lunedì 11 aprile 2016

CRONACA



MATTO COME UN CAPPELLAIO


John Tenniel: Un tè di matti
Nell'Inghilterra Vittoriana era d'uso assai frequente l'espressione ''mad as a hatter'', matto come un cappellaio. Perciò il Cappellaio Matto che compare in Alice nel Paese delle Meraviglie, nell'originale di Lewis Carrol viene chiamato semplicemente ''Cappellaio'', lasciando che siano direttamente i suoi discorsi sconclusionati a definirlo ''matto''. Purtroppo infatti, sia in Inghilterra che in Francia e in altri paesi europei, la ''pazzia'', o per meglio dire la sidrome del cappellaio, era una ben nota malattia professionale, un vero flagello sociale; uno dei tanti in un'epoca in cui i lavoratori non erano protetti in alcun modo.
I cappelli eleganti in uso nel '700 erano fatti di feltro finissimo e morbido, ottenuto con peli di castoro canadesi. Questo materiale divenne sempre più costoso (soprattutto per la Francia quando dovette cedere all'Inghilterra i suoi territori nel Nordamerica), mentre la richiesta di cappelli alla moda aumentava sempre più. 
 
I cacciatori di pellicce (trappers) decimarono la popolazione di castori nel Nordamerica

 Si dovette cercare un'adeguata alternativa. Dapprima si provò ad usare pelo di coniglio mescolato a lana di pecora, ma la qualità dell'infeltrimento era bassa. Si otteneva un feltro più grosso, troppo rigido, che mal prendeva la tintura e soprattutto mancava del tocco di peluria vellutata che distingueva il feltro di ottima qualità canadese, ormai a prezzi proibitivi. Solamente in Olanda si riusciva ad ottenere un feltro morbido e lucente. In breve si scoprì il segreto della lavorazione fiamminga: il mercurio.
L'uso del mercurio era diffuso da secoli, per un'infinità di scopi. Gli antichi lo conoscevano come veleno, e come tale lo usavano, ma a certe dosi lo credevano un elisir di lunga vita (salvo morirne per gli effetti tossici). Greci e latini lo utilizzavano negli unguenti disinfettanti e nei cosmetici.



 Gli alchimisti avevano creduto di poterlo trasformare in oro.























Nella farmacopea fu usato come unica cura conosciuta per la sifilide fino a tempi recenti, sotto forma di sublimato corrosivo (ma gli effetti collaterali erano tali da confondersi con i sintomi stessi della malattia), come lassativo energico (sottoforma di cloruro mercuroso, o calomelano), come disinfettante (a tutt'oggi sebbene oggetto di controversia, sotto forma di mercurocromo) e in un'infinità di altri usi .











 Ora i Fiamminghi avevano scoperto che immergendo le pelli in una soluzione di nitrato di mercurio, i peli si distaccavano e si compattavano, infeltrendosi.
 I vapori sprigionati da questa soluzione, nonchè la soluzione stessa sono molto tossici.
 I fabbricanti di cappelli, non più solo fiamminghi ma adesso anche inglesi e francesi (essendo in questi paesi maggiore la richiesta di copricapi alla moda e di lusso) finivano inevitabilmente per avvelenarsi. I sintomi potevano essere insonnia, tremori, irritabilità, fino all'incapacità di padroneggiarsi e dare ai propri discorsi un senso compiuto (così il cappellaio di Lewis Carrol): i cappellai morivano giovani, solitamente ben prima dei 50 anni.


Agli inizi del XIX secolo la richiesta di cappelli aumentò vertiginosamente, considerando anche i cappelli dei militari, di qualità più scadente e per la cui lavorazione occorreva ancora più mercurio. Nella sola Parigi si consumavano circa cento tonnellate annue di mercurio.

Una raffigurazione molto edulcorata di una manifattura di cappelli

I bagni per infeltrire il pelo ( detti ''follatura'') erano di un particolare color arancio, raggiungevano quasi la temperatura d'ebollizione ed emanavano vapori tossici, respirati ed assorbiti dagli operai chinati sulle vasche, seminudi per il grande calore. I vapori contenevano una polvere nera che faceva tossire, provocava catarro, irritava gli occhi. Frequente era la comparsa di malattie come gotta e paralisi. Si beveva molto per compensare la sudorazione, e spesso si trattava di acquavite, con tutte le conseguenze del caso.


Le fabbriche di cappelli erano situate all'interno delle città, in strade generalmente strette, a fianco a normali case di abitazione. Le polveri e i vapori riempivano le strade, entravano dalle finestre, provocavano malesseri e fastidi a uomini e cavalli. Le piogge facevano ricadere le polveri sui tetti delle case e le riversavano per strada inquinando ovunque. 

Peder Severin Kroyer: Il cappellaio di un villaggio italiano
 Dopo la fase della follatura, il feltro veniva pressato, tinto, si metteva in forma, veniva trasformato insomma in cappelli. Gli artigiani che seguivano questa fase provavano i cappelli sulle proprie teste e col tempo la loro capigliatura assumeva un colore arancione semi fluorescente. Anche loro, pur facendo un lavoro all'apparenza più pulito dei colleghi addetti alla follatura, assorbivano il mercurio e si trasformavano in malati bipolari con tratti a volte aggressivi. 


 Nel film Alice nel paese delle Meraviglie di Tim Burton, il personaggio del Cappellaio matto interpretato da Johnny Depp ha i capelli color arancio, un preciso riferimento alla sindrome.


















 L'ultima fase della lavorazione prevedeva di incerare il feltro e foderarlo di pelle o stoffa, il che proteggeva il cappello dall'usura e il cliente dal contatto con le sostanze tossiche.
Benchè si fosse consapevoli fin dall'antichità dei suoi effetti tossici, ci volle una trentina d'anni dalla diffusione di questo innovativo sistema di infeltrimento, per valutare l'entità dei danni da mercurio. Si cominciava con stomatiti e gengiviti, perdita dei denti, eruzioni cutanee, debolezza diffusa, tremori, salivazione continua, tosse, emottisi. Arrivavano poi la perdita di memoria, il linguaggio confuso, cambiamento di carattere, aggressività, perdita dei capelli, mal di testa, deliri, fino all'inabilità  lavorativa (generalmente prima dei quarantacinque anni).
Tardivamente si cercò di rimediare, sostituendo il mercurio con l'ossido di carbonio.


 In Italia invece si continuò ad usare il vecchio sistema, ma col passare degli anni e una maggiore consapevolezza, la follatura fu fatta con maggiori precauzioni per il lavoratore, in locali più sani e arieggiati. 
Tuttavia è documentata un'epidemia di mercurialismo particolarmente grave in una famosissima fabbrica italiana di cappelli (che chiameremo B.) con personale quasi esclusivamente femminile, che nel 1943 ebbe 84 lavoratori alla follatura intossicati, su un totale di 173. Molti di essi, gravissimi, ottennero l'invalidità. Altri si ripresero dopo un periodo di allontanamento e cure. Per altri non vi fu mai una scomparsa completa dei sintomi. Gli studi fatti circa le cause di questo picco epidemiologico portarono ad indicare una serie di cause concomitanti: nel '43 la ditta B. aveva utilizzato del pelo più scadente che necessitava dell'uso di maggiori quantità di mercurio (si era intensificata la produzione di cappelli militari); l'emergenza guerra obbligò la fabbrica a risparmiare sul carbone e usare una caldaia più piccola, aumentando così la concentrazione di mercurio nell'acqua di folla; la medesima emergenza costrinse all'aumento delle ore di lavoro (fino a 9-10 al giorno); i razionamenti alimentari portarono ad una diffusa malnutrizione e dunque ad una minore difesa immunitaria.
Ci furono altri nuovi casi anche negli anni successivi ma, sebbene la ditta B. mostrasse una certa disponibilità a istituire un fondo per le cure, e a distribuire gratuitamente un tot di latte al giorno per ''fortificare'' le operaie, non si impegnò mai realmente nella prevenzione. L'epidemia proseguì con alti e bassi ancora per un paio d'anni, per attestarsi poi a livelli più normali, fermo restando che la malattia professionale rimase comunque presente fino ad epoche recentissime, parlo degli anni '60, e per il seguito non ho notizie più precise. 






FINE












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