lunedì 7 agosto 2017

DIVULGAZIONE



GLI ALBORI DELLA MEDICINA SOCIALE




Nel 1700 il medico e scienziato Bernardino Ramazzini scrisse un trattato di medicina del lavoro: per la prima volta, ci si occupava delle malattie rpofessionali studiando insieme l'ambiente di lavoro, le tecniche utilizzate dagli operai, le sostanze manipolate, la postura, gli eventuali rimedi e persino la prevenzione. Fu per l'epoca molto innovativo.



L'idea gli era venuta un giorno che aveva  chiamato un operaio per vuotare il pozzo nero di casa. L'uomo lavorava con affanno e molto velocemente, tanto che il Ramazzini gliene domandò la ragione. L'operaio gli rispose che cercava di limitare al minimo l'esposizione ai miasmi della latrina che gli provocavano dolorose irritazioni agli occhi. Infatti nelle sue ricerche il Ramazzini scoprì in seguito che nei lavoratori che avevano svolto questo mestiere sopraggiungeva semicecità o cecità, e che finivano in gran parte a chiedere l'elemosina per le strade.
Per il suo trattato prese a fare ricerche ''sul campo'', visitando fabbriche e botteghe, in maniera da rendersi conto di persona delle condizioni dei lavoratori. Questo atteggiamento fu estremamente innovativo poichè nel '700 ancora non si dava, in medicina, la dovuta importanza all'osservazione, quanto piuttoto ci si affidava a sistemi quasi esclusivamente concettuali.
Nel suo testo il Ramazzini talvolta tenta di indicare mutamenti di postura o strumenti di protezione come rimedi e prevenzione. Bisogna tuttavia considerare che la sua è ovviamente ancora la medicina settecentesca, basata sulla teoria degli ''umori'': bile gialla, bile nera, sangue e flegma, la cui produzione eccessiva dà rispettivamente origine al temperamento collerico, melanconico, sanguigno e flemmatico, illustrati in sequenza qui sotto. All'epoca era ovviamente sconosciuta del tutto la microbiologia.


 Prestò particolare attenzione ai lavoratori dei metalli (minatori, doratori, stagnai, vetrai) e puntualmente descrisse quadri di intossicazione da mercurio e da piombo.
Per quanto riguarda i vetrai scrisse: ''Sono del parere che quella massa di vetro fuso che ondeggia nelle fornaci sia innocua (...) I danni di cui sono afflitti questi lavoratori derivano tutti dalla violenza del fuoco o dalla tossicità di alcuni minerali impiegati per la colorazione del vetro.''
Oggi ai vetrai viene riconosciuta l'esposizione alle polveri di silicio, di arsenico, ai vapori di piombo (saturnismo), all'eccessivo calore (collasso, cataratta), all'uso promiscuo di cannule per soffiatura a bocca (lue, epatite ecc.).

Specchiatore

Per i fabbri: ''I fabbri si ammalano di cisposità agli occhi, non tanto per la violenza del fuoco, che debbono continuamente fissare, quanto per i vapori di zolfo emessi dal ferro rovente che colpiscono e irritano l'occhio provocando la secrezione delle ghiandole e la cisposità delle congiuntive. Poichè il ferro contiene una grande quantità di zolfo, non deve sorprendere che, una volta riscaldato, dal ferro stesso, come anche dal carbone, si sprigionino piccole particelle che, come punte acutissome, colpiscono gli occhi provocando cispa e congiuntiviti.''
Al giorno d'oggi fra le malattie professionali del fabbro sono anche i tumori da esposizione all'amianto.


Ramazzini parlò diffusamente di tutti quei lavoratori esposti alle polveri minerali o vegetali, ossia chi lavora con gesso e calce, scalpellini, cardatori, mugnai, consigliando ambienti ampi e areati, e di rivolgersi sempre spalle al vento, di lavarsi spesso viso e bocca con acqua e aceto e infine, di abbandonare il mestiere alle prime avvisaglie di malattia polmonare.
Nell'illustrazione a fianco, un cernitore di grano.













 Inseriva in questa categoria anche i cenciaioli che, a quel tempo, a Modena dove lui viveva, erano tutti ebrei.


 Essi vendevano panni e stracci usati (e sporchi) e respiravano i cascami di stoffa, oltrechè assorbirne la sporcizia. A questo proposito dichiarò, contro i pregiudizi del tempo: “Il popolo degli ebrei, simile al quale non se ne riconosce un altro tra gli uomini in quanto non ha sede da nessuna parte eppure è ovunque, è ozioso ed operoso insieme, non ara, non erpica, non semina, tuttavia miete; questo popolo dunque, non per un motivo di razza, come si crede comunemente, e neppure per le sue particolari abitudini, quanto per i tipi di lavoro svolti è afflitto anch'esso da diverse malattie. È un errore pensare che il puzzo che gli ebrei emanano sia innato o naturale; infatti, quella stessa puzza l'hanno quelli del popolo minuto, i quali vivono in abitazioni anguste e con possibilità economiche assai ristrette; quando abitavano a Gerusalemme dove c'era abbondanza di profumi, gli ebrei erano sicuramente puliti e ben profumati.”

In un altro capitolo sono inseriti tutti i lavoratori esposti ad agenti chimici nocivi come gas e vapori. Vi sono i salinieri, i saponificatori, i tintori, i conciatori, i becchini (''che sotterrano i morti insieme agli errori dei medici'').




''I becchini, dovendo scendere in quelle buche infette, piene di cadaveri in putrefazione, per riporvi i nuovi cadaveri, sono colpiti da gravi malattie, febbri maligne, morte improvvisa, cachessia, idropsia, catarri soffocanti, ed altro. Hanno sempre un aspetto cadaverico e livido...''
Fanno parte del medesimo gruppo anche i vuotatori di fogne (come già detto, destinati alla cecità): ''Non mi sorprende che esalazioni così putride possano risultare dannose per le delicatissime strutture dell'occhio''. Si consiglia l'uso di un ''preservativo'' tipo maschera, infarcita possibilmente d'aglio per bloccare il cattivo odore che causa nausea e debolezza.




Anche gli speziali sono esposti alle sostanze nocive: ''Questi Operarij che prestano rimedij per l'altrui Sanità, se non hanno in tempo alcuno contratta malattia, confesseranno di essere stati gravemente più di una volta mal conzij per far certe preparazioni''.


Infatti nel manipolare, pestare al mortaio e macinare finemente le più varie sostanze si contaminavano attraverso la pelle e le mucose. I malesseri più immediati erano quelli dovuti alle numerose preparazioni a base d'oppio. 

Per i lavoratori del tabacco rileva: ''E' un'invenzione di questo secolo (almeno in Italia), o meglio un vizio, questa polvere di erba di Nicot; il suo uso è talmente diffuso tra le donne, gli uomini e perfino i fanciulli, che l'acquisto di quella polvere fa parte della spesa quotidiana della famiglia.

Proprio i lavoratori che manipolano il tabacco sanno bene quali danni esso provochi allo stomaco e alla testa. Fra le merci che ci arrivano, soprattutto da Livorno, vi sono delle specie di focacce composte dalle foglie della pianta suddetta, arrotolate come una corda, che gli operai snodano, aprono e mettono sotto una macina per ridurle in polvere. (...) Prima di riuscire ad assuefarsi, sono colpiti da forte mal di capo, da vertigini, nausea e da starnuti continui.''
Stiamo parlando evidentemente di tabacco da fiuto.
Una parte dell'opera del Ramazzini riguarda i lavori che costringono a particolari posture non fisiologiche, con effetti alla lunga deformanti, per esempio il lavoro del sarto o del calzolaio. Qui l'autore, diversamente che altrove, dimostra scarsa empatia per le deformazioni della colonna vertebrale di questi poveretti.   “viene da ridere nel vedere sarti e calzolai, durante le loro feste solenni, quando vanno per la città a coppia in processione, oppure quando accompagnano qualche loro morto alla sepoltura; è buffo vedere uno spettacolo di gobbi, di curvi, di zoppi che si piegano ora da una parte ora dall’altra, come se fossero stati scelti tutti uguali per una recita”.
Chiaramente oggidì non si riscontrano più tali deformazioni, anzittutto perchè sono ben noti i danni da cattiva postura, poi perchè è maggiormente diffuso l'uso degli occhiali da vista e non occorre più chinarsi tanto sul lavoro. Sono assai più frequenti le tendinopatie.

Stranamente nel capitolo riguardante le lavandaie, invece che far cenno ai problemi posturali quali la borsite prerotulea (chiamata a tutt'oggi con l'eponimo ''ginocchio della lavandaia'') o la tenosinovite al polso, il Ramazzini parla soprattutto del problema di dover stare in luoghi freddi e umidi, con le mani e i piedi bagnati, cosa che le rende cachettiche, idropiche, e rende irregolari le mestruazioni, cosa dalla quale deriva un'infinità di malattie. E poichè la medicina deve essere grata a questa categoria che favorisce una cosa fondamentale quale è l'igiene, quando stanno male le lavandaie necessitano di forti e abbondanti purganti, onde ripristinare il loro naturale colorito (!).
Per quanto riguarda i contadini, con una certa ampiezza di vedute, identifica la causa delle loro malattie con la miseria. Cita Virgilio: ''Felici gli agricoltori, se solo sapessero quanto sono fortunati'', ma aggiunge:''Sono parole che si possono riferire ai contadini di una volta, che lavoravano le terre paterne con i propri buoi; non risultano vere per i contadini di oggi, i quali con sforzi sovrumani e in condizioni di estrema indigenza, devono faticare su terre altrui. Le malattie di cui si ammalano di più (...) sono le pleuriti, le polmoniti, l'asma, le coliche, le eresipele, le malattie degli occhi, le angine, i dolori, le carie dentarie. Queste malattie riconoscono fondamentalmente due cause: l'aria e la cattiva alimentazione.
La modernità del Ramezzini ci appare evidente quando conclude ricordando che alle classiche domande al paziente, raccomandate da Ippocrate (di cosa soffre, per quale motivo, da quanti giorni, se va di corpo e cosa mangia) si deve aggiungere ''che lavoro fa?'', soprattutto se l'ammalato appartiene alla classe del popolo. Parrebbe cosa ovvia, ma nel '700 non lo era affatto.

FINE

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