martedì 18 novembre 2014




L'ILLUSIONE DI STONEHENGE  





All’alba del solstizio d’estate, quando sacerdoti druidi, guerrieri New Age e hippies randagi fanno a botte per vedere il perfetto allineamento del sole che sorge sulle pietre millenarie di Stonehenge, potrebbero anche mettere su un disco dei Beatles, se proprio vogliono celebrare i mitici costruttori del misterioso circolo.
Perché l’ultimo esoterico allineamento è opera di una prosaica gru degli anni ’60.


 
Il velo sul mistero meglio pubblicizzato d’Inghilterra l’ha sollevato un ragazzo di Bristol, Brian Edwards, alle prese con una tesi di storia: ha trovato le foto. Esse risalgono al 1901, e documentano spietate le approssimative tecniche edilizie di un gruppo di operai vittoriani con cazzuola.
Sono solo le prime di una serie: il ’900 è stato tutto un cantiere, che ha rifatto e “migliorato” il volto di Stonehenge, come in una plastica facciale su una signora un po’ invecchiata.


 Scavatrici, corde e cemento hanno ricostruito, spostato, innalzato, sistemato, riallineato quei monoliti che milioni di “fedeli” presumono intatti, e ne adorano la mistica geometria, credendola un computer preistorico, un orologio neolitico, un osservatorio celtico, o addirittura il regalo fantascientifico di una civiltà superiore, sbarcata da un’astronave sulla Terra cinquemila anni fa per consegnarci la Conoscenza.





 
 Sistemare un monumento traballante non è un reato.
Gli archeologi l’hanno fatto sempre e dovunque.
Quelli inglesi in modo un po’ più vigoroso degli altri.
Nel 1919, l’anno dopo che Sir Cecil Chubb, proprietario del terreno, vendette il tutto al governo per poco più di 6000 sterline, sei grandi pietre furono rimosse e innalzate in posizione verticale, agli ordini dell’energico Colonnello William Hawley, entusiasta membro della “Stonehenge Society”.
 Altri tre monoliti furono spostati da una gru nel 1959, a uno dei giganteschi “trilithons” venne messo un cappello di pietra nel 1958, e ai tempi di John Lennon, 1964 per l’appunto, quattro pilastri neolitici cambiarono di posto.
La Stonehenge che vediamo oggi è un’opera del XX secolo.

 In questo dipinto di John Constable (pittore inglese vissuto a cavallo tra il '700 e l'800), vediamo le condizioni del sito in quell'epoca.
 
Questo è un dipinto di William Turner, altro pittore inglese vissuto tra 18° e 19° secolo.
 









Gli archeologi seri già lo sapevano, e l’hanno pure scritto nei loro libri.
Ma a noi, poveri mortali, nessuno l’aveva mai detto.
Anzi, ce l’avevano accuratamente nascosto.
Sulle guide e gli audiovisivi del “trust” che cura la conservazione del luogo e incassa i proventi di un milione di turisti all’anno, c’è appena un vago accenno a generici lavori di «rafforzamento delle pietre».
Fino agli anni ’60, per la verità, i depliant erano un po’ più chiari.
Poi, l’esplosione di massa del fenomeno Stonehenge dovette consigliare una robusta censura. Il fatto è che il mistero di questa mitica costruzione si gioca tutto in pochi millimetri.




 Per essere un osservatorio astronomico preistorico, le pietre devono puntare con precisione matematica al primo sole d’estate, devono riprodurre alla perfezione le costellazioni celesti, devono seguire a intervalli implacabili di 46 mesi le evoluzioni lunari.


Un’intera nuova scienza, la “archeometria”, ha calcolato all’infinito i dettagli di Stonehenge.
Un immenso tam tam su Internet ne ha diffuso il credo in tutto il mondo.



E’ per mettersi in asse con quei pochi millimetri che ogni anno, il 21 di giugno, migliaia di giovani in cerca di un’esotica trascendenza si azzuffano a sangue, abbattono le barriere, si arrampicano sulle pietre, e le cospargono di rifiuti; al punto che per sedici anni l’alba fatale è stata proibita al pubblico dalla polizia in assetto di guerra ed è stata riaperta solo l’anno scorso, in omaggio al Terzo Millennio.


 E’ per celebrare quella perfetta geometria che austeri signori gallesi in tunica bianca, sacerdoti druidi, vi si danno convegno come i bossiani in riva al “dio Po”, alla riscoperta delle antiche radici celtiche della loro etnia.
Se quei pochi millimetri sono stati “aggiustati” da una mano umana, il gioco e il business è finito.
Il più gigantesco teatro di posa di “X Files” rischia di essere degradato a quello che è sempre stato, uno straordinario sito archeologico senza particolari messaggi spirituali.





 
Senza tutti questi lavori, ammettono ora gli archeologi dell’English Heritage, «avrebbe un aspetto molto diverso.
Pochissime pietre sono ancora esattamente nel posto dove furono erette millenni fa». Non era difficile da sospettare. Bastava indagare nell’arte, dove il fascino di Stonehenge ha lasciato dettagliate testimonianze, nei dipinti di Constable e Turner, che raffigurano una distesa di enormi pietre rovesciate, sradicate dal tempo, smosse dalle intemperie, e non quel circolo perfetto che pseudoscienziati e creduloni New Age pensano innalzato per calcolare le eclissi lunari, o i solstizi.





Intendiamoci, a Stonehenge vale sempre la pena di andare, almeno una volta nella vita. La delusione rivelata dallo studente di Bristol non è colpa delle popolazioni primitive che con sforzo sovrumano innalzarono ciò che forse era un luogo di culto: non potevano certo prevedere l’esplosione della New Age.
Nonostante i lavori edili del ’900, furono loro, i primi “britons” di cinquemila anni fa, a orientare queste immense pietre verso il sorgere del sole. Come l’uomo in preghiera ha sempre fatto.
Anche le chiese cristiane antiche sono allineate all’orizzonte orientale, dove sorge il sole, eppure non sono né osservatori scientifici né templi di adoratori degli astri.

Tratto da Repubblica

lunedì 17 novembre 2014




IL GUARDAROBA DELLA REGINA





Nonostante la regina Elisabetta sia considerata in tutto il mondo una donna molto elegante, in Italia i suoi tailleurs e i suoi spolverini hanno fatto sempre sogghignare. Pochi però si rendono conto di quanto sia difficile vestire una regina, di quanti imprevisti si debbano considerare, quanti piccoli spiacevoli incidenti si debbano evitare.
La sua sarta storica, Angela Kelly, al suo servizio dal 1994, ha rivelato qualche segreto. 




Anzittutto bisogna pensare alla praticità. La regina deve assolvere molti impegni, molti dei quali all'aperto: bisogna evitare che una folata di vento possa sollevare l'orlo dell'abito, dando origine al cosidetto ''effetto Marilyn'' (dalla scena in cui la Monroe si piazzava sulla bocca di aerazione della metropolitana). Dunque niente abiti con gonne in tessuto leggero o scampanate, e soprattutto una serie di pesetti di piombo cuciti nell'orlo. 


 Nella foto a fianco, un'inesperta Kate Middleton, prima di diventare duchessa, è vittima dell'''effetto Marilyn''. Di recente Kate è stata bacchettata dalla regina per i suoi errori riguardanti l'abbigliamento, in primis le gonne eccessivamente corte, gioia dei fotografi.




Gli abiti interi sono da preferirsi a camicette e gonne, perchè salendo e scendendo da un'auto, o sedendosi e rialzandosi, la regina non debba reinfilarsi goffamente la camicetta sfilata fuori dalla gonna.
La regina essendo piuttosto piccola, preferisce l'abbigliamento tinta unita, che l'allunga un po', e che distoglie l'attenzione dai particolari per dare maggiore risalto alla sua figura. La tinta unita e i colori vivaci, che nessun'altra alla sua età si permetterebbe di portare, sono anche utilissimi perchè il pubblico la possa distinguere meglio, anche da lontano. E non solo il pubblico: anche il servizio di vigilanza deve sempre vederla spiccare fra la folla.
Le sue scarpe hanno sempre tacchi quadrati da 5cm, e devono essere comode. La regina per questo ha un'assistente apposita
il cui dovere consiste nell'indossare per lei le scarpe fino a che, al momento della prova, non siano già morbide e confortevoli.




Una squadra di dodici persone collabora con Angela Kelly per dare vita ai completi color pastello tanto amati da Elisabetta, e viene studiato nel dettaglio anche ogni accessorio, perfino l’ombrello.
Solitamente per ogni occasione Angela compone quattro bozzetti, tra i quali poi la Regina sceglierà quello adatto. Una volta scelto il modello lo si realizza in cotone grezzo, per capire come sarà ultimato, e infine si crea il capo definitivo nel tessuto scelto, chiffon, seta, lino o lana non importa. Per i tanto amati cappellini si procede nello stesso modo, ma con un prototipo in paglia. In base all'etichetta, la regina non si fa vedere all'aperto senza cappello nè senza guanti.
























Quando poi la regina si reca a provare l’abito, prima della consegna, non ammette nessuno se non la sarta Angela e i suoi fedeli cani corgis.






Dai cappellini alle borsette, redingote in colori gioiello, Barbour, wellies e l'immancabile kilt contro i rigori del castello di Balmoral, l'ultraottuagenaria sovrana dei britannici è icona di 'un certo stile' che non piace solo alle sue coetanee, ma tenta, destrutturato, anche le giovanissime. Prova ne è stato all'indomani del Royal Wedding, il trionfo della pelletteria Launer London che ha registrato una impennata di richieste tra clienti tra i 35 e i 50 anni dopo l'apparizione di uno dei loro modelli più tradizionali, rettangolare, di pelle di vitello con doppio manico, al braccio di Elisabetta nelle navate di Westminster Abbey (foto sotto).




 I vestiti della Regina, migliaia, catalogati minuziosamente e battezzati con nomi in codice, sono una uniforme, disegnati apposta per farla individuare tra la folla: Elisabetta è minuta di corporatura ma il suo stile inconfondibile la fa notare. "Vestire la Regina significa creare qualcosa per la donna più famosa del mondo, una donna che è vista da più persone di chiunque altro", ha detto alla Bbc Stewart Parvin, 45 anni, che dal 2000 lavora sull'abbigliamento della sovrana in collaborazione con Angela Kelly.


In un'apposita agenda viene segnato il nome dell'abito, l'occasione in cui viene indossato, la data, il luogo e le persone che erano presenti, onde evitare gaffes stile Angela Merkel. La regina non disdegna di indossare più volte lo stesso abito, ma mai davanti alle stesse persone o nel medesimo luogo, e lasciando passare un giusto lasso di tempo fra un'occasione e l'altra. Le scarpe, o la spilla sul bavero non necessitano di uguali attenzioni. 
Vi è però un abito, che ha nome Buttercup, color giallo burro, che la regina ama più degli altri, e ha indossato in diverse occasioni; prima fra tutte il matrimonio di Kate e William. Il giallo è infatti un colore ottimista, di forte impatto visivo, che però non toglie luce alla sposa.



Da notare la cura che la sovrana investe nel far passare dei messaggi diplomatici tramite il suo abbigliamento. Uno esempio non lontano risale al maggio del 2011 quando Elisabetta non mancò di vestirsi rigorosamente di verde durante la sua storica visita in Irlanda del Nord.

























 O quando, durante un viaggio in Canada nel 2010, convinse delle donne della comunità indigena dei Mikmaq a ricamarle delle perle su uno dei suoi capi.
L'azzurro è il colore dominante del guardaroba della regina. Simboleggia la sua devozione al popolo inglese. Adatto per occasioni disimpegnate, come i party all'aperto.



Il rosa tenero fu un colore che la giovane regina utilizzò per dare un'immagine meno austera della monarchia. Oggi peraltro lo usa frequentemente anche in tonalità più vivaci.











 Nell'ultima visita che ha fatto in Italia ha indossato un colore nuovo, il glicine.
























In genere non indossa il nero, riservato ai funerali e al “Remembrance Sunday”, ricorrenza novembrina in cui si ricordano in Gran Bretagna i caduti in guerra.
Elisabetta ha sviluppato negli ultimi anni, "uno stile più forte" soprattutto sul fronte del colore e degli accessori: "Non veste come una celebrità ma è consapevole di avere un certo glamour e le piace". Cinque anni fa del resto la Regina è entrata nella lista delle 50 donne più alla moda del mondo con le top Kate Moss, Claudia Schiffer e Naomi Campbell. E' evidente che fin da quando, negli anni Cinquanta, col suo vitino di vespa, incarnava la moda dell'epoca, la sovrana è sempre stata, alla sua maniera, stylish. Ma il paradosso è che é negli ultimi tempi ha fatto tendenza. In tempi recenti infatti, modelle con gonne di tweed sotto il ginocchio, foulard in testa e grandi borsette rettangolari sono state le protagoniste di sfilate di Dolce e Gabbana e di Vivienne Westwood. 


Steward Parvin ha rivelato che la regina ha la fortuna di non soffrire il caldo e di non sudare. I tessuti vengono ovviamente scelti fra i tipi che non sgualciscono, ma comunque, addosso a lei, restano sempre immacolati e perfettamente stirati. Altro particolare rivelato dall'indiscreto stilista è che Elisabetta ha una spalla più bassa dell'altra, perciò si aggiunge una spallina per portare ogniabito alla perfezione. Segreto ben conservato è invece la sua taglia.
Ventisette dame di compagnia si occupano dell'abbigliamento della regina, che viene aggiornato con nuovi vestiti due volte l'anno. Comprende trenta pellicce, per un valore di oltre tre milioni di euro, cinquecento cappelli, centocinquanta borsette. Si dice che queste ultime servano anche a trasmettere messaggi in codice alla servitù. La persona che le sta accanto è noiosa? Sua Maestà posa la borsetta a terra. La regina si sente a disagio? Infila la borsetta al braccio.
Angela Kelly è stata l'unica a sapere perché sono stati commissionati per la cerimonia dei Giochi Olimpici, due vestiti da cocktail identici color pesca: 


















uno sarebbe stato indossato dalla stunt- sosia della monarca che si è paracadutata nello stadio di Statford insieme al finto James Bond. Ha rivelato questo e altri segreti in un libro da lei scritto, “Dressing the Queen- The Jubilee Wardarobe'', che ha avuto un discreto successo. 

FINE


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giovedì 13 novembre 2014




SOFIA LOREN VS JANE MANSFIELD


 Aprile 1957
Durante una cena al ristorante Romanoff, a Beverly Hills, in onore di Sofia Loren, comparve al tavolo, non invitata, la giovane attrice Jane Mansfield, con una scollatura a dir poco vertiginosa. In questa occasione fu scattata la sequenza di foto che rimase famosa.
 

Sofia Loren era famosissima, fra le altre cose anche per la sua bellezza e il suo busto turgido. Era sulla cresta dell'onda e stava girando un film dietro l'altro (quattro solo quell'anno, fra cui ''Il ragazzo sul delfino'' e ''Pane, amore e...'') ed era anche appena apparsa sul famoso calendario Pirelli.

  La carriera di Jane Mansfield invece stentava a decollare e l'attrice necessitava di molta pubblicità. Non era solo un bel corpo, ma pare che avesse un q. i. molto elevato (almeno così lei stessa teneva a precisare) ed era decisa ad affermarsi a qualunque costo. Non esitò dunque (probabilmente avvisata da un amico) a presentarsi al tavolo della Loren con un abito scollatissimo, senza reggiseno, e con i capezzoli che occhieggiavano ogni tanto, come si può apprezzare in alcune foto.




 Il suo intento era attirare gli sguardi di tutti, e ci riuscì, quello della Loren compreso. Sofia non si mostrò molto amichevole nei confronti di questa rivale che veniva a rubarle la scena in un'occasione in cui era lei a dover essere la protagonista.






 Le lanciò uno sguardo veramente assassino poi si girò verso il suo compagno Clifton Webb dicendogli qualcosa in italiano. Cosa, possiamo solo immaginarlo. 



Non che la Mansfield fosse per Sofia una rivale di qualche importanza nel mondo del cinema, ma era assai bella e giocava in casa (aveva una villa in stile spagnolo, come andava di moda allora, proprio a Beverly Hills). E fu proprio quell'anno che girò un paio dei suoi film migliori, di cui uno con Cary Grant (Kiss Them for me). Fu anche in quel periodo che cominciò ad attirare su di se molta pubblicità negativa, per questa tendenza a mostrare il seno in una serie di "incidenti" apparentemente fortuiti e in realtà attentamente studiati a uso dei fotografi e a scopo pubblicitario.




   









A titolo di cronaca aggiungiamo che Jane Mansfield ebbe 3 mariti, 5 figli, innumerevoli amanti, e morì 10 anni dopo queste foto, in un incidente stradale.

martedì 11 novembre 2014




AL CONTADINO NON FAR SAPERE...

Giovanna garzoni


INSALATA DI PERE E FORMAGGIO (O INSALATA DEL CONTADINO)

L'abbinamento di pere e formaggio è noto e apprezzato da sempre, lo conosceva anche Omero, e piaceva molto perfino a Luigi XIV. Inutile quindi sperare di non farlo sapere al contadino. 

In questa insalata un po' particolare, vi è un equilibrio perfetto fra i sapori: il dolce delle pere, il piccante-salato dei formaggi, l'amarognolo della rucola e l'agro del limone. Il che la rende squisita come antipasto, o servita prima del dolce.

 Per 4 persone:
 Sbucciate e tagliate a dadini quattro pere William (o altra qualità, ma dolce). 
Bagnatele di succo di limone.
 Tagliate a dadini 200gr di formaggio tra parmigiano e provolone piccante.
Mettete tutto in una insalatiera aggiungendo un mazzetto di rucola.
 Condite con olio, sale, pepe, basilico e menta. Eventualmente aggiustate di succo di limone.
Potete guarnire con noci o semi di zucca se volete un tocco di croccante.

Filippo Corveddu
Troverete qui altre ricette di piatti freddi adatti ad essere serviti come antipasto:

domenica 9 novembre 2014



 IL ''MOTIVO DEL SALICE''



 A cavallo tra gli anni '50 e '60 la spazzatura era ancora costituita quasi completamente da materiale organico. Non si usavano contenitori di plastica o polistirolo nè pellicole nè stagnola per conservare o confezionare i cibi. A Cagliari lo spazzino passava a ritirare l'immondezza  con un grande sacco verde di grossa tela, suonando a tutte le porte del palazzo e ammorbando le scale. A Villacidro invece, la spazzatura veniva buttata nell'angolo più lontano del giardino. Lì cresceva rigoglioso un alloro ed era proibito avvicinarsi. Il terreno era in leggera pendenza poichè nei decenni l'humus si era stratificato. A tutt'oggi tendo a confondere l'aroma dell'alloro fresco con l'idea della spazzatura. Infatti non ne uso. Per la cronaca, il vecchio alloro ancora sta lì, vivo e vegeto.
Gli unici rifiuti inorganici erano i cocci delle stoviglie che si rompevano. Per cui a noi bambini, durante le vacanze di settembre trascorse a Villacidro, capitava di trovare in giardino frammenti di vecchi piatti con disegni curiosi e aspetto antichissimo. Erano cocci di stoviglie del tempo dei nonni e bisnonni, e li conservavamo come tesori.


Molti erano piatti di ceramica inglese, comunissimi alla fine dell'800 e i primi decenni del '900, con il motivo detto ''del salice''.
Alcuni pezzi di questa serie sono sopravvissuti interi all'usura del tempo nelle vecchie credenze di Villacidro, e uno ho avuto la fortuna di averlo in regalo io.









E' un grande piatto da portata: sono quelli che si salvano più facilmente, essendo i meno usati.
Il motivo del salice (willow pattern) mi ha sempre affascinato perchè rappresenta un'antica leggenda cinese.












All'inizio dell'8oo nelle manifatture inglesi dello Staffordshire, si incominciò a produrre delle ceramiche in serie, con soggetti cinesi. Il disegno più comune fu appunto questo del salice, poi venduto, copiato e variato molte volte, finchè divenne popolarissimo. Nonostante le differenze fra i patterns, sono sempre presenti la pagoda, il salice, il fiume, il ponte con tre persone e la coppia di uccelli. Il colore blu è il più diffuso perchè inizialmente era il solo colore che resisteva senza alterarsi alle temperature di cottura della ceramica. Poi si usarono anche il rosa, il marrone, il seppia.




Questa è la vecchia leggenda cinese:

C'era una volta un mandarino che abitava in una grande pagoda insieme alla figlia, da lui destinata in sposa ad un vecchio ma ricco mercante. 



 La figlia però era innamorata del giovane e bellissimo segretario del padre; il quale, quando se ne accorse, lo licenziò.
Disperato, il giovane scrisse un estremo messaggio alla fanciulla, affidandolo al fiume che scorreva sotto la pagoda, nel guscio di una noce di cocco.

 

Con lo stesso stratagemma la fanciulla gli rispose di andarla a prendere quando fossero fioriti i peschi, alla vigilia delle aborrite nozze.
Infatti, nella confusione della festa, il giovane riuscì a rapire l'amata, che aveva con sè i gioielli di cui doveva adornarsi per le nozze.
Il mandarino, accortosi della fuga, furibondo si gettò subito all'inseguimento degli innamorati: nel disegno si vedono infatti tre figure che attraversano un ponte: il giovane, che porta una lanterna, e la fanciulla in fuga, e il mandarino che li insegue agitando una frusta.



I due innamorati riuscirono a rifugiarsi in una casa, dove però furono raggiunti dal mandarino che vi appiccò il fuoco.
Gli dei, impietositi, trasformarono i due giovani in tortore perchè potessero finalmente amarsi in pace.
  







Questo disegno è stato utilizzato anche per ceramiche e porcellane moderne. Questa tazza da the l'ho trovata in un mercatino per un paio di euro.











E' un motivo talmente conosciuto e popolare che ha finito per essere usato per mille cose. Qui sotto ne pubblico una carrellata.
Un vaso da notte:



Della ''toile de Jouy'' per arredare o anche per un abbigliamento molto originale:



















 Bigiotteria varia in ceramica o stoffa










Un vecchio tostapane e una cover per Iphone:








Una stanza da bagno simpatica:


 E infine una splendidissima torta di nozze:




FINE


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