una forma a mezzaluna.



Prima di essere fasciati, i piedi erano lavati e puliti dai residui organici (pelle morta ecc.), quindi erano cosparsi di allume, avente funzione anti-emorragica e coagulante. La benda era larga cinque cm e lunga fino a tre metri.

La deformazione consisteva in due operazioni distinte:
1: piegare le quattro dita più piccole (ad esclusione dell'alluce) al di sotto della pianta del piede
2: avvicinare l'alluce ed il tallone inarcando il collo del piede. Le articolazioni del tarso e le ossa metatarsali venivano progressivamente deformate.




 In questo modo i talloni diventano l'unico punto di appoggio, causando l'andatura fluttuante della donna, come il loto che si piega al vento.
Nelle famiglie povere, in cui le ragazze dovevano conservare la capacità di camminare per lavorare, era praticata una fasciatura leggera consistente solo nella prima delle due operazioni (il ripiegamento delle dita). Il piede rimaneva più grande e precludeva il matrimonio con un uomo di ceto elevato (v. foto sotto).




La pratica era molto dolorosa, perché il piede non smetteva di crescere ma cresceva deformato: le ossa conseguentemente si frastagliavano per poi saldarsi irregolarmente. Spesso le ossa dei metatarsi si rompevano, o venivano appositamente rotte, così come le articolazioni. Le unghie andavano sempre tagliate molto corte per evitare infezioni, ma nonostante tutti gli accorgimenti una fasciatura poteva portare a infezioni, setticemia, cancrena anche con perdita delle dita. Talvolta era necessario asportare i calli con un coltello o praticare un profondo taglio al di sotto della pianta per asportare la carne eccedente e facilitare l'avvicinamento dell'alluce e del tallone.







L'usanza si diffuse inizialmente fra le classi più facoltose della popolazione, per motivi estetici. Ma presto cambiò significato, diventando simbolo di status sociale: una donna con i piedi fasciati, impossibilitata a svolgere lavori pesanti o rurali, aveva un marito facoltoso. Per questo stesso motivo, la pratica cominciò a diffondersi nelle classi meno abbienti che potevano dare in sposa una figlia ad una famiglia facoltosa, stabilendo legami interfamiliari che aumentavano il prestigio della propria famiglia. Le ragazze povere venivano anche vendute come concubine e il prezzo era legato alle dimensioni e alla perfezione dei piedi. L'usanza era tramandata da madre in figlia. La pratica fu incoraggiata dal Confucianesimo, che vedeva nel Loto d'oro una dimostrazione perfetta di sottomissione della donna all'uomo, che legava le donne molto più delle pratiche di menomazione sessuale diffuse in altre zone del mondo. Le donne con i piedi fasciati erano fisicamente dipendenti dal loro uomo, ed era estremamente difficile allontanarsi dalla propria casa a causa della difficoltà di equilibrio. Alla fine la pratica divenne così popolare che una donna che non aveva i piedi fasciati non aveva speranza di contrarre un buon matrimonio, tra le classi meno agiate era addirittura impossibile sposarsi. Era l'unica cosa che una donna rispettosa, e una madre premurosa, avevano obbligo di pensare. Una buona fasciatura dei piedi sostituiva qualunque altra dote di una donna: garantiva che la sposa avrebbe compiaciuto in ogni modo il marito, pur di non essere ripudiata, era prova di un'alta sopportazione del dolore, era dimostrazione di coraggio, era simbolo di docilità caratteriale. 










I piedi così deformati erano coperti da minuscole scarpine lavorate, fabbricate dalla donna per esaltare la forma del piede e per mostrare le sue doti artigianali; erano accuratamente disegnate per evidenziare la forma arcuata ed appuntita del piede. Ogni scarpina era una forma d'arte ed un passaporto della donna. La dimensione del piede, e la struttura della scarpa dicevano tutto ciò che era necessario su di una donna: la sua capacità di sopportare il dolore, le sue abilità casalinghe.
In molti mercatini cinesi si possono tuttora trovare in vendita le scarpine indossabili da chi praticava il Loto d'oro, così piccole da dubitare che non una donna adulta, ma persino una bambina potesse indossarle.




 Il piede fasciato, piccolo e a forma di mezzaluna, suscitava un forte impulso erotico negli uomini cinesi, che bramavano toccarlo. Esistevano diverse tecniche di manipolazione e il piede veniva anche portato alla bocca. La punta dei piedi che sporgeva dall'orlo dei pantaloni, spesso sottolineato da un bordo colorato, svolgeva la stessa funzione dei seni in Occidente, stimolando l'immaginazione e partecipando al gioco del mostrare e nascondere.






 Le difficoltà di deambulazione costringevano ad un'andatura oscillante, come del resto fanno i tacchi a spillo, e mantenevano i muscoli delle gambe sempre in tensione, modellandole. Gli uomini ritenevano che la diversa andatura stimolasse l'ingrossamento dei muscoli adduttori delle gambe (muscoli che avvicinano le gambe fra loro, chiamati in occidente ''defensor verginitatis'') provocando così un restringimento della vagina.

Tuttavia c'era anche un aspetto tutt'altro che sexy: il piede deformato, senza le belle scarpine, era assai meno piacevole a vedersi, nelle pieghe il sudore e la pelle morta si combinavano a sovrapposizioni batteriche e micotiche. Spesso l'appoggio sbagliato, l'accavallarsi delle dita, la crescita delle unghie, la circolazione inevitabilmente rallentata, causavano ulcere pus e odore molto sgradevole. La cura quotidiana non bastava a prevenire questi inconvenienti. Perciò, sebbene le donne consentissero al marito (e a lui solo) di toccare i loro piedi, mai si sarebbero mostrate in sua presenza prive di calzature o delle fasce.







Promotori dell'abolizione della fasciatura e dell'emancipazione femminile, furono i Taiping, i missionari cristiani, gli intellettuali e tutti coloro che vennero in contatto con la cultura occidentale. Anche i Giapponesi, nella Taiwan occupata, promossero la liberazione della donna, soprattutto al fine di sfruttarne la forza lavoro.
In ultimo, la pratica fu abolita ufficialmente da un decreto imperiale del 1902, ma ci vollero 50 anni affinché la pratica scomparisse gradualmente. Il popolo, infatti, offrì molta resistenza al cambiamento delle usanze. Sorprendentemente, furono soprattutto le donne e gli strati più poveri della popolazione a continuare la pratica, per i suoi vantaggi in ambito sociale. Finalmente nel 1912 furono introdotti 1.915 ispettori per dare multe a chiunque fasciasse i piedi alle figlie. Nel film ''La locanda della Sesta Felicità'' del 1958, si parla di una missionaria laica inglese, interpretata da Ingrid Bergman. La vicenda è ambientata in un piccolo villaggio, allo scoppio della seconda guerra mondiale.  Il mandarino locale nomina la donna ''ispettrice pedale'' (sic) e la manda nei villaggi più sperduti per convincere i recalcitranti abitanti a cessare la pratica della deformazione dei piedi.
Quando gli uomini cominciarono a preferire i piedi grandi, per le donne con i piedi fasciati fu una seconda tragedia, perché videro vanificati anni di sofferenze e aspettative. Alcune di loro, le ultime sottoposte a tale pratica, fecero in tempo a fermarsi a metà processo, non fecero il sognato matrimonio nell'alta società, ma se non altro riuscirono ad evitare l'invalidità, potendo lavorare nei campi.


L'anziana donna di questa foto ha i piedi molto piccoli, perchè ha subito il ripiegamento delle dita sotto la pianta, ma non ha il piede arcuato per l'avvicinamento dell'alluce al tallone.Ai tempi in cui lei era bambina la pratica era già caduta in disuso, almeno nella teoria.

Dorothy Ko, cattedra di storia alla Columbia University, contesta l'immagine fortemente negativa dell'usanza, spiegando che gli Occidentali vennero a contatto della realtà cinese solo negli ultimi due secoli, quando la fasciatura dei piedi fu condotta ai suoi eccessi. Nei secoli precedenti le fasciature non erano così strette da compromettere i movimenti e la vita sociale delle donne. In un primo periodo, inoltre, le scarpe erano piccole e appuntite, ma i piedi non venivano fasciati né deformati. Furono soprattutto le donne a sviluppare la tradizione, in qualità di moda e attrattiva estetica.


Han Qiaoni, da Yuxian contea nel nord della Cina nella
provincia dello Shanxi, 102 anni nel 2013.



E' opportuno ricordare che nel mondo occidentale l'uso di scarpe a tacco alto e forma affusolata (notoriamente scomode) non è imposto da nessuno. Eppure le donne fanno uso di tali scarpe al solo scopo di piacere. I danni da tacco alto, a parte la sofferenza soggettiva, sono: dita a martello, alluce valgo, dolori artrosici, accavallamenti delle dita, metatarsalgia per lo spostamento del peso corporeo sull'avampiede invece che sull'intera pianta. Questo peso carica anche in modo anomalo il ginocchio, causandone artrosi precoce. Poi per chi usa abitualmente i tacchi alti c'è anche un accorciarsi del tendine d'Achille e delle fibre muscolari del polpaccio. Infine non è da trascurare la ridotta stabilità. Ciò nonostante tante donne occidentali scelgono il ''tacco 12'' e continua a circolare la battuta molto cretina che le scarpe modello ballerina, prive di tacco, siano un'ottima difesa dallo stupro, poichè uccidono qualsiasi desiderio.

 

FINE

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lunedì 1 settembre 2014






GEORGE WASHINGTON, PAZIENTE ILLUSTRE



George Washington (1732-1799), grande uomo politico e militare americano, comandò l'esercito continentale durante tutta la guerra di Indipendenza Americana contro gli inglesi, dal 1775 al 1783. Poi divenne il primo presidente degli Stati Uniti, uno dei Padri Fondatori della nazione.
 


 

 

Washington era di statura superiore alla media, e tanto bastò perchè, nelle leggende postume, gli fosse attribuita una forza fisica eccezionale. D'altra parte le azioni militari compiute, unitamente a quelle politiche, gli diedero fama di grande condottiero. Invece, nella realtà, era una persona cronicamente debole e sofferente. Da bambino si ammalò della temutissima difterite, poi di malaria e più avanti di vaiolo, del quale portava i segni in viso.
 Non fu mai di costituzione robusta, ma forse, molti dei guai e delle patologie successive ebbero una causa iatrogena nell'effetto tossico dei preparati mercuriali che gli furono somministrati per le gravi patologie nell'infanzia. Probabilmente uno degli effetti fu la sterilità: non ebbe figli suoi, ma solo adottivi. L'altro effetto fu quello a carico dell'apparato odontostomatologico. Per tutta la vita soffrì di mal di denti, infezioni, ascessi, carie, periostiti a carico della mandibola, stomatiti e gengiviti.
Cominciò presto: a 22 anni gli fu strappato il primo dente, poi furono estratti gli altri col ritmo pressocchè costante di uno all'anno, e alcuni li perse spontaneamente per piorrea. Quando divenne presidente a 57 anni gliene era rimasto uno solo: un premolare inferiore sinistro. 
Forse è un errore dare tutte le colpe al cloruro di mercurio (chiamato calomelano), largamente usato dai medici fino al XIX secolo come antisettico, lassativo e antiluetico. L'alimentazione dell'epoca prevedeva molti cibi zuccherini, e le polveri per lavare i denti erano molto abrasive e consumavano lo smalto dei denti. Inoltre George Washington non era certo un caso isolato: all'epoca la gente cominciava a sdentarsi dopo i 30 anni. Però il suo calvario odontoiatrico fu veramente penoso. Tutte queste infezioni esitarono infine in una deformazione edematosa della guancia destra. La cosa è piuttosto evidente in alcuni ritratti, in particolare in quello che è stato riprodotto sulla banconota da 1$. E si tratta di una flaccidità eccessiva anche considerando il fattore età.


In questo ritratto la guancia destra appare ancora normale







 






Ovviamente il presidente era assistito dai migliori dentisti del Paese. Si fece fare innumerevoli dentiere alle quali trovava difficile adattarsi. In genere erano costituite da una base d'avorio su cui venivano fissati denti umani legati fra loro con filo d'oro. Ma ne ebbe anche di zanna di tricheco, altre con denti di vari animali, denti ricavati da quelli di mucca, da quelli di ippopotamo, alternati a denti suoi. Ma tutte erano mal tollerate, perchè il calco di cera che serviva da modello era sempre molto approssimativo. Erano dolorose da indossare e provocavano flogosi osteogengivali recidivanti.
Dentiera in piombo e denti ricavati da denti di animale

Dentiera interamente intagliata nell'avorio

Dentiere con base in avorio e denti incastonati, in avorio e umani


Le più funzionali che il suo dentista di fiducia riuscì a realizzare erano dotate di molle che accompagnavano l'apertura e chiusura delle mandibole, e queste si adattavano meglio. Ma sia chiaro: queste dentiere benchè carissime erano solamente di facciata. Non servivano certo per masticare. E' noto infatti come nelle occasioni ufficiali il presidente si limitasse a sorseggiare delle minestre per poi congedarsi con qualche pretesto di compiti urgenti.
Le dentiere coi denti d'avorio tendevano ad avere delle discromie che si accentuavano col tempo, e a prendere un odore e un sapore sgradevoli. Quelle di denti umani invece rimanevano inalterate. La fonte principale di denti umani erano i cadaveri e, talvolta la vendita dei propri da parte di persone povere. 
(Dopo la battaglia di Waterloo moltissimi becchini corsero a cavare i denti ai morti e ai moribondi per venderli ai dentisti. La pratica divenne così popolare che si coniò il termine di ''denti di Waterloo'' e fu simbolo di orgoglio per gli utilizzatori di questi denti. La pratica di recuperare denti dai soldati morti continuò nella guerra Civile Americana, quando casse di denti erano spedite in Europa per la costruzione di dentiere)
La diceria che Washington portasse una dentiera di legno è assolutamente infondata: si poteva permettere ben altro. La sua collezione di dentiere si può ammirare a Mount Vernon.
Modello con le molle in oro e avorio

Oro e avorio con le molle


Nei ritratti che lo raffigurano anziano, ci appare con le labbra strette (forse con una sola delle due arcate) e un'espressione intristita e sofferente.  


Quando lasciò definitivamente la scena politica, si ritirò a Mont Vernon.
Un giorno di dicembre del 1799 decise, nonostante il maltempo, di effettuare una lunga ispezione nella sua fattoria. Rimase molte ore esposto al freddo e alla pioggia. Infine tornò a casa e cenò senza cambiare gli abiti bagnati. L'indomani mattina si svegliò con i sintomi di un'influenza, febbre alta e laringite. La notte successiva ebbe difficoltà respiratorie e dolore alla deglutizione. La mattina, essendo peggiorato ulteriormente, chiamò il fattore e gli ordinò di praticargli un salasso (una terapia passepartout molto in voga). Furono estratti circa 250 ml di sangue.


Kit settecentesco per praticare salassi


Alle 10 del mattino arrivarono il Dr. Craik e il Dr.
Brown, medici curanti ed amici del malato. Rilevarono rossore della faringe,dolore alla gola, difficoltà alla deglutizione e alla respirazione e dolore nel parlare. Emisero diagnosi di inflammatory quinsy, vale a dire: stenosi alta delle vie respiratorie che può portare a soffocazione. I due medici ordinarono un altro generoso salasso: altri 250 ml di sangue furono tolti. Poiché il tempo passava senza che si verificasse miglioramento, essi pensarono di far venire il Dr. Cullen Dick, di cui avevano grande stima. In attesa del Dr. Dick, visto che non si manifestava alcun segno di miglioramento, Craik e Brown, tra vedere e non vedere praticarono un terzo salasso.

Quando alle tre del pomeriggio il dr. Dick visitò il paziente, propose ai colleghi di praticare una tracheotomia, estremo e poco praticato rimedio in caso di vie aeree che vanno ostruendosi. Si prendeva lui, disse, tutta la responsabilità. Dapprima i due colleghi si mostrarono favorevoli, poi ebbero paura che l'amico potesse morire durante l'intervento, e cambiarono idea. Tutti e tre optarono allora per un quarto salasso (si giunse così a quasi 2 litri totali). Manco a dirlo, il paziente diventò molto debole, ma chiese di rimaner seduto per poter respirare meglio. Intorno alle 8 di sera furono applicati dei vescicanti alle gambe e un collare di crusca calda alla gola. Alle 11,30 della notte, il respiro essendosi fatto sempre più lieve, sopravvenne la morte. I tre medici stavano lì davanti del tutto inutili.
Dopo qualche giorno Craik e Brown pubblicarono il rapporto sulla morte di Georges Washington: infiammazione tracheale, una diagnosi molto generica, ma la branca di otorinolaringoiatria non era stata ancora inventata. Tuttavia furono attaccati da tutta la comunità medica: ognuno dava la sua stravagante opinione circa quello che si sarebbe potuto fare e non era stato fatto.
Col senno di poi, ossia nel 1976, uscì un articolo di H. H. E. Scheidemandel che teorizzava si fosse trattato di un'epiglottidite acuta, causata magari da un flemmone. Questa la diagnosi. Ma non c'è dubbio che la causa diretta della morte fu lo shock e la disidratazione conseguenti ai salassi.


FINE




Per la serie PAZIENTI ILLUSTRI potete leggere anche:
Henri de Toulouse-Lautrec 
Giuseppe Garibaldi
Napoleone Bonaparte 
Claude Monet 
Marilyn Monroe
 Frida Kahlo