domenica 10 luglio 2016

CRONACA


APPASSIONATI, CELEBRI E DANNATI




Due attori del cinema ''dei telefoni bianchi'', belli, celebri e trasgressivi, si amarono di una passione devastante sullo sfondo dell'Italia fascista, lasciandosi trascinare fino ad una morte drammatica e precoce.
Osvaldo Valenti era nato a Costantinopoli nel 1906, figlio di un barone mercante di tappeti e di madre cipriota. Quando la famiglia si trasferì in Italia era ancora un bambino. Fin da giovane fu avventuroso, eccentrico, trasgressivo.



 Era bello, ma con un'espressione perennemente ironica, beffarda e rapace. Era un seduttore, accumulava avventure focose, brevissime e mai coinvolgenti, aiutato dalla cocaina di cui non nascondeva di fare uso. Ribelle, spavaldo, e esibizionista, gli studi non erano il suo forte, a parte il decadentismo letterario stile Byron o D'Annunzio, dei quali imitava le pose anticonformiste. Conosceva sei lingue, viaggiò molto, e la sua carriera iniziò come comparsa nell'industria del cinema tedesca. 










Quando tornò in Italia il cinema attraversava un periodo di grande crescita. Era il 1937 quando Mussolini inaugurò Cinecittà, reputando la decima Musa un'arma potentissima. Osvaldo Valenti si fece notare da Alessandro Blasetti il quale ne fece il ''cattivo'' per eccellenza, il ''duro'', l'uomo senza scrupoli; in effetti l'uomo che realmente era , o posava ad essere, nel suo quotidiano. Ebbe subito successo e divenne famoso, perchè era anche bravo, espressivo e coinvolgente. 







Furono di questi anni (tra il '38 e il '42) ''Ettore Fieramosca'', ''La corona di ferro'', ''La cena delle beffe'', tutti cupi drammi a sfondo storico, che andavano assai di moda.











Valenti, Clara Calamai e Amedeo Nazzari ne La cena delle beffe



Valenti divenne sempre più un divo, vivendo sopra le righe con autocompiacimento, ostentazione e anticonformismo.


Un'avventura di Salvator Rosa
Il suo personaggio nella vita aveva una tale forza, un tale fascino, che l'uomo poteva permettersi quasi ciò che voleva. Non usò mai il 'voi' prescritto dal regime, era famoso per le caricature e le imitazioni che faceva dei gerarchi e del duce stesso. Ma i suoi sberleffi, pur noti al regime, facevano sorridere. Non si iscrisse mai al partito, eppure nessuno gli negò mai il lavoro.Veniva considerato un istrione, un uomo di spirito, pittoresco e picaresco, null'altro.





Sempre elegantissimo, non badava a spese e viveva nel lusso. Pur essendo l'attore più pagato del cinema italiano conduceva comunque una vita al di sopra dei propri mezzi. I regali alle innumerevoli donne che gli cadevano ai piedi erano di valore enorme, ma teneva molto alla sua libertà. Si sposò con Fanny Musso, donna capricciosa e ricca, e fu un'unione tempestosa di reciproci tradimenti che durò ben poco.






Luisa Ferida (vero cognome Manfrini Farnet, del 1914) era figlia di un proprietario terriero emiliano. Anche lei con poca voglia di studiare, aveva il sogno di recitare; ed iniziò a soli diciasette anni in una compagnia di prosa a Milano. Bella, piena di temperamento, zigomi alti, naso largo, bruna, zingaresca, sensuale, e caparbia. Arrivò al cinema a ventun'anni, non le mancavano le qualità, ma l'ambiente era già divenuto una giungla. Le spianò la via il produttore Francesco Salvi, più grande di lei, che le procurò le prime parti. La loro relazione d'amore durò fino alla morte di lui per un cancro. 






Blasetti nel 1939 la prese nel cast di ''Un'avventura di Salvator Rosa'', in cui recitava anche Osvaldo Valenti, manco a dirlo, nella parte del cattivo. Luisa pare avesse messo gli occhi su Blasetti, che era impegnato con Elisa Cegani. Per liberarsene, il regista pregò Valenti di corteggiarla. Lui non se lo fece ripetere, e mise in atto tutte le sue collaudatissime capacità di seduttore. Poichè Luisa in realtà stava ancora con Francesco Salvi, ormai malato, Osvaldo ebbe l'intelligenza di fare il galante senza mai mancarle di rispetto.




 Erano molto simili come carattere, anche se provenienti da mondi diversi. Quando Salvi morì, nulla più si potè frapporre fra loro: si dichiararono il loro amore e fu una passione bruciante e inarrestabile. 
















Un'avventura di Salvator Rosa: la Ferida con Gino Cervi


 Lui l'amava di un amore torbido e un po' perverso, lei era impulsiva e pronta a seguirlo in ogni esperienza. Osvaldo la iniziò alla cocaina, divennero inseparabili.










La bella addormentata
 Girarono insieme parecchi film di successo tra il '40 e il '43, e cominciarono a convivere. Prima fu via Margutta, poi un lussuosissimo appartamento ai Parioli. Qui si organizzavano festini, splendide cene, balli, feste a base di champagne, caviale e cocaina. Il piacere era diventato la loro ossessione, il lusso una vera bandiera.

Nel '42 Luisa partorì un figlio, Kim, che visse pochi giorni. Per ambedue fu un dolore terribile che sembrò unirli ancora di più. Osvaldo da allora si portò sempre appresso una scarpina di lana azzurra, ricordo del bimbo, che platealmente baciava pronunciando giuramento se accadeva che qualcuno mettesse in dubbio la sua parola.




Arrivò il 25 luglio del '43 con la destituzione di Mussolini e la fine del regime. Valenti a Cinecittà pagò da bere a tutti brindando alla libertà: non era mai stato simpatizzante del fascismo; il suo animo era individualista e insofferente all'autorità, anche se per convenienza aveva sempre frequentato i gerarchi.
Non è facile capire cosa successe poi, e come mai prese le fatali decisioni che seguirono. Forse la sua voglia di colpire con gesti teatrali, forse il suo eccesso di istrionismo, sta di fatto che dopo una breve vacanza insieme, Luisa e Osvaldo furono tra i pochissimi attori che, in un clima di sbandamento generale, andarono a Venezia dove la repubblica di Salò aveva appena fondato il Cinevillaggio, patetica copia di Cinecittà. 
Si sistemarono in un castello di un amico presso Orvieto, con parenti, amici, i loro cani e i cavalli. Facevano la bella vita pur non avendo più un soldo, a parte enormi crediti che in quel momento di caos non erano esigibili. Ma Osvaldo voleva continuare a vivere come sempre, fra cene lussuose, musiche e balli, maggiordomi, segretari, camerieri, cuochi, persino un poeta col compito di scrivere madrigali per Luisa che era di nuovo incinta.

Oltre all'adesione al Cinevillaggio, fallimentare impresa con la quale girarono il loro ultimo film, ''Un caso di ronaca'', in quel clima di sconfitta palese alla quale in tanti ostinatamente non volevano credere, Osvaldo, addolorato dal nuovo aborto di Luisa ma sempre controcorrente, protagonista, esibizionista, fece il suo bel gesto: lui, che non aveva mai voluto far parte del gregge, dopo aver conosciuto casualmente il principe Junio Valerio Borghese e aver subito simpatizzato con lui, si arruolò nella Decima Flottiglia MAS, sotto il suo comando. Mai scelta fu più improvvida.



 Con la divisa, le armi, l'atteggiamento spavaldo e spaccone, fu un ottimo testimonial per la Repubblica di Salò. Luisa, sempre innamorata, era felice di fargli da spalla, pur temendo le conseguenze di una guerra già persa. Si trasferirono a Milano.
Il compito assegnato a Valenti era far incetta di carburante, ed egli fu efficientissimo. Ma in questo frangente, trovandosi a dover sostare a Piacenza, iniziò una relazione con una donna. Luisa, troppo innamorata per non capire, lo affrontò con tale rabbia e violenza che l'uomo non riuscì a negare ad oltranza come sarebbe stata sua intenzione, e dovette soccombere. Chiese perdono, e fu perdonato. Ma Luisa fu durissima.
Coinvolto in una brutta storia di ricettazione, mai ben chiarita, finì in carcere. Per uno vissuto perennemente nel lusso fu orribile. 


Chiese aiuto a Pietro Koch, conosciuto da poco, che provvide subito a farlo uscire. Poco o nulla Osvaldo doveva sapere di quest'uomo, un brutale delinquente, capo di una banda di torturatori di partigiani e di loro veri o presunti fiancheggiatori. Era di aspetto distinto ed elegante, e conduceva una vita di gozzoviglie in una villa in via Paolo Uccello. Koch era entrato nelle grazie dei tedeschi e in quelle di Mussolini, il che gli garantiva una sorta di impunità. Le inaudite sevizie a cui sottoponeva i suoi prigionieri fecero ribattezzare in seguito la  casa che aveva requisito, da Villa Fossati a ''Villa Triste''. 








 Si procurava con facilità grandi quantitativi di cocaina, e forse fu questa la ragione per cui Osvaldo Valenti, talvolta con Luisa, talvolta solo, prese a frequentare la casa di Koch. Vi erano ricevuti con tutti gli onori, cenavano, sniffavano, chiacchieravano. Probabilmente sapevano dei prigionieri nei sotterranei, si dice che talvolta scendessero a vederli, ci parlassero, offrissero sigarette.Si pensa che non videro mai torture e sevizie.

Erano tempi in cui si viveva alla giornata, Osvaldo nella Decima, Luisa a recitare in un teatro cittadino, col regime che aveva i mesi contati. Continuarono la loro vita quando Mussolini finalmente si rese conto di cos'erano Koch e la sua banda, ordinò un blitz in via Paolo Uccello e fece arrestare tutti. (Koch finirà fucilato nel '45).
Con la Repubblica di Salò agli sgoccioli e i nazisti che si preparavano alla resa (avevano incaricato Valenti di rastrellare valuta pregiata), finalmente Osvaldo aprì gli occhi. Da uomo non abituato alla politica, si convinse che i partigiani avrebbero preso per buone le sue argomentazioni e, con un'ennesima scelta sbagliata, si consegnò a loro cercando protezione per sè e per la sua compagna nuovamente incinta.

Vero Marozin con alcuni degli uomini della Brigata Pasubio
I partigiani finsero di credergli, si comportarono cordialmente con lui e con Luisa, cercarono di carpirgli qualche segreto, ma lui pur disposto a parlare, poco sapeva. Il principe Borghese non l'aveva mai preso sul serio nè messo a parte di segreti. Il gruppo era al comando di ''Vero'' Marozin (un criminale sul quale pendeva una condanna a morte del Comitato di Liberazione Nazionale veneto per sfuggire alla quale si era rifugiato a Milano) il quale era in contatto col partigiano Pertini. Pertini chiese a Marozin:''Hai prigioniero anche Valenti?'' Alla risposta affermativa Pertini disse: ''Fucilali, non perder tempo, è un ordine tassativo del CNL, ricordati!''.
 Di quest'ordine del CNL non è mai stata trovata traccia, nessuno lo vide. L'unica cosa scritta che si è trovata è solo un foglio datato 25 aprile che dice: ‘...il CLN su proposta dei socialisti vota all' unanimità il deferimento al tribunale militare di Valenti Osvaldo e Ferida Luisa per essere giudicati per direttissima quali criminali di guerra per avere inflitto torture e sevizie a detenuti politici’. Ora appare chiaro come un ''deferimento'' sia cosa diversa da una sentenza di morte, ma in quei giorni terribili nessuno andava per il sottile, e c'era la fucilazione facile.
I due attori erano stati alloggiati in una cascina di Baggio, ufficialmente per proteggerli. Quella sera chiacchierarono del più e del meno con i partigiani, poi Marozin comunicò loro che sarebbero stati processati. I due allibirono, sentendosi traditi. Il primo ad essere interrogato fu Osvaldo, che negò ogni addebbito mostrandosi davvero poco convincente. Soprattutto gli fu contestata la frequentazione di ''Villa Triste''. Qualcuno volle credere che fosse anche lui un aguzzino, benchè fosse facile dimostrare il contrario.
La Ferida invece non fu interrogata. Quando i due si riunirono, pieni di angoscia stilarono insieme un memoriale che avrebbe dovuto dimostrare la loro innocenza. Quando l'indomani consegnarono lo scritto, nessuno si preoccupò di leggerlo. La loro sorte era già decisa: lui aveva aderito alla Repubblica di Salò, era stato in buoni rapporti con Koch, si era arruolato nella Decima, e tanto bastava. E Luisa? Colpevole di averlo amato e seguito. 
Nei giorni seguenti i due amanti continuarono ad essere oggetto di trattamenti contradditori, una sorta di doccia scozzese, chiacchierate rassicuranti con Marozin, un nuovo processo farsa, ore di solitaria reclusione, mentre Marozin continuava a ricevere continue telefonate dal partigiano Pertini che sollecitava la fucilazione. In realtà Marozin stava tentando uno scambio con cinque dei suoi presi prigionieri dai tedeschi, ma il tentativo fallì. Nel frattempo ne approfittò per depredare i prigionieri svaligiando la casa di Milano, e togliendo loro i gioielli e i soldi liquidi che avevano indosso.

La notizia della loro morte per fucilazione fu annunciata dai giornali come avvenuta il 29 aprile, ma avvenne la notte del 30. I due, ormai disfatti e in lacrime, furono fatti uscire, portati in camion in via Poliziano, fatti scendere e uccisi con una raffica di mitra. Morirono abbracciati, mentre Osvaldo teneva in mano la scarpina di lana azzurra. Sui loro corpi furono poggiati dei cartelli scritti in rosso: I partigiani della Pasubio hanno giustiziato... Osvaldo Valenti sul cartello di lui, Luisa Ferida su quello di lei.



Attratto dal rumore delle raffiche accorse da una casa vicina un prete, Adolfo Terzoli, il quale, letti i cartelli, chiamò un'ambulanza e li fece portare all'obitorio. Qui giunto, come raccontò in seguito, quasi svenne: sui tavoli di marmo vi erano 140 cadaveri raccolti nelle strade di Milano in quel solo giorno.








Marozin negò sempre di essere responsabile della sparizione delle enormi ricchezze che i due avevano posseduto, e che non furono mai più ritrovate. Ma riguardo alla vicenda ebbe in seguito modo di dire: ''La Ferida non aveva fatto niente, ma veramente niente, Ma era con Valenti. La rivoluzione travolge tutti.''
In realtà, così come la loro popolarità era tornata utile al regime, ora tornava utile ai partigiani: si colpiva il simbolo. La vita dei due attori era stata spettacolo, e altrettanto doveva esserlo la loro frettolosa condanna, che doveva costituire un esempio.

Negli anni successivi la madre della Ferida (che aveva seguito la coppia a Milano) chiese (e ottenne) una pensione di guerra per la morte della figlia per cause belliche. Si dovettero perciò fare i dovuti accertamenti, dai quali risultò una volta per tutte che 'la Manfrini, (vero nome della Ferida), dopo l'8 settembre 1943 si è mantenuta estranea alle vicende politiche dell'epoca e non si è macchiata di atti di terrorismo e di violenza in danno della popolazione italiana e del movimento partigiano'.
La Corte d'Appello di Milano stabilì in seguito che sia la Ferida che Valenti non erano stati giustiziati bensì assassinati, come tanti altri del resto, da ambo le parti. In quei giorni di guerra fratricida molti crimini furono perpetrati, in nome di alti ideali o a causa di feroci istinti. Non è facile riuscirci, ma dovremmo giudicare queste atrocità in relazione alla gravità e al caos del momento: la guerra civile italiana.


FINE