domenica 11 ottobre 2015

CRONACA


EVEREST: MITO,CIMITERO E DISCARICA


Il monte Everest (Madre dell'Universo, in tibetano, Dea del cielo in nepalese),la vetta più alta del pianeta (8848m), è situato fra Tibet, Cina e Nepal. La sua forma ricorda una piramide, e non presenta eccessive difficoltà tecniche nella scalata, salvo la sua altezza.
Dice Simone Moro, famoso alpinista,: '' La scalata avviene a ritmi lenti, 50/80 metri di scalata in un'ora, si va lentamente sulla vetta, e se arriva brutto tempo lentamente si torna indietro. Oltre gli 8.000 metri l'ossigeno è quasi assente, le capacità fisiche sono annullate, il corpo umano non vive ma sopravvive. Arrivati in cima si prova un senso di piccolezza e non di onnipotenza, si vede la rotondità del globo,e fin quando il tempo è sereno è tutto gioioso,ma lassù il tempo cambia velocemente, e l'arrivo di una bufera può essere fatale. La vera "vetta" però non è la cima, ma il campo base, perché in cima sei solo a metà "strada", poi devi farti la discesa, il campo base è la finish-line".
Di fatto già a partire dai 2.500 metri di altitudine si può essere soggetti al cosiddetto mal di montagna: la bassa pressione atmosferica riduce i livelli di ossigeno nel sangue, e tutta una serie di sintomi cominciano ad apparire: cefalea, vertigini, stordimento, insonnia, vomito, ecc. Poi, oltre gli 8000 m si entra nella cosidetta Death Zone: non c’è abbastanza ossigeno per respirare. Il ritmo passa dai tipici 20-30 respiri al minuto agli 80-90, ed è talmente faticoso che si possono perdere i sensi anche soltanto cercando di tirare il fiato. Praticamente tutti gli scalatori fanno uso di bombole d’ossigeno nella Death Zone. Più si sale, più aumenta il rischio di edema polmonare o cerebrale da alta quota, vale a dire un accumulo di liquidi nei tessuti dei polmoni o del cervello, che può rivelarsi fatale. Dormire è difficile, digerire del cibo praticamente impossibile. Possono sopravvenire cecità da neve, disidratazione, disorientamento ed estremo affaticamento. A questi rischi si aggiungono gli imprevisti meteorologici: i venti avversi, le tormente, il pericolo di slavine. Le temperature rigide ghiacciano qualsiasi porzione di pelle esposta all’aria, può sopravvenire il congelamento, la formazione di bolle e in seguito la gangrena. 


Molti sono gli scalatori che hanno perso le dita delle mani o dei piedi, ma anche interi arti.




 





I primi tentativi di raggiungere la vetta iniziarono negli anni '20 del secolo scorso, ma questa fu raggiunta ufficialmente solo nel 1953 da Edmund Hillary con lo sherpa Tenzing Norgay.




 Nel corso degli anni circa 250 persone sono morte nel tentativo di riuscire nell'impresa, chi travolto da una valanga, chi schiacciato dalla caduta di blocchi di ghiaccio, altri caduti nei crepacci, altri morti per assideramento, malori, sfinimento, ferite da caduta, decisioni sbagliate dovute a stress e debolezza. E sono tutti eventi che possono capitare anche al più esperto degli scalatori.



Il 18 aprile 2014 avvenne la più grande tragedia sull'Everest: Una valanga a 5.800 metri provocò la morte di 16 sherpa mentre fissavano delle corde lungo l'itinerario. Nel 2014 morirono in totale 17 persone sull'Everest, è il singolo anno in cui sono morte più persone nella storia alpinistica dell'Everest. Un altro anno particolarmente funesto fu il 1996: 8 persone morirono assiderate dopo esser state investite da una bufera durante una spedizione mal organizzata e con problemi di incomprensione fra le guide. Sempre quell'anno  i coniugi americani Francys e Sergei Arsentiev raggiunsero la vetta stremati, e poi di notte cominciarono la discesa senza esserne più in grado. Esausti e confusi si separarono senza nemmeno accorgersene. Lui arrivò alla tenda ad 8.200 metri la mattina dopo, e solo lì si accorse che la moglie non c’era. Lei era 400 metri più su, viva ma confusa, incapace di muoversi e con gravi congelamenti.

  Il marito esausto tornò comunque indietro riuscendo a raggiungerla. Passò la notte accanto alla moglie ma la mattina era sparito, caduto nell'abisso sull'orlo del quale si trovavano. Francys fu trovata da due scalatori sudafricani. Era ancora viva, ma semicongelata. Non riuscirono a spostarla e morì poco dopo. Il suo corpo rimase lì vicino alla strada principale per raggiungere la vetta, finchè 9 anni dopo una spedizione non lo trascinò dietro una sporgenza per nasconderlo alla vista degli escursionisti.





In genere a causa delle difficoltà e dei pericoli nel trasportare a valle i corpi, molti di coloro che sono morti sulla montagna rimangono lì. Talvolta anzi, qualcuno è morto durante le spedizioni per il recupero dei cadaveri.



Anche questo 2015 verrà ricordato come uno degli anni peggiori: il terremoto che ha seminato morte e distruzione in Nepal ha ucciso almeno 22 persone al Campo Base.






 
 Le dure condizioni della Death Zone spesso impediscono di soccorrere gli alpinisti in difficoltà, perché aiutare qualcuno che è in pericolo significa mettere a rischio anche la propria vita: quindi, chi si ferma è perduto.


Scendere, rinunciare alla vetta e provare a salvare una vita, oppure continuare a salire come se nulla fosse? Per Mark Inglis e l' altra quarantina di alpinisti che si trovavano a 300 metri dalla cima dell' Everest la domanda nel 2006 ebbe solo una risposta. Nessuno si è fermò a prestare soccorso a David Sharp, un 34enne di Edimburgo che dopo essere già arrivato in cima aveva esaurito le bombole dell' ossigeno sulla via di discesa e si era accasciato esausto nella neve. Si trovava abbondantemente al di sopra degli 8.000 metri del Campo Quattro presso il Colle Sud, quindi nella Death Zone, dove il cervello si obnubila. Mark Inglis (famoso perchè quel giorno scalò la cima con due protesi al posto delle gambe) spiegò poi: ''Ho dato ordine a un mio sherpa che gli lasciasse la sua bombola dell' ossigeno. Di più non potevamo fare. Aiutandolo avremmo rischiato di morire anche noi''.  In realtà accanto al povero David Sharp passarono in tanti, di nazionalità e spedizioni diverse. qualcuno udì i flebili lamenti ma nessuno si fermò ad aiutarlo. La sua agonia durò diverse ore. L'indomani mattina era ancora vivo, semicongelato e non più in grado di parlare. Fu spostato al sole ma non servì a niente. Oggi il suo corpo (qui sotto) serve da punto di orientamento. 





 Sir Edmund Hillary, il primo conquistatore dell'Everest, rilasciò dure dichiarazioni riguardo a questa triste vicenda: ''Noi non avremmo mai lasciato morire nessuno sulla parete. Nella nostra spedizione era chiaro che per un caso del genere saremmo tornati indietro. È una questione di priorità''. 




Essendo ormai la montagna disseminata di cadaveri, anche altri corpi vengono utilizzati come punti di riferimento. “Green Boots” (scarponi verdi, qui a fianco) è il soprannome dato a uno scalatore indiano morto nel 1996, che era rimasto separato dal suo gruppo e si era riparato dagli elementi sotto una sporgenza, e lì era morto assiderato. Oggi tutti gli scalatori diretti in vetta passano di fianco al suo corpo, e lo usano per calcolare quanto manca alla cima.


 

Questi lugubri “marcatori di distanza”, fissati in pose scomposte e conservati indefinitamente dal gelo, sono talvolta fin troppo impressionanti, e le guide sherpa li spingono giù dai cigli delle rocce per nasconderli alla vista degli scalatori, facendoli cadere sul fondo di dirupi inaccessibili.





L'inflazione delle spedizioni commerciali e la difficilissima situazione ambientale sembrano aver modificato il senso morale e il codice d'onore degli scalatori. 



Un altro racconto allucinante è quello dell'alpinista Renzo Benedetti che nel 2003, a soli 30 metri dalla vetta perse la vista per un edema retinico. Praticamente cieco, solo e di notte riuscì a scendere carponi da 8800 a 8500 metri. Caduto in un crepaccio ne uscì con le proprie forze, chiese aiuto ad uno scalatore diretto alla vetta che fece finta di non vederlo e al passaggio di quattro militari si vide depredato della picozza. Questa la sua intervista:


 

Benedetti, davvero lassù subentra l’indifferenza per la vita altrui?
“E’ una questione individuale e accade solo sull’Everest e sul Cho Oyu, che sono l’ottomila più alto e quello più facile, dove salgono le spedizioni commerciali.


Nel 2003 all’Everest, a 30 metri dalla vetta sono stato colpito da edema retinico. Da un occhio non ci vedevo più da un pò, ma avevo pensato alla neve ghiacciata che mi turbinava contro la faccia. Era notte, c’era vento, vedevo solo grigio. Poi anche l’altro occhio ha ceduto ed ho perso completamente la vista. Ero sulla cresta affilatissima che dall’Hillary Step porta all’anticima. Mi sono inginocchiato e sono sceso così, con una mano sulla cresta e l’altra sulla neve, tastando le mie tracce. Ho incontrato un alpinista, un americano credo, so solo che parlava inglese. Gli ho detto che non ci vedevo più, gli ho chiesto di aiutarmi. Lui non ha risposto e mi ha evitato, ha fatto un giro largo e se n’è andato. Ho trovato anche quattro militari di una spedizione indo-nepalese che alla mia richiesta di aiuto mi hanno risposto “per te è finita qui”. Ho dato ad uno di loro la piccozza pregandolo di mettermela nello zaino e invece se l’è tenuta. Probabilmente pensava che non sarei sopravvissuto. A un certo punto sono scivolato e sono finito in un crepaccio. Per fortuna in salita lo avevo aggirato, avevo visto che si esauriva verso il bordo delle rocce, così sapevo di poterne uscire a destra. A quota 8.550 per fortuna ho incontrato uno sherpa che mi ha fatto respirare il suo ossigeno. La mia maschera era rotta. Sono rimasto con lui, poi è arrivato uno sherpa che era con Sergio Valentini e sono riuscito a scendere al Colle Sud. Da lì siamo scesi a 6.400 metri e alle 3 di notte ho aperto gli occhi scoprendo che ci vedevo di nuovo”.
Li ha rincontrati, gli alpinisti che l’avrebbero lasciata morire?
“So che l’americano ha detto di avermi visto ad un italiano che faceva parte della spedizione di Manuela Di Centa. Nessuno però è venuto a cercarmi. Al campo base, dove c’era la tenda dei militari nepalesi ho saputo che uno di loro era caduto in un crepaccio ed era morto, ma non so se è lo stesso che mi ha preso la piccozza”.
Ha ragione Hillary, dunque, ad accusare gli alpinisti di oggi di egoismo?

“Se a me capitasse una situazione del genere farei come lo sherpa che mi ha aiutato, la vita vale più di una cima. E’ stata una lezione a mie spese. Ma il mondo dell’alpinismo è sempre stato fatto di individualismi e di egoismi”. 
Renzo Benedetti è poi morto in Nepal quest'anno sotto una frana causata dal terremoto. 




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Così come Inglis è stato il primo scalatore con una menomazione così grave a raggiungere la cima dell'Everest, così tantissimi altri hanno battuto dei record. C'è stato il più giovane (un nepalese quattordicenne), il più vecchio (un ottantenne), quello diabetico insulinodipendente, il primo cieco, il più veloce (17 ore per salire e riscendere dal Campo Base), il primo senza bombole, il primo con gli sci, quello in bicicletta, quello sceso col parapendio. Tutta gente completamente assorbita dalla febbre della cima. Come le ormai centinaia di clienti delle cosiddette «spedizioni commerciali», pronti a spendere tra i 70.000 e 100.000 dollari pur di salire sulla vetta più alta della Terra. Queste le dichiarazioni rilasciate dallo scalatore professionista Reinhold Messner: “L’alpinismo d’alta quota è diventato turismo e spettacolo. Questi tour commerciali dell’Everest sono ancora pericolosi. Ma le guide e gli organizzatori dicono ai clienti, ‘Non si preoccupi, è tutto organizzato’. La via è preparata da centinaia di sherpa. Ossigeno extra è disponibile in tutti i campi, fino alla cima. Lo staff cucina per te e ti prepara il letto. I clienti si sentono sicuri e non si preoccupano dei rischi”. E' la commercializzazione dell'Everest, ormai alla portata di tutti gli sportivi, non necessariamente alpinisti. 
Nell'arco di tempo abbastanza ristretto in cui le condizioni climatiche possono -salvo sorprese- consentire la scalata, la montagna si fa affollata. Una situazione limite fu quella del 2012. Normalmente i mesi che precedono l'arrivo del monsone sono quelli in cui si concentrano i tentativi di scalata di centinaia di persone, ma quell'anno il maltempo ridusse di parecchio la ''finestra'' e gli scalatori si concentrarono tutti negli ultimi giorni disponibili prima della fine della stagione. Molti erano rimasti in attesa da giorni nei Campi Base a varie altezze, sperando che il tempo migliorasse. Il 19 di maggio nel Campo più alto alcuni gruppi dovettero attendere diverse ore a causa del sovraffollamento e a quell'altitudine il corpo si raffredda velocemente. 




 Essendoci una sola via per raggiungere la vetta ognuno deve andare alla velocità del più lento tra gli scalatori e questo crea un inceppamento di traffico enorme.  








Il collo di bottiglia si trova nella Death Zone, dove gli scalatori rallentano, anche se respirano dalle bombole di ossigeno e le temperature possono scendere a 35 gradi sotto zero. Nelle ultime poche centinaia di metri, alpinisti stanchi ed esausti possono bloccare tutta la linea. Quel giorno si formò un ingorgo di traffico con circa 200 scalatori in contemporanea, nonostante ne fossero appena morti 4 partiti nelle ore di maltempo e uccisi dallo sfinimento durante la discesa




Gli scalatori più esperti rinunciarono, ma l'alpinismo di massa ha le sue aberranti leggi di mercato e si rischia tutto per pochi minuti in cima al mondo. 

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Ogni anno anno circa 700 persone tentano la scalata. Ognuno di loro si trattiene all'incirca 2 mesi per via delle soste nei Campi Base necessarie all'acclimatazione. Questo comporta una quantità di atrezzature e bagagli che, una volta portata a termine la spedizione non si ha certo voglia di caricarsi. 




Si tratta di involucri di cibo, bombole di gas per accendere il fuoco, bombole di ossigeno e altro materiale molto più ingombrante. Per di più i quattro campi situati dai 5300 metri in su sono privi di gabinetti. Ci si limita a scavare un buco nella neve e depositare tutto lì. ''Too much poo...'' dicono gli sherpa: feci e urine a quelle temperature non si degradano e restano lì ad inquinare l'ambiente. Basterebbe portarsi appresso dei sacchetti, come si fa per i cani. Tutto ciò ha fatto sì che la montagna si trasformasse in un colossale immondezzaio e latrina. 



L'anno scorso, 2014, vennero annullate tutte le spedizioni quando ad aprile una valanga uccise 16 sherpa. Per questa ragione quest'anno si prospettava particolarmente affollato. Il governo Nepalese ha finalmente provveduto a regolamentare la questione. Anzitutto sono state organizzate spedizioni di sherpa, yak e alpinisti che hanno trasportato a valle circa 8 tonnellate di spazzatura, fra cui persino pezzi di elicottero.







  I materiali non riciclabili verranno trasformati in giochi e souvenir dalla popolazione locale. Ma un'altra cinquantina di tonnellate (secondo stime molto approssimative) ancora resta da eliminare. Inoltre, cosa ancora più importante, salire sul tetto del mondo è ora possibile solo a patto di riportare a valle almeno 8 kg di spazzatura. E’ la condizione che il governo impone per concedere i permessi necessari. Chi non si atterrà alla regola perderà la salata cauzione e incorrerà anche in sanzioni giudiziarie.


FINE