martedì 22 luglio 2014






LA BELLA DAMA SENZA PIETA' E I PRERAFFAELLITI


La belle dame sans mercy è un poema in francese antico pubblicato nel 1424 da Alain Chartier. Ebbe un grandissimo successo, fu tradotto in diverse lingue e si diffuse in tutta Europa. Il tema fu poi ripreso dal poeta inglese John Keats in epoca romantica (1819).
Due decenni più tardi nacque la corrente artistica dei pittori preraffaelliti. Essi si ispiravano spesso nelle loro opere a materiali storici, mescolati ad emozioni romantiche, adoravano i miti, le antiche leggende, le ambientazioni medievali e la natura. Non potevano non restare affascinati dai temi della poesia romantica di Keats, Tennyson e altri (ma anche Shakspeare e Dante ). ''La belle dame sans merci'' ispirò i dipinti di almeno una dozzina di pittori preraffaelliti.
 La ballata narra dell'incontro fra un cavaliere senza nome e una misteriosa bellissima dama ''dagli occhi selvaggi'' che dice d'esser figlia di una fata. E' dolce e gentile e gli dimostra amore, conquistandolo. Il cavaliere la fa montare sul suo cavallo e lei lo conduce alla Grotta degli Elfi, dove inizia a piangere desolata. Il cavaliere la bacia, lei lo culla, lui s'addormenta. E sogna principi e re dalla pelle pallidissima che gli gridano che la bella dama senza pietà li ha resi schiavi. Al suo risveglio il cavaliere si ritrova solo, nello stesso luogo desolato dove si trovava all'inizio, e dove continua ad aspettare. Si lascia intendere che ormai anche lui faccia parte degli uomini prigionieri/morti.

John William Waterhouse
 L'aspetto erotico e sensuale della poesia è quello maggiormente enfatizzato nell'opera di Waterhouse. Il cavaliere è ritratto nel momento in cui sta per essere sopraffatto dal fascino della dama, il suo stendardo è abbandonato a terra, stringe ancora disperatamente la mano intorno alla lancia come per trarne forza, ma tutta la sua persona mostra la sconfitta imminente: è sbilanciato in avanti e i capelli di lei lo stringono come un cappio. La dama, pur vestita, ha un atteggiamento vagamente discinto, scalza e coi capelli sciolti sta per sedurlo. Lui si aggrappa ad un ramo secco che inevitabilmente si spezzerà. le foglie rosse in primo piano sono avvizzite, lo stendardo a terra sembra una pozza di sangue: Waterhouse ci parla del soccombere dell'uomo davanti alla Seduzione.

Arthur Hughes
 Il dipinto di Arthur Hughes ritrae il cavaliere che ha fatto montare la dama sul suo cavallo. La natura circostante è ancora fresca e gioiosa, l'espressione del cavaliere è quella di un uomo già perdutamente infatuato, mentre quella della donna mostra un ipocrita abbandono e una tristezza alla quale nessun cavaliere potrebbe restare indifferente. Solamente sullo sfondo, a destra, appaiono i fantasmi che il cavaliere ancora non vede, che inutilmente tentano di avvisarlo del triste destino cui sta andando incontro. L'intero dipinto simboleggia l'Inganno.

Henry Meynell Rheam


Infine, nel dipinto di Henry Meynell Rheam il cavaliere è già caduto nel suo sogno incantato. Indossa ancora l'armatura, ma la spada è messa da parte. Misteriose volute di nebbia salgono dal terreno e lo avvolgono come in una prigione. In mezzo alla nebbia vede i fantasmi che gli raccontano del loro terribile destino. La dama invece, si erge al di sopra della nebbia, sembra anzi averla evocata, con quel braccio sollevato; il suo viso mostra indifferenza e disprezzo, è bella ma ''senza pietà''. La natura circostante è fatta di sterpi e alberi spogli. La donna, che porta addosso colori vividi, sembra essere l'unica cosa reale del dipinto. Essa sta quasi per voltarsi pronta ad andare in cerca di una nuova vittima, lasciando il cavaliere intrappolato in questo limbo per l'eternità. Meynell ci mostra come, di fronte alla crudele indifferenza della donna amata, all'uomo non resti che la Sconfitta.


Riporto qui sotto la ballata di Keats:

La belle dame sans merci

Che cosa ti tormenta, armato cavaliere
che indugi solo e pallido?
Di già appassite son le cipree del lago
e non cantan gli uccelli.

Che cosa ti tormenta, armato cavaliere,
cotanto affranto e così desolato,
riempito è già il granaio dello scoiattolo,
pronto è il raccolto.

Vedo sul tuo cimiero un bianco giglio,
umida angoscia, e del pianto la febbre
sulle tue gote, ove il color di rosa è scolorito
troppo rapidamente.

Una signora in quei prati incontrai,
lei, tutta la bellezza di figlia delle fate aveva,
chiome assai lunghe, e leggeri i suoi piedi,
ma selvaggi i suoi occhi.

Io feci una ghirlanda pel suo capo,
e pur bracciali, e odorosa cintura;
lei mi guardò com' avria fatto amore,
dolcemente gemette.

Io mi stetti con lei, sul mio cavallo
al passo, e nessun altro vidi in tutto il giorno;
seduta di traverso modulava
un canto delle fate.

Lei procurò per me grate radici,
vergine miele e rugiadosa manna,
e in linguaggio straniero poi mi disse:
- Io t'amo veramente.

Nella grotta degli elfi mi condusse,
e lì lei pianse, e sospirò in tristezza,
ma i suoi barbari occhi io tenni chiusi,
con quattro baci.

Ivi lei mi cullò, sino a dormire,
e lì sognai: sia maledetto l'ultimo sogno
fantasticato lì sul declivio
del freddo colle.

Vidi principi e re, pallidamente,
scialbi guerrieri smunti, color morte erano tutti
e gridavano a me: - La bella dama che non ha
compassione, t'ha reso schiavo!

Le lor livide labbra scorsi nella penombra,
che m'avvertivano: - L'ampia voragine orrendamente
s'apre! - Allora mi svegliai, e mi scopersi qui,
sopra il declivio del freddo colle.

Questo è accaduto perché qui rimasi
solo, senza uno scopo ad attardarmi,
pur se appassite fosser le cipree
e gli uccelli del lago non cantassero.

(John Keats)
 
 
Secondo una nuova interpretazione della ballata di Keats, che va ben oltre il testo letterale, la Belle Dame sans merci è la belladonna, droga che pare il poeta assumesse per rendere più fervida con le allucinazioni la sua immaginazione. Un’attrazione fatale, alla luce della quale ciascun verso della ballata acquista un nuovo e inatteso significato.
 
 Per completare aggiungo che il cantautore italiano Vinicio Capossela cantò il poema su sua musica durante il concerto speciale "Ballate nella balena" tenutosi il 15 luglio 2012 all'abbazia di San Galgano. Purtroppo in rete ne ho trovato un'unica registrazione veramente pessima. Qui sotto metto invece il link della canzone di Angelo Branduardi liberamente tratta dall'opera di Keats, angosciosa ma bellissima, accompagnata dal suono di un sitar.
http://youtu.be/bmT6whACeB4



Se ti piacciono i pittori preraffaelliti:
 Una lettera d'amore    
I Preraffaelliti e la leggenda del re Cophetua



Se ti piacciono i miti e le leggende: 
L'eroe non può amare   
Tristano e Isotta   
La fata Melusina   

lunedì 21 luglio 2014





COCKTAIL:
L'ORSO BRUNO SULLA SCHIENA




Avere un orso bruno sulla schiena è un modo di dire russo che significa essere di cattivo umore. O almeno, così avevo letto in un romanzetto assai carino, 'La famiglia Kuragin', di Constance Heaven. Mai trovato un riscontro, nemmeno presso il mio ex-amico Massimo, insigne studioso di lingua e letteratura russa. Però mi era piaciuto, suonava bene, e in un momento di particolare depressione (cosa che, ahimè, non è mancata nella mia vita), essendo desiderosa di dimenticare, avevo inventato un cocktail, adattissimo alla bisogna, battezzandolo proprio così.

 
''L'orso bruno sulla schiena''

40cc di whisky
25cc di vermouth bianco
15cc di vermouth secco
uno schizzo di limone
uno schizzo di granatina
Scuotere con ghiaccio e versare in bicchiere alto.

E' dolce q. b. per essere consolatorio, nonchè abbastanza forte (sempre q. b.) per essere efficace.
Non sono più depressa come il giorno che l'ho inventato, però ogni tanto me lo preparo prima di pranzo, quando ho desiderio 'di un certo non so che'.
Enjoy!







GIOVANNI PASCOLI:
BREUS, IL CAVALIER DEI CAVALIERI


Giovanni Pascoli trasse questa poesia dal volume Barzaz Breiz, canti dei bardi (barzaz) di Bretagna (Breiz), raccolti in epoca romantica dal Visconte Hersat de la Villemarqué.
La vicenda del ragazzino che vive nella foresta senza conoscer nulla del mondo esterno (per volere della madre che vorrebbe proteggerlo) e che resta folgorato dall'incontro col cavaliere, è sovrapponibile al racconto dell'infanzia di Perceval, come tradizionalmente tramandato.
Non conosco il testo della ballata originale bretone, ma presumo che Pascoli l'abbia riscritta, più che tradotta. La sua poesia comunque sorvola sugli onori e le glorie di Breus. Essa si sofferma piuttosto sul tristissimo ritorno a casa e sulla perdita degli affetti, essendo questo argomento molto più consono al Pascoli e alla sua ''poetica del fanciullino''.






 









Solamente a titolo di curiosità aggiungo alcune righe.
Essendo in origine una ballata bretone, l'accenno alla Cornovaglia si spiega col fatto che da lì fuggirono verso la Bretagna i Celti incalzati dall'invasione Sassone, e vi è in Bretagna una località che ha preso il nome della Cornovaglia. Perciò a me piace pensare che la vicenda incominci a Brocéliande, magica foresta bretone (la ''boscaglia'')
Il nome Morvàn (Murman) è un antico nome bretone.
Il nome Breus (erroneamente da me ritenuto l'abbreviazione di Ambreus, Ambrogio) è la contrazione di Brennus, titolo che si dava ai condottieri celti.


Se volete ascoltarla, recitata a dovere:
http://youtu.be/WyelROxnNe8

E questo (lo so, lo so, non c'entra nulla!) è il mio Breus, il cavalier dei cavalieri, che però ha paura anche della sua ombra.


Disegni di Battaglia, tratti dal Corriere dei Piccoli, 8 aprile 1962
 

domenica 20 luglio 2014






SCHIAVITU' IN AMERICA
LE ASTE



La pagina più vergognosa della storia d'America iniziò nel '500, quando l'Europa ebbe bisogno di mano d'opera a basso costo nelle colonie, dove si volevano impiantare vaste piantagioni di prodotti quali cotone, caffè, zucchero, tabacco. Così i negrieri spagnoli, portoghesi e olandesi iniziarono il trasporto e la vendita di intere popolazioni africane in America, la cosidetta ''tratta atlantica''.
Si stima che con questo sistema si prelevarono dall'Africa circa 12-13 milioni di persone, fino all'abolizione della schiavitù negli Stati Uniti, alla fine della guerra di Secessione, nel 1863 (in realtà proseguì per un paio d'anni ancora).



Nel '600 e nel '700 la richiesta era aumentata a dismisura. I mercanti lungo la costa occidentale africana rapivano adulti e bambini, i capi tribù vendevano i prigionieri di guerra ai mercanti, e tutti venivano portati nei punti di imbarco, marchiati, e lasciati ad attendere in prigioni sovraffollate.
Seguiva il viaggio verso l'America del nord o del sud, della durata di 5-6 settimane. Rimanevano chiusi nelle stive, senza luce nè aria, tra feci e vomito, nutriti e abbeverati il minimo indispensabile perchè viveri ed acqua abbondanti avrebbero sottratto spazio alla merce trasportata. Nel terrore che un'epidemia ''distruggesse'' il prezioso carico, quando un prigioniero si ammalava, veniva gettato in mare. Le navi negriere, quando capitava che passassero ad altro uso, ancorchè pulite e riverniciate, mantenevano sempre un particolarissimo sgradevole odore.
Quando si era in vista della costa, gli schiavi venivano fatti uscire, lavati, rasati, rifocillati, e infine, dopo lo sbarco, messi all'asta. 





Venivano fatti salire su un podio in modo che potessero esser visti bene da tutti, palpati, frugati, controllati a dovere dai compratori. Naturalmente i maschi giovani erano i più richiesti. Donne e bambini spuntavano prezzi più bassi.




La schiavitù è un argomento che meriterebbe molto spazio, e non è questo il luogo.  Questa premessa serve solo a presentare una raccolta di piccoli manifesti pubblicitari di aste, alcuni contenenti la descrizione degli schiavi presentati, il loro nome e la loro ''specializzazione. Questo si spiega col fatto che nel 1808 negli Stati Uniti era stata abolita l'importazione degli schiavi, ma non la schiavitù in sè. Dunque questi manifesti si riferiscono a schiavi nati nelle piantagioni, di seconda o terza generazione.



Mercato degli schiavi, Atlanta. Georgia. 1864








Possiamo notare come in molti casi gli schiavi vengano venduti a lotti di 2-3-5 persone. In altri si vendano come ''pezzi singoli''. Alcuni hanno superato i 50,  qualcuno ha 60 anni, tuttavia restano con la mansione di braccianti del cotone o del riso. I più fortunati sono quelli specializzati in mansioni di casa: maggiordomo, cameriera, sarta, cuoca, donna per le pulizie. Compaiono molti bambini, anche di pochi mesi. Difficile pensare alle famiglie che queste compravendite distruggevano. In uno dei cartelli leggo di un lotto assurdo di 7 schiavi: 2 maschi adulti e 5 bambini, il più piccolo di 2 mesi, nessuna donna per provvedere.




Si segnalano i difetti: uno è monocolo, una è sciupata per una dissenteria recente, un altro ha un ginocchio leggermente difettato.  Ma in compenso vi sono autisti fidati, carpentieri, ostetriche, infermiere, bambinaie.




Nel 1800 negli Stati Uniti c'erano all'incirca 1 milione di schiavi, ma nel 1860 si era arrivati a 4 milioni, solo nel Sud, ossia 1/3 della popolazione. I proprietari di schiavi, cinicamente, cercavano di aumentare il numero di persone come se si trattasse di bestiame. 
Molti altri Paesi avevano già liberato i loro schiavi da tempo, ma negli Stati Uniti il sistema era così profondamente radicato che ci volle una sanguinosa guerra civile per abolire la schiavitù. La guerra iniziò nel 1861, e quando si concluse 4 anni più tarsi (con la vittoria degli Stati del Nord), il presidente Abramo Lincoln fece un emendamento alla Costituzione, rendendo illegale la schiavitù in tutti gli Stati Uniti. Nel dicembre 1865 l'emendamento fu adottato appieno, e un capitolo molto buio della storia americana, volse finalmente al termine.

FINE

venerdì 18 luglio 2014





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L'INTREPIDO SOLDATINO DI STAGNO
di Hans Christian Andersen
illustrazioni di Anton Lomaev





 
C'erano una volta venticinque soldati di stagno, tutti fratelli tra loro perché erano nati da un vecchio cucchiaio di stagno. Tenevano il fucile in mano, e lo sguardo fisso in avanti, nella bella uniforme rossa e blu. La prima cosa che sentirono in questo mondo, quando il coperchio della scatola in cui erano venne sollevata, fu l'esclamazione: "Soldatini di stagno!" gridata da un bambino che batteva le mani; li aveva ricevuti perché era il suo compleanno, e li allineò sul tavolo.


I soldatini si assomigliavano in ogni particolare, solo l'ultimo era un po' diverso: aveva una gamba sola perché era stato fuso per ultimo e non c'era stato stagno a sufficienza! Comunque stava ben dritto sulla sua unica gamba come gli altri sulle loro due gambe e proprio lui ebbe una strana sorte.

Sul tavolo dove erano stati appoggiati c'erano molti altri giocattoli, ma quello che più attirava l'attenzione era un grazioso castello di carta. Attraverso le finestrelle si poteva vedere nelle sale. All'esterno si trovavano molti alberelli intorno a uno specchietto che doveva essere un lago; vi nuotavano sopra e vi si rispecchiavano cigni di cera. Tutto era molto grazioso, ma la cosa più carina era una fanciulla, in piedi sulla porta aperta del castello; anche lei era fatta di carta, ma aveva la gonna di lino finissimo e un piccolo nastro azzurro drappeggiato sulle spalle con al centro un lustrino splendente, grande come il suo viso. La fanciulla aveva entrambe le mani tese in alto, perché era una ballerina, e aveva una gamba sollevata così in alto che il soldatino di stagno, non vedendola, credette che anch'ella avesse una gamba sola, proprio come lui. 


"Quella sarebbe la sposa per me!" pensò "ma è molto elegante e abita in un castello; io invece ho solo una scatola e ci abitiamo in venticinque, non è certo un posto per lei! comunque devo cercare di fare conoscenza!" Si stese lungo com'era dietro una tabacchiera che si trovava sul tavolo; da lì poteva vedere bene la graziosa fanciulla che continuava a stare su una gamba sola, senza perdere l'equilibrio.


A sera inoltrata gli altri soldatini di stagno entrarono nella scatola e gli abitanti della casa andarono a letto. 




Allora i giocattoli cominciarono a divertirsi: si scambiavano visite, ballavano, giocavano alla guerra. I soldatini di stagno rumoreggiavano nella scatola, perché desideravano partecipare ai divertimenti, ma non riuscirono a togliere il coperchio.


Lo schiaccianoci faceva le capriole e il gesso si divertiva sulla lavagna, facevano un tale rumore che il canarino si svegliò e cominciò a parlare in versi.

Gli unici che non si mossero affatto furono il soldatino di stagno e la piccola ballerina; lei si teneva ritta sulla punta del piede con le due braccia alzate, lui con pari tenacia restava dritto sulla sua unica gamba e gli occhi non si spostavano un solo momento da lei.
Suonò mezzanotte e tac... si sollevò il coperchio della tabacchiera, ma dentro non c'era tabacco, bensì un piccolissimo troll nero, perché era una scatola a sorpresa.






"Soldato!" disse il troll "smettila di guardare gli altri!"
Ma il soldatino fìnse di non sentire.
"Aspetta domani e vedrai!" gli disse il troll.

Quando l'indomani i bambini si alzarono, il soldatino fu messo vicino alla finestra e, non so se fu il troll o una folata di vento, la finestra si aprì e il soldatino cadde a testa in giù dal terzo piano. Fu un volo terribile, a gambe all'aria, poi cadde sul berretto infilando la baionetta tra le pietre.



La domestica e il ragazzino scesero subito a cercarlo, ma sebbene stessero per calpestarlo, non riuscirono a vederlo. Se il soldatino avesse gridato: "Sono qui!" lo avrebbero certamente trovato, ma lui pensò che non fosse bene gridare a voce alta perché era in uniforme. Cominciò a piovere, le gocce cadevano sempre più fitte e venne un bell'acquazzone: quando finalmente smise di piovere arrivarono due monelli.



"Guarda!" disse uno "c'è un soldatino di stagno! adesso lo facciamo andare in barca."
Fecero una barchetta con un giornale, vi misero dentro il soldatino e lo fecero navigare lungo un rigagnolo; gli correvano dietro battendo le mani. 



 

Dio ci salvi! che ondate c'erano nel rigagnolo, e che corrente! Tutto a causa dell'acquazzone. La barchetta andava su e giù e ogni tanto girava su se stessa così velocemente che il soldatino tremava tutto, ma ciò nonostante, tenace com'era, non batté ciglio, guardò sempre davanti a sé e tenne il fucile sotto il braccio.



Improvvisamente la barchetta si infilò in un passaggio sotterraneo della fogna; era così buio che al soldatino sembrava d'essere nella sua scatola.
"Dove sto andando?" pensò. "Sì, tutta colpa del troll! Ah, se solo la fanciulla fosse qui sulla barca con me, allora non mi importerebbe che fosse anche più buio."
In quel mentre sbucò fuori un grosso ratto, che abitava nella fogna.



 

"Hai il passaporto?" chiese. "Tira fuori il passaporto!" Ma il soldatino restò zitto e tenne il fucile ancora più stretto. La barchetta passò oltre e il ratto si mise a seguirla. Hu! come digrignava i denti e gridava alle pagliuzze e ai trucioli: "Fermatelo! Fermatelo! non ha pagato la dogana! non ha mostrato il passaporto!."
Ma la corrente si fece sempre più forte e il soldatino scorgeva già la luce del giorno alla fine della fogna, quando sentì un rumore terribile, che faceva paura anche a un uomo coraggioso; pensate, il rigagnolo finiva in un grande canale, e per il soldatino era pericoloso come per noi capitare su una grande cascata.
Ormai era così vicino che gli era impossibile fermarsi. Si irrigidì più che potè, perché nessuno potesse dire che aveva avuto paura. La barchetta girò su se stessa tre, quattro volte e ormai era piena di acqua fino all'orlo e stava per affondare.


Il soldatino sentiva l'acqua arrivargli alla gola, e la barchetta affondava sempre più; la carta intanto si disfaceva. L'acqua gli coprì anche la testa -allora pensò alla graziosa ballerina che non avrebbe rivisto mai più, e si sentì risuonare nelle orecchie:
Addio, bel soldatino morir dovrai anche tu
La carta si disfece del tutto e il soldatino di stagno andò a fondo, ma subito venne inghiottito da un grosso pesce.




Oh, com'era buio là dentro! ancora più buio che nella fogna, e poi era così stretto; ma il soldatino era tenace e restò lì disteso col fucile in spalla.
Il pesce si agitava in modo terribile, poi si calmò e fu come se un lampo lo attraversasse. La luce ormai splendeva e qualcuno gridò: "Il soldatino di stagno!."




Il pesce era stato pescato, portato al mercato, venduto e portato in cucina dove una ragazza lo aveva tagliato con un grosso coltello. Prese con due dita il soldatino e lo portò in salotto dove tutti volevano vedere quell'uomo straordinario che aveva viaggiato nella pancia di un pesce; ma lui non si insuperbì.



Lo misero sul tavolo e... oh, che stranezze succedono nel mondo! il soldatino si trovò nella stessa sala in cui era stato prima, vide gli stessi bambini e i giocattoli che erano sul tavolo, il bel castello di carta con la graziosa ballerina, che ancora stava ritta su un piede solo e teneva l'altro sollevato; anche lei era tenace e questo commosse il soldatino che stava per piangere lacrime di stagno, ma questo non gli si addiceva. La guardò, e lei guardò lui, ma non dissero una sola parola.


 In quel mentre uno dei bambini più piccoli prese il soldatino e lo gettò nella stufa, e proprio senza alcun motivo, sicuramente era colpa del troll della tabacchiera.



Il soldatino vide una gran luce e sentì un gran calore, era insopportabile, ma lui non sapeva se era proprio la fiamma del fuoco o quella dell'amore. I suoi colori erano ormai sbiaditi, ma chi poteva dire se fosse per il viaggio o per la pena d'amore? Il soldatino guardò la fanciulla e lei guardò lui, e lui si sentì sciogliere, ma ancora teneva ben stretto il fucile sulla spalla.

Intanto una porta si spalancò e il vento afferrò la ballerina che volò come una silfide proprio nella stufa vicino al soldatino. 


 

Sparì con una sola fiammata, e anche il soldatino si sciolse completamente. Quando il giorno dopo la domestica tolse la cenere, del soldatino trovò solo il cuoricino di stagno, della ballerina il lustrino tutto bruciacchiato e annerito.

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