martedì 19 settembre 2017

FIABE



I BAMBINI NEL BOSCO
(THE BABES IN THE WOOD)

Illustrazioni di Randolph Caldecott
Non si tratta propriamente di una fiaba, ma di una antica ballata inglese che, soprattutto nell'ottocento, godette di una grande popolarità, influenzando enormemente il Romanticismo inglese. Anche Emily Dickinson scrisse una poesia ispirata a questo antico racconto, e innumerevoli furono i lavori teatrali, le pantomime e le canzoni che ne derivarono, spesso mitigandone il tragico finale.
La trama è molto semplice (il testo integrale lo trovate qui): 


Due genitori morenti affidano i figli, un bambino e una bambina, ad uno zio affinchè si prenda cura di loro.
































 Ma lo zio crudele, volendo approfittare dell'eredità, dopo la morte dei genitori consegna i bambini a due malfattori affinchè li portino nel bosco e li uccidano.



 









 Una volta nel bosco, uno dei due uomini viene preso dagli scrupoli e finisce per essere ucciso dall'altro, il quale tuttavia non porta a termine il compito limitandosi ad abbandonare i bambini. 
















Questi finiranno per morire di inedia, e un pettirosso li coprirà pietosamente di foglie. 














La triste ballata sembra risalire al 1500, e anticamente veniva talvolta chiamata ''La tragedia italiana''. Si pensa che tutto sia nato da un fatto di cronaca realmente avvenuto, un infanticidio nel bosco, molto plausibile in un'epoca buia di fame e miseria.
Vi ritroviamo molti dei topos più frequenti nelle tradizionali fiabe europee.

Ole-Sigurd Walla
 Anzittutto c'è il Bosco, che condensa quanto di più rischioso si possa immaginare: lupi, banditi, streghe e ogni genere di ostacoli, Spesso l'attraversamento del bosco rappresenta nelle fiabe un viaggio iniziatico, l'ingresso nell'età adulta, il superamento dei problemi, la crescita. Altre volte è semplicemente esiziale, come in Cappuccetto Rosso o nel caso di questa ballata.
Worwick Goble: Ninnillo e Nennella
Carl Offterdinger: Hanse e Gretel
I fratellini perduti nel bosco li ritroviamo anche in fiabe come Ninnillo e Nennella (Lo cunto de li cunti, o Pentamerone, di Giambattista Basile), Pollicino (Perrault), Fratellino e sorellina e Hansel e Gretel (Grimm) ecc., dove torna sempre il concetto dell'abbandono, più o meno volontario, da parte degli adulti.
 















 
Charles Santore



Anche il compito dell'uccisione dei bimbi, affidata a terzi e non portata a termine, ci è familiare: basti pensare a Biancaneve portata nel bosco dal guardiacaccia della regina matrigna.



















Il seppellimento da parte del pettirosso ricorda inevitabilmente l'antichissima ballata inglese Cock Robin and Jenny Wren, in cui si narra del corteggiamento e del matrimonio fra un pettirosso (robin) e uno scricciolo (wren), con una lunga descrizione del banchetto che però viene funestato dall'uccisione di Cock Robin (per errore, da parte del passero, nel tentativo di difenderlo dall'incursione del cuculo). 



Tutti gli uccelli si prestano a collaborare ai suoi funerali e al seppellimento, ed è questa la parte più conosciuta della ballata, che compare nelle raccolte di filastrocche per bambini inglesi (su Wikipedia trovate testo originale e traduzione). 
In questo caso c'è una sorta di trasferimento dell'azione tra seppellitore e seppellito: nella nostra ballata è proprio il pettirosso che si prende cura dei bimbi morti, coprendoli.












 
John Anster Fitzgerald, pittore vittoriano delle fate: La morte di Cock Robin


Sono nate nel tempo diverse varianti della ballata dei bimbi nel bosco, soprattutto tese ad alleggerire il finale tragico. In alcuni casi i bimbi non muoiono e il pettirosso li copre di foglie per ripararli dal freddo. In altri casi compare una strega, e la storia tende a sovrapporsi a quella di Hansel e Gretel. E in alcune curiose versioni, compare il mitico Robin Hood a recuperare i bambini addormentati e a salvarli, presumibilmente per una metonimia del nome 'robin'.

 

Thomas Crawfotd (1813?–1857) Metropolitan Museum of Art

  Ma la commistione più pasticciata è quella ad opera di Walt Disney in una delle sue Silly Symphony: i due fratellini, inopportunamente vestiti da olandesini, percorrono la cupa foresta piena di orrori, poi incontrano degli allegri nanetti, infine una strega che li rapisce a cavallo di una scopa e li porta nella casetta di marzapane...non voglio rovinarvi la suspense, trovate tutto su You tube.



FINE

Trovate altri post connessi con l'argomento qui:


venerdì 15 settembre 2017


COSTUME




PIANO CON L'INGLESE!



Menu di un pranzo in casa Savoia (con qualche errore)

Fino a metà degli anni '50 del secolo scorso, il francese era la lingua di moda. Se una lingua dovevi studiare, era quella; se parole straniere si intercalavano alle nostre, erano francesi, se si incontrava una parola straniera e sconosciuta, si pronunciava alla francese. Del resto era la lingua parlata a corte, quasi la nostra seconda lingua. L'inglese? Un idioma burino, senza bellezza e senza grazia.
Ludwik Lejzer Zamenhof (1859-1917) inventore dell'esperanto
Eppure cominciava a venirci il sospetto che proprio l'inglese sarebbe diventato la lingua del domani, una sorta di linguaggio universale per capirsi tra persone di diverse nazionalità. Anzi, la diffusione progressiva di questa lingua condannò l'infelice invenzione dell'esperanto ad un inevitabile e immediato oblio.












Non è la madrelingua più parlata al mondo, ma è senz'altro la più facile: poca grammatica, poche forme verbali, niente declinazioni. Unico problema: la pronuncia, in gran parte di fantasia, frequentemente estranea alla grafia, spesso variabile da persona a persona. Comunque una lingua dilagata al di là d'ogni frontiera, tanto da imbastardire le altre lingue con la sua invadenza. Secondo alcune teorie, si pensa che la causa di questo fenomeno sia da ricercare nel carattere degli stessi inglesi, talmente pieni di sè da rifiutarsi di imparare altre lingue che non siano la loro, e da diffonderla con insistenza ovunque.
Sta di fatto che al giorno d'oggi il francese è decisamente demodé, e tutte le parole straniere facenti parte della nostra lingua hanno cambiato suono: si devono leggere all'inglese, se si vuole sembrare all'avanguardia anzichè persone stantie.
 Per prima cosa tutti fanno arretrare automaticamente l'accento delle parole verso la prima sillaba, storpiando le parole francesi, notoriamente sempre accentate sull'ultima. Io che sono amante del francese, trovo per esempio estremamente irritante che gli amici storpino i nomi dei miei gatti (francesi, ça va sans dire): il mio gattone da 20kg, Obelix, viene chiamato oscenamente Òbelix invece che Obelìx; la gattina Isabelle (dal titolo di una canzone di Aznavour) è diventata Ìsabel. Perchè?
Da poco, in un caffè di gran moda ho chiesto un macaron (pronunciandolo ovviamente alla francese). La spocchiosa cameriera ha ripetuto: "Un màcaron?" Mi sono impuntata anch'io, e ho ripetuto indispettita:"Sì, un macaròn!". 





Màcaron è brutto almeno quanto i "profìterol" di Antonella Clerici accentati sulla i al posto dei profiteroles (pr. "profiteròl").

Quando andavo al lavoro gli informatori scientifici, detti anche rappresentanti di medicinali, arrivavano tutti fighi, eleganti e con l'aria professorale, infilando quante più parole di inglese potevano (e fin qui va bene, non sono una purista dell'italiano), ma anche parlando di "dèpliant" e "rèclam" anzichè "depliàn" e "reclàam" (per semplificare ho scritto direttamente la pronuncia).
Ai bambini non si dà più il "biberòn", ma l'orrido "bìberon"; persino il francese bon-bon che a casa si familiarizzava per i bambini in bobò, adesso si chiama bòbo.
Cito infine il complicato caso del tessuto 'gabardine'. In francese si pronuncia "gabardìn". Qualcuno che credeva di saper parlare bene il francese ma, evidentemente, non sapeva come la parola fosse scritta, decise che si doveva pronunciare "gabardèn", e questo fu il primo errore. Poi arrivò l'anglofilo che ovviamente fece arretrare l'accento, e tutti presero a chiamarlo "gàbarden". C'è solo da ringraziare che sia un tessuto costoso e quindi non frequentissimo, perchè sentirlo chiamare così mi fa venire l'orticaria.

A parte questo triste tramonto del francese, si anglicizza pure la pronuncia del latino: junior adesso si pronuncia "giunior", plus si pronuncia "plas", summit è diventato "sammit", e soprattutto i media sono diventati "midia".



Poi, per essere più realisti del re, due parole inglesi presenti da sempre nell'italiano, cracker e flash (che si pronunciano più o meno come sono scritte) sono per tutti "kreker" e "flesh".
Ora, mi rendo conto che è fin troppo facile sbagliare la pronuncia delle parole di una lingua non nostra, ma modificarle per seguire una moda o per sembrare più fighi la trovo una vera mancanza di rispetto. Rendere sdrucciole tutte le parole fa evidentemente sentire la gente come se tornasse ora ora da un importante master negli Stati Uniti, o qualcosa di simile. Fatevene una ragione: l'inglese forse è la lingua del domani, e purtuttavia non tutte le parole ne fanno parte!


FINE

Post scriptum: Da poco ho nominato una marca di abbigliamento sportivo davanti a mio nipote (Nike), e l'ho pronunciata così come è scritta. E' seguita una risata: 'Zia, guarda che si pronuncia "naik"!'  Gli ho dovuto rispondere "Sei ignorante! E' una parola greca" "Ma è una marca americana!" "No, è una parola greca, usata proprio come parola greca, per il suo significato in greco! Vuol dire 'vittoria', è per questo che dà il nome alla marca di abbigliamento sportivo!"

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mercoledì 6 settembre 2017

ARTE


CITAZIONI PITTORICHE AL CINEMA
Morte a Venezia
(quarta parte)

Nel 1971 Luchino Visconti firmò la regia di Morte a Venezia, film drammatico tratto dall'omonimo romanzo breve di Thomas Mann. Un grande successo e un bel film, che si svolge in una Venezia di fine estate, decadente e sontuosa, ammorbata da una serpeggiante epidemia di colera, tenuta peraltro ben nascosta ai turisti.

Claude Monet












 Appare palese come la cura delle scene e delle inquadrature maniacalmente studiate dal perfezionista ed esteta Luchino Visconti, siano ispirate alla sua amatissima pittura impressionista.











 
Claude Monet









L'atmosfera dell'intero film è assolutamente crepuscolare, complici la stagione ormai alla fine, l'umidità che regna sulla città soffocata dallo scirocco, i dialoghi ridotti al minimo e l'eterno conflitto fra bellezza, eros e morte.  









C. Monet

Georges Lemmen
C. Monet



La madre (Silvana Mangano)
















C. Monet




















Il bellissimo Tadzio (Björn Andrésen)






 E' la storia di un  musicista di mezza età, in vacanza a Venezia, avviato verso un tramonto fisico e morale, che rimane affascinato dalla bellezza efebica di un quattordicenne di nobile famiglia polacca, anch'egli in vacanza con la madre.
.













Pierre-Auguste Renoir
 
Il musicista (Dirk Bogarde) alla finestra dell'hotel


Fascinazione che sfocia in effetti in un amore nutrito solo di sguardi e pensieri, e tuttavia vera e propria pederastia


 
Gustave Caillebotte

E. Manet


C. Monet





 
Henri Gervex

 
P. A. Renoir

 Pur avvertendone la vergogna e il ridicolo, quest'amore porterà il musicista in declino al disperato desiderio di un ritorno alla giovinezza, e alla decisione di trattenersi nella città impestata pur di prolungare al vicinanza col ragazzo.




Henri Gervex

Flashback con la prostituta (una giovanissima Carole André)

P. A. Renoir


 
Georges Lemmen




















C. Monet
Giungerà infine la morte per colera (complice una fragola non lavata) in una scena rimasta famosissima: col sudore si scioglie il trucco col quale il musicista aveva inutilmente tentato di parere più giovane agli occhi di Tadzio.



La trama era di difficile realizzazione attraverso un mezzo quale è il cinema, fatto di immagini e non di scrittura, tuttavia Visconti ci è riuscito brillantemente. Il suo grande senso artistico ha dato a tutta la scenografia un'immagine sfumata di dramma, ossessione, incantesimo malato, in una Venezia bella e avvelenata insieme, come bello e velenoso ci appare Tadzio, vero angelo della morte. 
In quest'opera che è anche pittorica Visconti ha potuto avvalersi della fotografia di Pasquale De Santis e dei costumi di Piero Tosi.


G. Boldini

 Concludo, dopo tanta bellezza, con un commento pessimo, che non ha niente a che fare col resto del post, ma che ci riporta brutalmente alla realtà.
Chi l'avrebbe mai detto che il bellissimo Tadzio da così sarebbe diventato così?



Björn Andrésen

















 FINE

Sempre sulle citazioni pittoriche nel cinema
qui trovate la prima parte
qui trovate la seconda parte
qui trovate la terza parte