lunedì 9 febbraio 2015




IL GIARDINO DEGLI ORRORI


 



 Tutti noi conosciamo i nanetti da giardino, tutti ne abbiamo visto da piccoli, spesso nelle villette al mare. Tutti i bambini amano i nani da giardino, poi crescendo li si guarda con aria sospettosa, come se fossero delle cose “stonate”, fuori posto in un giardino, o comunque finte. Infine si acquisisce definitivamente che sono “brutti”.
Chi, come me, non è più nella sua primavera, si ricorderà di come fossero piuttosto frequenti tra i '50 e i '60, ma che già dal decennio successivo in poi sono molto diminuiti, fino ad essere considerati l'epitome del kitsch in giardino.
 



 In questi ultimi anni, però, hanno subito quello che gli antropologi chiamano “fenomeno di risalita”, cioè la migrazione dalla cultura bassa o popolare ai livelli superiori. Un famosissimo industrial designer, Philippe Starck, ha realizzato dei tavoli e degli sgabelli “d'arte” a forma di gnomo da giardino. Compaiono anche in numerosi simpatici spot pubblicitari.
 





 




Questi spostamenti tra diversi livelli di cultura avvengono con costanza nella storia dell'arte, ma si fanno più frequenti quando l'arte è in una fase di “stanca”.
I nanetti sono solo uno dei tanti soggetti finiti nel grande calderone dei prodotti d'arte minore che sono stati rivalutati nel corso del tempo. È successo ai romanzi d'avventura, a Salgàri, a Dumas, ai romanzi d'appendice, ai film di Lino Banfi e di Edwige Fenech, alla letteratura erotica, alla cucina “povera”, all'arredamento “country”, perfino allo stessa “arte kitsch”.
Questo procedimento viene chiamato dai media “sdoganamento”. È finita quindi che per cause non sempre correlate alle proprie precipue qualità, i nanetti, da semplice statuaria da giardino, si sono negli ultimi anni trasformati in un vero e proprio fenomeno culturale, tanto che stanno timidamente tornando ad affacciarsi in giardini e balconi, mentre sui cataloghi di vendita per corrispondenza il loro declino è stato breve, e il ritorno a dir poco trionfale.




 














L'abbellimento del giardino, anticamera della casa, è un'idea piuttosto comune, che viene ribadita da certi cataloghi e certa iconografia deteriore, di orti e giardini piccolo-borghesi abbelliti da carriole colme di fiori, vecchie lanterne, aiuole aromatiche ottenute con ruote di carro, il finto pozzo di resina con il secchio di zinco colmo di petunie.






















  I nanetti sono nati contestualmente alla pittura ed alla statuaria sacra da giardino. Nani e figure deformi sono raffigurate anche nelle pitture greche, elleniche e romane (basti pensare a quelle trovate nelle Terme di Tito e Traiano a Roma, che diedero i natali al termine “grottesco”). Ma i loro più illustri predecessori sono le statuette dei Lari familiari (Lares familiares) dell'antica Roma. I Lari erano le divinità minori, protettrici della famiglia, e venivano religiosamente custodite ed onorate da tutti i familiari. Accanto ai Lares familiares erano i Lares agrestes, spiriti non legati alle famiglie, ma alle campagne. I Romani credevano anche che ogni luogo avesse un suo nume tutelare, un genio protettore.


È proprio dal culto dei Lari che si sono sviluppate tradizioni antichissime, come il presepe. Infatti in occasione del solstizio d'inverno, cioè il giorno del “Sole nascente”, si soleva disporre le statuette dei Lari all'interno di uno steccato o una siepe (donde il termine “presepio” = “prae-saepere”, cioè “circondare con una siepe”).
 Accanto a questi culti vi era quello di Priapo, figlio di Venere e Bacco, protettore degli orti e dei giardini in quanto divinità associata alla fecondità. 


Virgilio scrisse che “era il protettore dei giardini poveri”. Nel suo autorevole testo, Nanetti e giardini in Italia, Bruno Sanguanini associa alla figura di Priapo quella dei nanetti, gulliverizzati e privati pudicamente di alcune caratteristiche morfologiche.  Priapo si trasformò nel Ruber Custos (il “Rosso Custode”), una sorta di spaventapasseri. Figura peraltro comune e a molte leggende centroeuropee, come quella tedesca di Rübezhal e probabilmente di quella di Robin Hood.



 L'epoca medievale non ebbe remore a raffigurare in dipinti e soprattutto sulle docce e sui frontoni delle chiese, delle figure mostruose e deformi quali monito a mantenersi puri e casti. 


 I nani e la loro gulliverica controparte, i giganti, hanno costellato la storia delle ville rinascimentali e manieriste. Nel 1400 la presenza di nani a corte era usuale, ancora oggi l'Appartamento dei Nani del castello Gonzaga a Mantova è una delle attrazioni turistiche più visitate. Nella stessa “Camera degli sposi”, affrescata da Mantenga, è raffigurata una nana, così come in “La Meniñas”, di Velasquez.
Già nel medioevo (e prima ancora in epoca romana) erano conosciuti i cosiddetti “meccanismi eroniani”, cioè quei congegni idraulici attraverso cui si potevano creare giochi d'acqua e far muovere degli automi. 
 

  È famoso il nano di Villa Pisani a Strà, come anche la “villa dei nani” di Valmarana , a Thiene (Vicenza ), in cui i nani accolgono il visitatore.


Altrettanto famoso è “Morgante” il nano di Boboli, posizionato al centro di un labirinto di siepi, con una chiara funzione di guida a e sorveglianza. 



 In epoca moderna ci fu la rivoluzione inglese del paesaggismo che si conclamò tra la metà e la fine del Settecento, che collimò con altri tipi di rivoluzioni nel campo delle arti, e che segnò la fine del gusto soggettivo all'interno del giardino.
Il paesaggismo prevedeva ampi spazi che fossero più simili possibile ad una “natura ben coltivata”, con il grado minimo di artificio visibile. Lo spazio era improntato ai divertimenti tipicamente inglesi: la passeggiata a piedi, a cavallo o in carrozza, i giochi del golf e del polo. Collinette, piccole valli, stagni, anse dei fiumi erano decorate con edifici e strutture che richiamavano antichi periodi storici, prevalentemente quelli greci, ma sempre più spesso vi erano ospitate delle “casette cinesi” per assecondare la moda delle cineserie e dell'Oriente.


Reggia di Caserta
casetta di ispirazione cinese
pagina di catalogo di un costruttore di rocailles, pagode, rovine classiche
Petit Trianon a Versailles

Il revival, tipico di quel periodo, delle rovine classiche rende i giardini luoghi ideali per ospitare artefatti che imitavano antichi ruderi o rocce, promontori, rilievi artificialmente creati. In seguito la moda delle rovine e delle fabriques (piccoli edifici che richiamano la vita in campagna, latterie, mulini, masserie) e delle folies (chioschi esoticheggianti e gazebo chiusi, dove potersi riunire non visti dall'esterno, per conversare, amoreggiare, o compiere piccole follie – donde il nome), divenne una vera e propria insensata esaltazione, e ne abbiamo una bellissima testimonianza in Bouvard e Pécuchet di Flaubert e nelle Affinità Elettive di Goethe (considerato, più che un romanzo, un vero e proprio manuale di giardinaggio.
La caratteristica del giardino successivo, cioè del giardino romantico, è quella di suscitare un impatto emotivo e nasce quello che viene chiamato “eclettismo storico”: nei giardini, non sempre di dimensioni adeguate allo scopo, venivano così riuniti stili e impressioni differenti. Il giardino diviene così un mezzo per esprimere il proprio status symbol.
 Molto spesso si pensa che il cattivo gusto sia una tara dei tempi moderni, mentre invece ha radici ben lontane nel tempo, basti pensare ai sofisticati giochi ed automi che lo sfortunato Ludwig II di Baviera (il cugino di Sissi) si fece costruire per il suo castello di Neuschwanstein a Füssen. I giochi richiamavano apertamente le atmosfere romantiche wagneriane. 



 Wagner stesso fu l'ispiratore di Ludwig, che gli commissionò “L'anello del Nibelungo”.  Il castello, giudicato con occhi moderni, è ricco di ogni genere di kitsch, ma all'epoca tutte le sue architetture e decorazioni erano considerate artistiche. Fu proprio Ludwig I, il padre di Ludwig II, ad iniziare la moda del castello eclettico e romantico. Molti erano gli arazzi e gli affreschi che rappresentavano motivi neo-gotici, allora molto in voga, come il mito del Graäl, di Merlino, della Tavola Rotonda e di Re Artù.

Affresco dal ciclo di Parsifal

Affresco dal ciclo di Tristano e Isotta

 L'Europa mitteleuropea è ancor oggi ricchissima di leggende e fiabe aventi come protagonisti gnomi, elfi e nani. Gli stessi Nibelunghi sono dei nani che abitano nelle caverne e custodiscono tesori (non diversamente dai Nani di Tolkien o di Disney).
Il castello di Neuschwanstein, concepito come un palcoscenico di una vita immaginaria, uno scenario ideale per il mondo romantico che Ludwig II si era costruito, è diventato l'icona pop di un merchandising basato sulle creazioni di Walt Disney, che a questo castello si ispirò per creare il castello della Bella Addormentata.
Nella storia del giardinaggio moderno ci fu a questo punto una novità: la riproducibilità tecnica degli oggetti d'arte e di artigianato che ha posto le basi alla produzione industriale, alla serialità, ed al “brutto in serie”, cioè al kitsch cui ci si riferisce parlando dei nanetti. 
 La tipologia dei nani è infinita, e a loro si possono aggiungere infiniti elementi di piccola statuaria da giardino, come animali, rane, cerbiatti, Bambi, funghi, altri personaggi dei cartoni animati Disney.  







 Le prime produzioni industriali di nani di terracotta, che ovviamente ancora non avevano le fattezze disneyane, e che ora sono significativamente diventati pezzi da collezione di modernariato, vennero avviate verso 1880 in Turingia, ma ancor prima erano richiesti nanetti di fattura artigianale. Nel 1867 Sir Charles Isham, un gentiluomo inglese interessato allo spiritualismo, volle delle statue di gnomi per abbellire il suo giardino di rocce e conifere striscianti, a Lamport Hall, nel Northamptonshire. Affascinato dalla mitologia wagneriana allora in auge e dai troll di Henrik Ibsen, si fece portare dalla Germania parecchie dozzine di questi “spiriti della terra” che egli chiamava “minatori fantasma”. Questa è una foto di fine '800 scattata nel suo giardino:






I nanetti di terracotta di sir Charles Isham non hanno resistito all'usura del tempo. Unico superstite l'esemplare qui a fianco.













  Le fiabe dei fratelli Grimm furono pubblicate tra il 1812 e il 1822, e sono opere dichiaratamente popolari, o meglio della cultura del popolaresco. Non sono cioè una versione popolare di una tradizione colta, nascono già popolaresche. Non bisogna quindi guardare ai nani come una degradazione della statuaria classica del giardino all'italiana, ridotti di dimensioni e resi simili ad un fumetto, ad un giocattolo, per essere digeriti da palati meno raffinati. Il nanetto della fiaba di Biancaneve ha una sua propria autonomia storica e culturale che deriva da antichissime tradizioni popolari di origine celtica e germanica.

I fratelli Grimm si riproponevano di dare una testimonianza delle tradizioni popolari orali. I sette nani della fiaba dei Grimm sono sostanzialmente indistinguibili l'uno dall'altro, non hanno nomi né carattere, non vengono descritti morfologicamente: in breve non hanno individualità: se fosse stato uno soltanto sarebbe stata la stessa cosa. Mentre Disney, nel '37, fa diventare i nani dei tipi individuali, ognuno con un nome ed una personalità, facendoli quindi diventare elementi di una serie collezionabile.  
La plastica e l'avvento di altri materiali meno pregiati, ma duraturi, contemporaneamente all'invenzione di pigmentazioni da esterno in grado di resistere agli agenti atmosferici, hanno contribuito ad abbassare i prezzi e quindi a diffondere i nani da giardino.
Poichè i gusti variano a seconda delle epoche e delle mode, ciò che oggi può apparire kitsch, brutto, per nulla artistico o addirittura di pessimo gusto, un tempo potrebbe essere stato elemento artistico di valore. Si getti solo un istante il pensiero al decorativismo esagerato di tipo Rococò, che oggi ci sembra assurdo, e lo definiremmo senz'altro volgare se non avesse il valore dell'antichità.
A fine Ottocento Jerome K. Jerome ridicolizzava le porcellane cinesizzanti bianche e blu, ipotizzando, come se fosse una cosa assurda, che un giorno sarebbero potute venire di moda, come infatti è stato. E Russel Page, chiamava il Liberty “orribile Ottocento”, quando oggi il Liberty viene considerato uno stile di gran pregio. Ritengo peraltro che si possa assolutamente fare un'eccezione riguardo al finto mulino ad acqua in resina della foto sottostante, di una bruttezza sempiterna.



Potremmo soffermarci a riflettere che tutte le cose su cui oggi ci affanniamo tanto potrebbero essere considerate dalle generazioni future semplicemente “brutte”.
Dire pertanto che “i nanetti sono brutti, o kitsch” contiene una gran quantità di inesattezze ed una certa precipitosità dell'affermazione. Bisognerebbe prestare attenzione alla loro storia, che affonda le radici nella più lontana antichità, e soprattutto all'uso sociale che le persone che li acquistano ne fanno. Il gusto è quindi una attitudine verso l'appropriazione, materiale o simbolica, da parte di una determinata classe, di qualcosa che ha lo scopo di dare legittimità al proprio stile di vita e decoro per la propria persona o famiglia.
Anche se nei tempi moderni le differenze culturali, sociali ed economiche tra le classi si sono molto smorzate, è vero che è nella natura dell'uomo aspirare ad avere qualcosa in più, cioè ad elevarsi dalla sua classe sociale quella immediatamente superiore.
I giardini sono ricchissimi di segni evidenti di questo tipo di distinzione
. Le classi popolari, per necessità, assegnano ad ogni oggetto una funzione: il nanetto invece è completamente inutile; si configura pertanto come un vero e proprio “consumo vistoso”, con il quale il proprietario del giardino che lo esibisce intende mettere più spazio possibile tra sé e la classe popolare (alla quale presumibilmente appartiene, o da cui proviene, o a cui è comunque vicino o limitrofo quanto a livello culturale) a cui per definizione i nani delle fiabe di Grimm appartengono.

 In ogni caso il giardino con i nani solletica il senso del gusto, eccita l'interrogativo tra naturale ed artefatto, getta un ponte tra l'umano e il fantastico. Suscita comunque una reazione.
Gli stessi giardini che vorrebbero distinguersi brillano anche per l'ovvietà della scelta delle piante e per l'assenza di alcune piante considerate ormai “proletarie, contadine”, oppure semplici “erbacce”: nel nostro giardino condominiale il giardiniere si ostina ad estirpare il manto verde e lussureggiante di una pianta strisciante assai bella, preferendole la nuda terra, di aspetto secondo lui più ordinato e pulito. Eppure quella pianta strisciante non solo è bella, ma è anche l'unica che cresca all'ombra perenne del palazzo volto a nord. Ma il giardiniere la disprezza per la sua rusticità (e il nome volgare della povera piantina, ''miseria'', la dice lunga).


Beninteso, si tratta di simboli che dichiarano uno status elevato solo a chi non li comprende, cioè agli appartenenti alla stessa classe culturale e a quelle inferiori. Chi espone i nani pensa di rivolgersi alle classi superiori, esibendo un decoro evidente, ma in realtà –senza accorgersene- si rivolge ai membri della sua stessa classe ed a quelle inferiori.

Un proprietario che non voglia che il suo giardino abbia un'aria contadina, sceglierà senza dubbio delle palme, che sono “alberi” ma che non assomigliano agli alberi da frutto, retaggio dell'orto contadino. Durante gli anni '70 ed '80 il salice piangente (Salix babylonica) è stato usato per conferire un'aria languida e romantica ai giardini, e negli anni '40 la svenevole rosa 'Dorothy Perkins' aveva raggiunto una tale diffusione da diventare uno degli emblemi del kitsch in giardino.
Per quanto riguarda i nanetti in essi c'è una tale sovrapposizione ed una rimescolanza di simbologie, modelli, stili, evocazioni, comportamenti, relazioni sociali, metafore, schemi antropologici, psicologici e socio-culturali, che non possono in nessun caso essere ignorati e liquidati semplicemente come brutti.



Quanto alla rosa ''Doroty Perkins'', merita una nota a piè di pagina: Data la facilità con cui si riproduce per talea, questa rosa ebbe una diffusione mai vista prima di allora. Negli anni Trenta in America era letteralmente ovunque, tanto che addirittura interi quartieri erano decorati con 'Dorothy Perkins'. Il suo colore è un rosa così “soavemente rosa” da far allegare i denti al solo pensiero, e la profusione dei suoi fiori così straordinaria da nascondere addirittura il fogliame. In piena fioritura non sembra neanche una rosa, ma un abito da sposa saltato fuori da una delle peggiori soap-opera americane. Il fogliame è scuro, ma è perennemente macchiato dall'oidio, il che non impedisce alla pianta di fiorire abbondantemente. Il difficile non è curarla o farla fiorire (perché riesce praticamente in qualsiasi terreno, con qualsiasi esposizione e anche senz'acqua) ma il non farla sembrare troppo assurda o pretenziosa.

 FINE

Liberamente tratto da ''La compagnia del giardinaggio''

venerdì 6 febbraio 2015




IL FIORE CHE PORTO' ALLA FOLLIA




 La storia dei tulipani comincia in Turchia per finire in Europa e in particolare in Olanda.
In Turchia, paese d'origine, è il fiore nazionale, presente nei giardini, ma anche, più o meno stilizzato, in ogni tipo di decorazione, dalle ceramiche ai tappeti e ai tessuti.












Il tulipano,
il cui
nome deriva dal turco «tullband», che significa copricapo, turbante, per la forma che il fiore sembra rappresentare, ebbe una grande popolarità in Turchia nel 1500 durante il regno di Solimano il Magnifico, che lo volle sviluppare in numerose varietà ed impiantare ovunque. 







Dalla Turchia fu introdotto in Europa nella metà del XVI secolo ed ebbe una crescente popolarità in Olanda, scatenando la "gara" fra i membri della middle class a superarsi l'un l'altro nel possesso dei tulipani più rari. 
In Olanda la coltivazione dei tulipani iniziò nel 1593, dopo che il botanico fiammingo Carolus Clusius, presso l'Università di Leiden, aveva accertato che i tulipani erano in grado di sopportare le severe condizioni climatiche dei Paesi Bassi.
L'interesse per questi fiori dalle diverse colorazioni divenne una vera e propria mania che negli anni si trasformò in un'esagerata ricerca degli esemplari più rari, come quelli con petali a striature geometriche, con spettacolari effetti colorati di linee intricate e fiammeggianti. Questo fiore divenne rapidamente una merce di lusso e uno status symbol.
I prezzi salivano senza sosta, alimentati nella loro crescita dai numerosi nuovi partecipanti all’euforia collettiva che aveva colpito sia gli speculatori che la gente comune, finchè arrivarono a livelli insostenibili.




 L'interesse per i tulipani coincise con una fase di crescita commerciale dei Paesi Bassi, da poco indipendenti ed al centro del lucroso commercio delle Indie Orientali, dove un singolo viaggio poteva produrre profitti anche del 400%.
 Alle varietà di tulipano erano assegnati nomi esotici, a volte venivano chiamate con nomi di ammiragli olandesi. Nel 1623, un singolo bulbo di una specifica qualità di tulipano poteva costare anche un migliaio di fiorini olandesi (il reddito medio annuo dell'epoca era di 150 fiorini). I tulipani erano scambiati anche con terreni, bestiame, e case. Presumibilmente, un buon negoziatore poteva anche guadagnare seimila fiorini al giorno.











Qui a fianco la varietà chiamata il Vicerè, il cui costo andava dai 3000 ai 4150 fiorini (10 o 15 anni di lavoro di un abile artigiano).



 


















 Nel 1635 fu registrata una vendita di 40 bulbi per 100.000 fiorini (2500 fiorini a bulbo. A titolo di paragone, una tonnellata di burro costava circa 100 fiorini e "otto maiali grassi" costavano 240 fiorini). Un prezzo record fu pagato per il bulbo più famoso, il Semper Augustus, che vedete qui a fianco, venduto ad Haarlem per 6000 fiorini: per intenderci, nel 1642 Rembrandt vendette il capolavoro “La milizia civica del capitano Frans Banning Cocq”, dipinto noto anche col nome di “Ronda di Notte”, per 1.650 fiorini. 

















Nel 1636 i tulipani erano scambiati nelle borse valori di numerose città olandesi. Questo incoraggiò tutti i membri della società al commercio di tulipani, molte persone vendevano e compravano immobili o altri possedimenti per poter speculare sul mercato dei tulipani. Alcuni speculatori fecero grandissimi profitti.
 Alcuni commercianti vendevano bulbi che erano stati appena piantati o quelli che avevano intenzione di piantare (sostanzialmente dei futures sui tulipani). Questa pratica fu soprannominata "commercio del vento". Un editto statale del 1610 fece diventare illegale questa vendita allo scoperto rifiutandosi di riconoscere carattere di coercibilità legale a questo genere di contratti, ma la legislazione non riuscì a far cessare l'attività negoziale.
 Nel febbraio del 1637 un'asta di bulbi di tulipani ad Haarlem andò deserta, probabilmente a causa di un'epidemia di peste bubbonica in città. Tanto bastò a scatenare il panico: ritenendo di non poter più spuntare prezzi gonfiati per i loro bulbi, i commercianti di tulipani cominciarono a vendere. La bolla speculativa scoppiò. Si incominciò a pensare che la domanda di tulipani non si sarebbe  più mantenuta a quei livelli, e questa opinione si diffuse man mano che aumentava il panico. Alcuni detenevano contratti per comprare tulipani a prezzi dieci volte maggiori di quelli di mercato (ormai crollato), mentre altri si trovarono a possedere bulbi che valevano un decimo di quanto li avevano pagati. Centinaia di olandesi, inclusi uomini di affari e dignitari, caddero in rovina finanziaria.
 La satira, presente anche all'epoca, ci ha lasciato dei quadri emblematici della faccenda. Nel dipinto che segue, di Jan Brueghel il giovane, gli "investitori" in tulipani sono rappresentati come scimmie vestite con abiti lussuosi, piene di denaro ma senza cervello, destinati a essere preda delle loro stesse aspettative irrealistiche. 




Tutti i tentativi esperiti per risolvere la situazione in modo da accontentare entrambe le parti si rivelarono un insuccesso. In sostanza, ciascuno rimase nella situazione finanziaria in cui si trovava alla fine del crollo: nessuna corte poteva esigere che i contratti venissero onorati, perché i giudici considerarono questi debiti alla stregua delle obbligazioni naturali contratte con il gioco d'azzardo, e quindi non esigibili attraverso un'esecuzione forzata sotto la giurisdizione della legge.
Nel dipinto seguente: Carro dei folli di Hendrik Gerritsz Pot, 1637: il carro dei folli è seguito da artigiani che hanno abbandonato botteghe e atrezzi, nonchè da nobili, tutti a seguire una bandiera blasonata con tulipani. Flora, carica di tulipani, guida il carro verso un rovinoso tuffo in mare.



  Simili bolle finanziarie dei tulipani ci furono anche in altri paesi d'Europa, ma mai di dimensione confrontabile a quella olandese. In Inghilterra, nel 1800, il prezzo di un singolo bulbo di tulipano era di quindici ghinee, somma che bastava ad assicurare a un lavoratore e alla sua famiglia cibo, vestiti e alloggio per sei mesi.


La bolla dei tulipani è stata oggetto di discussione agli inizi del XXI secolo in relazione all'emergere di fenomeni finanziari simili come la crisi dei mutui subprime, che peraltro, esplosa su scala locale, è stata all'origine di un'ondata di crisi su scala economica globale. Nel film Wall Street - Il denaro non dorme mai, diretto da Oliver Stone nel 2010, il protagonista Gordon Gekko parla estesamente della bolla dei tulipani in relazione alle cause della crisi economica del 2008.
Il co-protagonista maschile del libro "Colpa nelle stelle" di John Green si chiama Augustus, con un'evidente riferimento alla bolla dei tulipani. Infatti i fiori che regala all'innamorata sono tulipani, in onore del viaggio ad Amsterdam che i due stanno per compiere. Inoltre Augustus è malato di cancro, il che lo porterà alla morte entro la fine del libro, come il Semper Augustus si estinse a causa del virus che permetteva al fiore di avere la caratteristica colorazione. Infatti oggi sappiamo che
le striature dei tulipani sono causate da un'infezione da potyvirus che causa una distribuzione alterata dei pigmenti nei petali. Purtroppo l'infezione virale dei tulipani non è benigna: nelle generazioni successive all'infezione, il bulbo si rimpicciolisce finché non è più in grado di fiorire.
Per questo motivo la maggior parte delle varietà di tulipani striati, tra cui il Semper Augustus, non esiste più. Oggi i tulipani variegati si ottengono con ibridazioni.


 Il clima olandese è adatto alla coltivazione dei tulipani, che fioriscono giusto all’inizio del fresco primaverile. L’acqua viene continuamente rimossa dal terreno dei polder, il che è perfetto per i bulbi di tulipano, che amano i terreni umidi ma senza troppa acqua. Esistono così tante varietà di tulipani che la Società di Orticoltura olandese le ha divise in vari gruppi, ciascuno contenente più specie. Da metà marzo alla fine di maggio, i tulipani trasformano ampie zone dell’Olanda in un coloratissimo patchwork. 




Gli eventi legati ai tulipani abbondano in tutto il paese in primavera.

Gli olandesi hanno anche esportato il loro amore per i tulipani, portandoli nei loro insediamenti all’estero: oggi esistono festival del tulipani a New York (originariamente chiamata Nuova Amsterdam) e a Holland, in Michigan, una città che ha ancora forti legami con le sue radici olandesi.

Festival dei tulipani ad Amsterdam


 Mi sento di consigliare (per chi fosse interessato all'argomento) il romanzo ''Il sogno dei tulipani'' di Deborah Moggach; una storia d'amore sullo sfondo di un'euforia finanziaria, di botteghe di mercanti e di botteghe d'arte.

FINE







mercoledì 28 gennaio 2015




LE SETTE CITTA' DI CIBOLA



La ''Cerca'' di Cibola nacque intorno al 1150, quando gli Arabi conquistarono la città di Merida in Extremadura, in Spagna. La leggenda racconta piuttosto esplicitamente che i sette vescovi della città, per non cadere in mani infedeli, organizzarono una carovana trasportante oro e oggetti preziosi e da Merida raggiunsero il mare, probabilmente la costa atlantica del Portogallo.
 Da qui partirono verso Occidente, a bordo di alcune navi, portando con sé le ricchezze e i cittadini di Merida che non vollero arrendersi. Quando tre secoli e mezzo dopo Colombo aprì la via per le Americhe, il ricordo di quella fuga era ancora chiaro nella memoria collettiva spagnola e fin dall'arrivo nei Caraibi fu inviata una spedizione per trovare le sette colonie cristiane che si dice i vescovi fondarono: oltre alla celebre Cibola, anche Aira, Anhuib, Ansalli, Ansesseli, Ansodi, Ansolli e Con.

 

 Queste sette città si dice furono edificate con l'oro ad Antilia, isola delle ricchezze e della beatitudine da molti confusa con Cuba. Fu qui che iniziarono le ricerche. Da qui si passò alla Florida. Pánfilo de Narváez fu nominato Governatore della Florida dal viceré spagnolo Antonio de Mendoza, ma si trattava di una nomina solo di facciata, in quanto la Florida ai tempi era una terra paludosa e popolata da Nativi ostili. Questa spedizione fallì miseramente: delle cinque navi iniziali due naufragarono causando la morte di tutto l'equipaggio e dei settecento uomini rimanenti del contingente, metà disertarono appena dopo lo sbarco.


   I superstiti, accertato che non vi era tracca di città d'oro in Florida, puntarono verso il Golfo del Messico attraverso zattere improvvisate che naufragarono anch'esse. Stupidamente, invece di puntare verso la vicina Cuba, decisero di percorrere le paludi dell'Alabama e i deserti del Texas... Alla fine di una marcia delirante quasi decennale, degna solo della follia dei Conquistadores, si salvarono in quattro: Álvar Núñez Cabeza de Vaca, Alonso del Castillo Maldonado, Andrés Dorantes de Carranza e uno schiavo berbero di nome Estebanico, conosciuto in Italia come Stefano il Nero.



 Quest'ultimo è la figura più incredibile di questa vicenda, un personaggio degno di un romanzo: si trattava infatti di uno schiavo berbero originario del Marocco comprato dal un nobile spagnolo Andrés Dorantes de Carranza e divenutone poi amico, al punto da portarlo in America come collaboratore e guardaspalla. Carranza infatti era un uomo colto e amante dell'arte e accanto alla brama di ricchezza aveva il desiderio di scoprire nuove terre e civiltà. Perciò insegnò tutto quello che poteva al fido Estebanico, che ricambiò il favore salvando la vita all'amico-padrone in più di una circostanza. Fu grazie all'arte della sopravvivenza dell'ex-schiavo berbero se i quattro di cui sopra poterono raggiungere, in otto assurdi anni, la regione della Nuova Spagna in Messico.

 Alvaro Cabeza de Vaca, che di professione era medico e naturalista, descrisse il tremendo viaggio attraverso il sud dei futuri Stati Uniti in un libro intitolato "Naufragio", che fece molto scalpore sia in Europa che nel Nuovo Mondo.   





 













I quattro uomini infatti, non potendo saccheggiare o depredare, furono obbligati a instaurare relazioni amichevoli con i Nativi: e da queste relazioni diplomatiche appresero che effettivamente, a ovest del Colorado, esisteva un luogo lastricato d'oro e costruito da una popolazione indigena strana e non affine agli indigeni.
 La notizia di questo resoconto giunse alle orecchie della corte imperiale e il Governatore della Nuova Galizia messicana, Francisco Vázquez de Coronado, fu incaricato nel 1539 di inviare una spedizione alla ricerca di queste fantomatiche città di Cibola.



 




Preliminarmente Coronado, che aveva fama di essere un duro, freddo e spietato, inviò proprio l'uomo che più di tutti era stato il protagonista della fallita spedizione di dieci anni prima, Estebanico; assieme a lui mandò un frate francescano apprezzato e seguito, Marcos de Niza (Marco di Nizza), che aveva partecipato alla conquista del Perù con Francisco Pizarro e che dopo il libro di Cabeza de Vaca era stato mandato dal vicerè Mendoza alla ricerca solitaria di Cibola dalle parti dell'attuale Arizona, nei territori dei villaggi popolati dai Nativi Zuni e Hopi.

Marcos de Niza aveva trovato anch'egli tracce di Cibola nei racconti, perciò non ci fu coppia migliore per svelare questo mistero.



 Tuttavia fu il frate a tornare, un anno più tardi, solo. Raccontò di essere stato effettivamente a Cibola con Estebanico, ma che questo era stato ucciso dai Nativi ostili: non aveva potuto entrare in città, ma l'aveva osservata dall'alto, in quanto anche la sua vita era stata messa in pericolo. Disse che Cibola si trovava a cinque leghe dal mare e dalla collina su cui si era appostato era possibile vedere, verso ovest, l'Oceano Pacifico. Si trattava di una città reale, una città in cui tutto era coperto d'oro: i tetti, le scale dei palazzi, fino alla pavimentazione delle strade. Ovunque c'era ricchezza e opulenza.
 
Consapevole dell'importanza di questi resoconti, pur lacunosi, il Vicerè convinse Coronado a partire egli stesso per una spedizione di conquista. Il Governatore organizzò una missione militare in piena regola: 335 soldati spagnoli, 1300 nativi, quattro frati francescani tra cui Marcos de Niza e un imprecisato numero di schiavi di colore lasciò il Messico per dirigersi verso il Deserto di Sonora. 



Questo esercito entrò nel territorio degli attuali Stati Uniti nella zona sotto il controllo dei Nativi Apache, in Arizona.
 Raggiunta l'area popolata dagli Hopi, nei pressi del fiume Colorado, e vedendone i poveri villaggi fatti di fango e paglia, i soldati ebbero un moto di rivolta.


 Nella foto a fianco: un villaggio Hopi del nostro tempo, di poco mutato rispetto al 1500.















 L'incontro con gli sciamani Hopi scioccò non poco i conquistadores di Coronado, che li ritenettero fantasmi. Tuttavia nemmeno gli Hopi possedevano oro o altri preziosi.
La sensazione che le cose non stessero come le aveva raccontate il frate Marco de Niza era generalizzata e si tentò persino di ucciderlo, minacciando la diserzione se de Niza non fosse stato punito per la sua incompetenza. Coronado non poteva certo far giustiziare un uomo tanto importante e lo rimandò in Messico, sia pure con infamia. Tuttavia per quanto bugiardo e forse assassino, Marcos de Niza aveva descritto Cibola come a poca distanza dall'Oceano Pacifico: non si comprende perché un capitano in teoria determinato ed esperto come Coronado sia andato a Est e non a Ovest come invece suggeritogli dal racconto del frate. Fatto sta che la spedizione incrociò a Oriente verso il Rio Grande, cioè verso gli attuali stati di Nuovo Messico, Texas, Oklahoma e Kansas e che alla fine Coronado si sia impantanato in una guerra di conquista di territori poveri e desolati, ricchi solo di erba e bisonti. Non servirono a nulla la violenza, i massacri, le torture che i suoi soldati inflissero alle popolazioni indigene: se una cosa non esiste, non può essere confessata.

La mappa mostra chiaramente l'assurdo viaggio di Coronado. Da notare che, stando alle descrizioni, Cibola dovrebbe essere situata a venti km dall'Oceano Pacifico!



Nel 1542 Coronado fu richiamato in Messico. Il suo esercito si era frammentato in una miriade di guarnigioni, decimato da fame, malattie, imboscate e una guerriglia continua, perché era impensabile mantenere in quei territori desertici un manipolo di soldati tanto grande da non poter essere sfamato dalle risorse naturali. Il mancato ritrovamento di Cibola lo fece andare su un'altra città miticamente ricca, Quivera, nei territori degli indiani Pueblo: ma anche in questo caso le leggende non ebbero riscontri. Così Coronado, in totale miseria, tornò alla sua poltrona di Governatore in Messico, ma era un uomo distrutto nel morale e nella reputazione. Con lui e con il fallimento della spedizione si spensero per un po' le luci su Cibola e le altre sei favolose città, mentre la "nuova" Quivera fu cercata a lungo fino agli albori del XVII Secolo.
Che pensare oggi di queste mitiche città d'oro? Sinceramente, il racconto del frate Marco de Niza appare lacunoso e senza la controtestimonianza di Estebanico risulta non attendibile. Del resto, a quanto pare nessuno ha cercato per davvero Cibola fino a tempi recenti, ma certo la sua vicinanza all'oceano (cinque leghe spagnole erano corrispondenti a 21 km) avrebbe attirato l'attenzione di qualcuno, se fosse stata ricoperta d'oro… Se mai Estebanico e Marcos de Niza sono andati a Cibola, questa deve essere forzatamente nell'area a ovest della Baja California, in un territorio messicano poco urbanizzato e cartografato.
Fonte: http://www.satorws.com/sette-citta-cibola.htm
 Carl Barks disegnò per Walt Disney una bellissima storia sulle sette città di Cibola, di cui allego qualche tavola.