martedì 8 luglio 2014




MONTMARTRE, SUZANNE VALADON E MAURICE UTRILLO

Veduta di Montmartre, di Maurice Utrillo
 Sulla butte di Montmartre, frequentata da artisti e delinquenti, viene ad abitare nella seconda metà dell'800 Marie Clémentine Valadon (in seguito ribatezzata Suzanne da Toulouse Lautrec, facendo riferimento ai vecchioni a cui più tardi prenderà ad accompagnarsi). Di padre ignoto vive insieme alla madre etilista, e passa la maggior parte del tempo nelle stradine fangose della Butte, in piena libertà.
A 9 anni va a lavorare, prima come sartina, poi cameriera, sguattera, fioraia, e infine come cavallerizza al circo Mollier. Questo finalmente è un lavoro che le piace, ma un giorno, durante un volteggio, cade. Il lavoro termina lì.


Una delle grandi opere di Puvis de Chavanne
 
A Montmarte Marie Clémentine è conosciuta da tutti, è simpatica, piace, si concede spensieratamente. Comincia a lavorare come modella per artisti sconosciuti, a cui concede immagine, corpo e amore. Diviene l'amante momentanea di tutti coloro che la ritraggono; non ha nè remore nè educazione. Incomincia a disegnare anche lei, e riesce a mostrare i suoi disegni a Puvis de Chavanne, pittore attempato e strapagato per le sue immense decorazioni di importanti edifici pubblici. Puvis se la prende come amante, la educa, la civilizza, la usa come modella e ignora i suoi disegni.



Opere di Auguste Renoir, per le quali Suzanne fece da modella
 
Terminata la relazione con Puvis, la ragazza passa al maestro successivo, Pierre Auguste Renoir. Più giovane del precedente, ma maturo, intorno ai 40 anni, essendo lei ancora sedicenne. Renoir la dipinge bella e luminosa.


La dipinge, se la porta a letto, e forse la ama anche un po'. Ma nemmeno lui bada ai disegni che lei continua a fare. Renoir però sta finalmente per sposarsi e lei viene congedata.

La piccola Valadon fa da modella a Modigliani, Steinlen e Edelfelt
 
Nel frattempo fa da modella e amante per molti altri. Tanto che, quando nel 1883 a 16 anni partorisce un bambino, non ha idea di chi sia figlio. Nel periodo precedente, oltre a Puvis e Renoir, ha frequentato Rodin, Zandomenghi, lo studente catalano Miguel Utrillo y Molins ecc. ecc. Il piccolo viene chiamato Maurice e resta senza cognome. Diventa parte integrante delle chiacchiere fra artisti discutere di chi sia figlio il piccolo Maurice. La faccenda viene risolta 8 anni dopo, quando cavallerescamente, l'eterno studente Miguel Utrillo dirà: ''Sarà per me un grande onore firmare l'opera di uno di questi grandi maestri''. Riconosce così ufficialmente il piccolo col suo cognome.


Il bambino è malato di epilessia. Così, mentre la mamma attraversa il suo periodo d'oro, la nonna alcolizzata tira fuori i suoi migliori sentimenti, bada al bambino, lo nutre, e gli fa bere vino rosso ogni volta che il nipotino minaccia una crisi. Col risultato che Maurice è alcolizzato prima ancora di iniziare a parlare. L'epilessia fa il resto.

Alcune opere di Toulouse-Lautrec che ritraggono Suzanne Valadon

 Intanto la giovane diviene l'amante e la modella di Toulouse-Lautrec (che la ribatezza Suzanne), nonchè di parecchi altri. In questi anni prende l'abitudine di chiuder fuori di casa lo stordito figlio, ogni volta che è in compagnia. Il piccolo conduce una vita infelice, preso in giro dai coetanei che lo vedono camminare barcollante e ubriaco, e che gli affibbiano vari soprannomi ingiuriosi.
Una serie di dipinti di Suzanne Valadon

 Il primo ad apprezzare le opere di Suzanne è Degas, che la incoraggia e la fa conoscere. Nel 1912 espone finalmente al Salon des Indépendants e comincia a farsi un nome.

Suzanne Valadon: ritratto a matita del figlio.

Maurice intanto, alcolizzato e infelice, entra ed esce da varie case di cura. Alla dimissione di uno dei vari ricoveri che subisce per disintossicarsi, un illuminato neurologo gli consiglia (come terapia per tenerlo occupato, distrarlo e sollevarlo dalla depressione) di dipingere. Suzanne si ricorda allora di essere mamma, e gli fa da maestra, severa e implacabile, finchè per Maurice la pittura diventa un irrinunciabile rifugio. Così Utrillo diventa il pittore straordinario che tutti conosciamo: dipingerà Monmartre e Parigi da cima a fondo.

Ritratto di Maurice Utrillo dipinto da Suzanne Valadon.


Questo non gli impedirà di ubriacarsi ancora ed esser preda di attacchi di furia violenta, durante i quali verrà sorretto e immobilizzato dagli amici Rousseau, Picasso, Modigliani e altri. Nei periodi peggiori arriverà a bere acqua di Colonia e persino la trementina dei colori ad olio.









Nel frattempo gli anni passano, Suzanne ha 50 anni, e arriva per lei il grande amore: un amico di suo figlio, 35 anni, corporatura atletica e velleità di diventare pittore: Andre Utter. Si sposano e vivono a Montmartre tutti e tre insieme, soprannominati La Trinité Maudite.











Andre non vale niente come pittore, ma è giovane e ha un bel corpo, Fa da modello per Suzanne (qui: Adamo ed Eva e Il lancio della rete) e le sedute finiscono, come sempre è stato, con l'amore.

Opere di Maurice Utrillo
 Maurice  ha incominciato intanto a dipingere.
Nessuno sa con precisione quanti quadri abbia dipinto, migliaia e migliaia, fra un ricovero e l'altro.

André gli fa da agente; i suoi quadri si incominciano a vendere per cifre enormi. Suzanne gli compra un trenino elettrico col quale Utrillo si distrae giocando nelle pause di lavoro.


La famiglia attraversa dunque un periodo di intenso lavoro e una certa serenità. 













Dipinti di Suzanne Valadon. In basso a sn l'intera famiglia, nonna compresa. A dx André con i suoi cani




 
Maurice Utrillo: Le Lapin Agile


Mentre Montmartre diviene sempre più di moda i dipinti di Maurice spuntano cifre sempre più elevate. Forse per questa ragione inaspettatamente si sposa. Lei è la vedova di un banchiere, più anziana di lui, che si appropria di tutto e incarica un professionista di fare da agente al marito. Lui non beve più; in compenso entra in una fase di follia mistica, prega in continuazione, ma non smette di dipingere, Si racconta che la moglie lo inciti a copiare dalle cartoline (non è in grado di uscire per copiare dal vero) delle vedute di Parigi nevicata, in modo da produrre più velocemente i dipinti, con tutto quel bianco.








 Suzanne, invecchiata, continua a dipingere. Ecco un autoritratto impietoso di quando ha 65anni

















Morirà davanti al cavalletto a 71 anni, nel 1938. Utrillo morirà nel 1955 alla stessa età. Chi invece sopravvivrà fino al 1965 sarà la sua furba vedova, conosciuta in tutta la Butte come L'Imperatrice di Montmartre.

lunedì 7 luglio 2014



MOLTIPLICAZIONE DI UN PETTO DI POLLO

Ho comprato un petto di pollo abbastanza grosso, con l'intenzione di farlo bastare per gli otto pelosi, per me e per mio marito.
L'ho cotto secondo il sistema della cucina cinese classica, che lo lascia morbido e succoso (anzichè asciutto come un petto di pollo): si mette in pentola, si copre d'acqua fredda, si aggiunge poco sale, e si porta a bollore. Allora si spegne il fuoco, e si lascia raffreddare lentamente, col coperchio.
Una volta freddo l'ho diviso a metà e ho tolto cartilagine e sterno. Una metà l'ho messa nel mixer insieme all'acqua di cottura e l'ho tritata fine, ma senza ridurla in poltiglia. Un terzo di questo trito l'ho servito subito agli otto pelosi, che avevano sentito l'odore e mostravano estrema impazienza. Un'altra parte del trito è finita in frigidè per domani; l'ultima parte l'ho messa in freezer per un'altra volta.
Con l'altra metà del petto ho preparato un'isalata di pollo per la nostra cena.
L'ho tagliata a cubetti, poi ho aggiunto: dadini di emmental, pomodorini a pezzetti, uova sode, cipolline sott'aceto, dadini di mela, trito di prezzemolo e basilico, olio, sale, pepe. Poi potete aggiungere i fondi di barattolo che riuscite a scovare in frigo: residui di giardiniera, capperi o
olive. Potete servirla con spicchi di limone. Io però l'ho servita con una ciotola di maionese (un'aggiunta superflua quanto golosa).
Siccome ho dimenticato di fotografarla, l'immagine è quella di una qualunque insalata del web.

domenica 6 luglio 2014






I pittori Preraffaelliti e la leggenda del re Cophetua

Un'antica leggenda medievale inglese narra la storia di un re africano, Cophetua. Egli non provava alcuna attrazione per le donne, ma un giorno, affacciandosi, vide una giovane mendicante, Penelophon, la quale soffriva per la mancanza di vesti con cui coprirsi. Cophetua se ne innamorò a prima vista e giurò che l'avrebbe sposata o si sarebbe tolto la vita. 
Per ritrovarla girò per le strade spargendo denaro a destra e a manca, onde attirare i mendicanti. Fu così che comparve anche Penelophon. Il re allora le si prostrò davanti e le domandò di divenire la sua sposa.
Lei accetto, divenne regina, e ben presto nessuno avrebbe potuto più indovinare le sue umili origini. Così vissero in felicità e molto amati dal popolo, sino alla morte, e furono sepolti nella stessa tomba.

Questa leggenda è sempre stata popolare nei paesi anglosassoni. Shakespeare la cita in diverse sue opere. Tennyson ne scrisse una sua versione, intitolata La Mendicante; e probabilmente proprio a quest'opera si ispirarono alcuni pittori preraffaelliti ( i quali amavano molto i temi medievali) nel raffigurare la leggenda nei loro dipinti. 


Questo è il dipinto ad olio di Edward Burne-Jones. E' il frutto di una lunghissima gestazione, con innumerevoli schizzi preparatori. Come modelli il pittore scelse se stesso e sua moglie Georgiana.
Fu esposto nella versione definitiva nel 1864 e suscitò grande entusiasmo da parte della critica.
La sua particolarità è che il re, pur essendo palesemente un re, è mostrato in un insolito atteggiamento di contemplazione del suo amore raggiunto, come se il tempo si fosse fermato.
L'opera si può oggi ammirare alla Tate Modern Gallery.



Nel 1898 fu esposto il dipinto di Edward Blair Leighton: qui l'atteggiamento del re è molto diverso. C'è infatti un'assoluta sottomissione alla giovane mendicante, ad indicare che è stata definitivamente scelta come l'amore della sua vita. L'ambientazione è più romantica, più comune, più preraffaellita, di quella invece rinascimentale di Burne-Jones. Tuttavia rappresenta un omaggio alla memoria di quest'ultimo, il quale era morto di recente.


Il disegno qui sopra, molto ''dinamico'' nel gesto del re, che si allaccia a Penelophon e contemporaneamente la incorona, è di Dante Gabriel Rossetti.


Qui sopra la raffigurazione dell'incontro tra Cophetua e la ritrovata mendicante, opera del pittore e illustratore John Byam Liston Shaw. Nato nell'India imperiale, si trasferì poi in Inghilterra dove prese contatto con la corrente dei Preraffaelliti, già affermata da tempo.


Infine Maurice William Greifferhagen, che fu un preraffaellita piuttosto tardivo, e partecipò alla ''coda'' del movimento artistico. Questa sua raffigurazione della leggenda del re Cophetua è molto romantica, e non particolarmente originale, ma mi piace molto.


Aggiungo qui sotto la traduzione della poesia di Tennyson, cui probabilmente si ispirarono i Preraffaelliti. Fu pubblicata nel 1842.

“La mendicante”
di Lord Alfred Tennyson                                                       

Le sue mani incrociò sul petto                                                         
Più bella di quanto verbo possa dire
Scalza giunse la mendicante
Di fronte re Cophetua.
Con mantello e corona il re fece un passo
Per incontrarla e salutarla sulla via;
“Non c’è da stupirsi”, dissero i nobili
“E’ più bella che il giorno”.
Come splende la luna in nuvolosi cieli
Ella nel suo povero aspetto fu veduta;
Uno lodò le sue caviglie, uno i suoi occhi,
Uno i suoi capelli scuri e portamento amorevole.
Un viso tanto dolce, una grazia tanto angelica
In tutte le terre mai vi eran stati.
Cophetua prestò un giuramento regale
“Questa mendicante sarà la mia regina!”.

sabato 5 luglio 2014



 LE CILIEGIE



Il dipinto qui sopra è di Giovanna Garzoni, un'artista vissuta nella prima metà del '600, molto apprezzata in tutta Italia, dove lavorò viaggiando in lungo e in largo.

Quest'anno le ciliege che ho comprato fin'ora erano veramente buone, dolci e croccanti, e ad un prezzo più ragionevole di quelle dell'anno scorso.
Sono talmente buone che è un peccato non mangiarle così; ma se si avessero a disposizione delle ciliege un po' sfigate, si possono utilizzare anche cotte
. Consiglio alcuni modi di cucinarle.


1) Maiale alle ciliege: rosolare in olio un'arista di maiale, con gli aromi preferiti, tipo aglio, rosmarino ecc., spruzzare con vino rosso, salare, pepare, portare a cottura col coperchio, aggiungendo acqua quando occorre, e rigirando il pezzo ogni tanto. 5 minuti prima di spegnere, unire due manciate di ciliege nel fondo di cottura e farle insaporire. Se il fondo di cottura si fosse troppo asciugato aggiungete un po' di vino.
Trovate qui una ricetta appena più elaborata e spiegata meglio.

2) Ciliege sott'aceto: ottime come contorno di carni fredde, paté, terrine, o carni grasse, come pancetta di maiale arrosto. Sono semplicissime: lavarle e farle asciugare. Metterle in barattolo spolverando di zucchero gli strati. Far bollire abbondante aceto con cannella e garofano, versarlo sopra le ciliege ancora bollente, chiudere bene il barattolo e conservarlo in frigo dopo che si è raffreddato.

3) Ciliege al Porto: far bollire il Porto zuccherato a piacere insieme ad una corteccia di cannella. Farlo consumare leggermente, poi mettervi le ciliege e proseguire la cottura per pochi minuti, Spegnere e lasciar raffreddare le ciliege dentro il vino. Si possono servire come dessert in coppa così come sono, o accompagnate da gelato alla crema (o ricotta, o mascarpone...)

4) Clafoutis di ciliege: questo è un tradizionale dolce provenzale facile e veloce (soprattutto se si usa il microonde), la cui ricetta troverete dappertutto. L'unica complicazione è il fatto che si debbano snocciolare le ciliege. Ma la versione più rustica e primitiva non lo prevedeva. Vi invito quindi ad ultilizzare meglio il vostro tempo e a fare il clafoutis lasciandoci i noccioli (e avvisandone gli ospiti!!).
Imburrare una teglia, farvi un ricco strato di ciliege, versarci sopra una pastella con queste proporzioni: 125gr. farina, 50gr. zucchero, 3 uova, vaniglia, 300ml. latte. In forno tradizionale per 40', finchè la pastella diventa soda e dorata.


FINE
Altre ricette con la frutta: Pesche sempre più dolci  Brunch veloce veloce
maiale alle ciliegie 

venerdì 4 luglio 2014




I NEMICI DEL SESSO



Moltissime sono le sostanze e le circostanze che influiscono sulle prestazioni sessuali e sulla libido. Parlando di situazioni frequenti, o di sostanze di facile reperibilità, ed escludendo l'argomento 'farmaci', purtroppo è più facile trovare nemici del sesso, piuttosto che amici. Posto che essendo vero il detto popolare che ''l'amore non vuole pensieri'', ne consegue con una certa ovvietà che tutto ciò che di piacevole, positivo o rasserenante ad una persona può capitare, aiuterà anche in campo sessuale. Questo può essere per esempio una generica situazione di benessere psicofisico, oppure l'essere innamorati, o il desiderio dimostrato dal partner, una vacanza, una bella ambientazione e tanto altro; ma il benessere nelle sue varie declinazioni, benchè aiuti il desiderio e faciliti, non garantisce tuttavia delle soddisfacenti prestazioni sessuali. 
Viceversa vi sono cose riconosciute ufficialmente come negative in rapporto al sesso.
Segue un breve elenco.


-Fumo: nuoce gravemente alla circolazione. E la circolazione interviene sull'eccitazione, sulla lubrificazione e sull'erezione. Il fumo dunque, oltre a diminuire la libido, causa disfunzioni erettili, difficoltà a raggiungere l'orgasmo, fino a vera e propria impotenza. E tutto questo a medio termine.










-Alcool: anche questo, come il fumo, alla lunga nuoce alla circolazione con i medesimi risultati. Nell'immediato invece, rende difficoltoso il raggiungimento dell'orgasmo, ritardando l'eiaculazione. Come mai ha goduto fama di essere un afrodisiaco? Perchè per chi soffre di eiaculazione precoce questo ritardo può essere un vantaggio.
 E' positivo anche per i timidi poichè diminuisce i blocchi emotivi, ma attenzione! un calo eccessivo dei freni inibitori può provocare al contrario l'eiaculazione precoce. 
Molto frequente anche l'effetto sonno.







  -Stanchezza, iperlavoro, mancanza di sonno, preoccupazioni: come ricordato più sopra, provocano un calo della libido.





-Eccesso di tecnologia: troppa tv, onnipresenza del telefonino, il computer portato a letto, distraggono e provocano il calo della libido.





-Eccesso di pornografia: la troppa disponibilità di porno attraverso l'uso del pc porta ad assuefazione progressiva.

 







-Farmaci antidepressivi, tranquillanti, antiulcera (cimetidina), betabloccanti.

-Oppio e tutti i derivati: provocano indifferenza, apatia e disinteresse per l'attività sessuale.


-Marijuana: mentre a dosaggi moderati può aumentare la libido e migliorare la percezione dell'orgasmo, a dosaggi elevati incide negativamente sul raggiungimento dell'orgasmo.



 
-Infine una cosa che agisce negativamente, anche se all'inizio può dare un senso di unione, è la mancanza di intimità dovuta ai figli, in particolare se accolti nel lettone.






FINE



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 Un post di costume che ci riguarda tutti, lo puoi leggere qui:
 Storia della pupù e della pipì



RISVEGLIO CON SORPRESA 1
Venerdi 4 luglio 2014, h 04,30: il mio polpaccio viene aggredito da un bestiale crampo, con annesso calcio in faccia a mio marito. Come mai il calcio in faccia? Perché d'estate, per aver più fresco io dormo con la testa dalla parte dei piedi, e mio marito giustamente si sente un po' esposto ad eventuali miei movimenti inconsulti. Comunque, crampo, calcio, risveglio improvviso di entrambi...lui inveisce contro di me, poi mi dà qualche buon consiglio e poco dopo si riaddormenta. Io invece resto molto indolenzita finchè alle 5 la sveglia mi costringe ad alzarmi. Zoppico verso il bagno, ma già sento che oltre al polpaccio c'è qualcos'altro che non va. Mi guardo intorno angosciata, e infatti nella vasca campeggia una cacca fresca fresca, firmata "Breus". Tra me e Breus c'è una lunga conoscenza, è stato adottato una dozzina d'anni fa, e conosco bene la sua cacca. Infatti sguscia via dal bagno strisciando rasoterra.
Ora io mi domando: può una giornata, iniziata tra zoppia, puzzette e sgrassatori scianteclèr,  invertire la tendenza e diventare luminosa ed eccitante come spero?




Vedi anche Risveglio con sorpresa 2












martedì 1 luglio 2014




RAPERONZOLO

E' una fiaba tradizionale raccolta e pubblicata dai fratelli Grimm nell'800.
Il tema della principessa prigioniera si fa risalire al mito di Danae, rinchiusa in una torre dal padre, liberata da Zeus, e da lui resa madre.
In Italia è nota una fiaba corrispondente, quella di Prezzemolina. Mamma me la raccontava spesso da bambina. Compare nella raccolta di fiabe di Giambattista Basile, ''Lo cunto de' li cunti'' (1600),
 col nome dialettale di Petrosinella.

La versione italiana è meno truce ed esplicita di quella tedesca: fra l'altro Raperonzolo e il principe non si incontrano quotidianamente nella torre convivendo more uxorio, nè vi è la nascita dei gemelli. Semplicemente si sposano alla fine della fiaba ''vivendo per sempre felici e contenti''.
Bruno Bettelheim, nel suo ''Il mondo incantato'' interpreta la fiaba in chiave edipica (come anche Biancaneve e Cenerentola): la figura della madre si sdoppia in buona e cattiva, proprio quando la ragazza diventa adolescente, ossia possibile rivale.
Nella versione dei fratelli Grimm è curioso notare come la gelosia della strega nei confronti di Raperonzolo abbia una connotazione omosessuale piuttosto palese.
Pubblico qui la fiaba, con le illustrazioni di Paul O. Zelinsky, uno dei più grandi artisti illustratori contemporanei.



C'era una volta un uomo e una donna che da molto tempo desideravano invano un bimbo. Finalmente la donna scoprì di essere in attesa.
Sul retro della loro casa c'era una finestrella dalla quale si poteva vedere nel giardino di una maga, pieno di fiori ed erbaggi di ogni specie. Nessuno, tuttavia, osava entrarvi. Un giorno la donna stava alla finestra e, guardando il giardino vide dei meravigliosi raperonzoli in un'aiuola. Subito ebbe voglia di mangiarne e, siccome sapeva di non poterli avere, divenne magra e smunta a tal punto che il marito se ne accorse e, spaventato, gliene domandò la ragione. "Ah! Morirò se non riesco a mangiare un po' di quei raperonzoli che crescono nel giardino dietro casa nostra." L'uomo, che amava la propria moglie, pensò fra sè: "Costi quel che costi, devi riuscire a portargliene qualcuno."





Così, una sera, scavalcò il muro, colse in tutta fretta una manciata di raperonzoli e li portò a sua moglie La donna si preparò subito un'insalata e la mangiò con avidità. Ma i raperonzoli le erano piaciuti a tal punto che il giorno dopo la sua voglia si triplicò.
L'uomo capì che non si sarebbe chetata, così penetrò ancora una volta nel giardino. Ma grande fu il suo spavento quando si vide davanti la maga che incominciò a rimproverarlo aspramente per aver osato entrare nel giardino a rubarne i frutti. Egli si scusò come potè‚ raccontando delle voglie di sua moglie e di come fosse pericoloso negarle qualcosa in quel periodo. Infine la maga disse: "Mi contento di quel che dici e ti permetto di portar via tutti i raperonzoli che desideri, ma a una condizione: mi darai il bambino che tua moglie metterà al mondo."
 









Impaurito, l'uomo accettò ogni cosa e quando sua moglie partorì, subito comparve la maga, diede il nome di Raperonzolo alla bimba e se la portò via.



Raperonzolo divenne la più bella bambina del mondo,
ma non appena compì dodici anni, la maga la rinchiuse in una torre alta alta che non aveva scala nè porta,
 ma solo una minuscola finestrella in alto. Quando la maga voleva salirvi, da sotto chiamava:







"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli
che per salir mi servirò di quelli."

Raperonzolo aveva infatti capelli lunghi e bellissimi, sottili come oro filato. Quando la maga chiamava, ella scioglieva le sue trecce, annodava i capelli in alto, al contrafforte della finestra, in modo che essi ricadessero per una lunghezza di venti braccia, e la maga ci si arrampicava.




Un giorno un giovane principe venne a trovarsi nel bosco ove era la torre, vide la bella Raperonzolo alla finestra e la udì cantare con voce così dolce che tosto se ne innamorò. Egli si disperava poiché la torre non aveva porta e nessuna scala era alta a sufficienza. Tuttavia ogni giorno si recava nel bosco, finché vide giungere la maga che così parlò:
"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli
che per salir mi servirò di quelli!" 
 Così egli capì grazie a quale scala si poteva penetrare nella torre. Si era bene impresso nella mente le parole che occorreva pronunciare, e il giorno seguente, all'imbrunire, andò alla torre e gridò:
"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli
che per salir mi servirò di quelli!"
Ed ecco, ella sciolse i capelli e non appena questi toccarono terra egli vi si aggrappò saldamente e fu sollevato in alto.


 
Raperonzolo da principio si spaventò, ma ben presto il giovane principe le piacque e insieme decisero che egli sarebbe venuto tutti i giorni a trovarla. Così vissero felici e contenti a lungo, volendosi bene come marito e moglie.


La maga non si accorse di nulla fino a quando, un giorno, Raperonzolo prese a dirle: "Ditemi, signora Gothel, come mai siete tanto più pesante da sollevare del giovane principe?" - "Ah, bimba sciagurata!" replicò la maga, "cosa mi tocca sentire!" Ella comprese di essere stata ingannata e andò su tutte le furie. Afferrò allora le belle trecce di Raperonzolo, le avvolse due o tre volte intorno alla mano sinistra, prese le forbici con la destra e "zic zac," le tagliò.












Indi portò Raperonzolo in un deserto ove ella fu costretta a vivere miseramente e, dopo un certo periodo di tempo, diede alla luce due gemelli, un maschio e una femmina.



La stessa sera del giorno in cui aveva scacciato Raperonzolo, la maga legò le trecce recise al contrafforte della finestra e quando il principe giunse e disse:
"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli
che per salir mi servirò di quelli!"
ella lasciò cadere a terra i capelli. Come fu sorpreso il principe quando trovò la maga al posto dell'amata Raperonzolo! "Sai una cosa?" disse la maga furibonda "per te, ribaldo, Raperonzolo è perduta per sempre!" Il principe, disperato, si gettò giù dalla torre: ebbe salva la vita, ma perse la vista da entrambi gli occhi.










 Triste errò per i boschi nutrendosi solo di erbe e radici e non facendo altro che piangere. Alcuni anni più tardi, capitò nello stesso deserto in cui Raperonzolo viveva fra gli stenti con i suoi bambini.
La sua voce gli parve nota, e nello stesso istante anch'ella lo riconobbe e gli saltò al collo. Due lacrime di lei gli inumidirono gli occhi; essi si illuminarono nuovamente, ed egli potè vederci come prima.










FINE